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Etiopia
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Capitale: Addis Abeba
Superficie: 1.127.127 km²
Popolazione: 58,732 milioni
Speranza di vita: 46,62 anni
Pil pro capite: 430 $ / anno
Valuta: 1 birr (Br) = 100 cents
 
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Capital: Addis Abeba
Superficie: 1.127.127 km²
Población: 58,732 millones
Esperanza de vida: 46,62 años
Pib pro capita: 430 $ / año
Divisa: 1 birr (Br) = 100 cents
 
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Official name: Federal Democratic Republic of Ethiopia
Capital: Addis Ababa
Area: 1,127,127 km²
Population: 58.732 million
Languages: Amharic, Tigrinya, Orominga, Guaraginga, Somali, Arabic
Life expectation: 46.62 years
Gdp per capita: 430 $ / year
Currency: 1 birr (Br) = 100 cents
 
 
 
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Hailé Selassié
 
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Meles Zenawi
 
 
Scheda tratta da:
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EMI - Editrice Missionaria Italiana
Via di Corticella, 181
40128 Bologna
 
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Il termine «etiope» (in greco «faccia bruciata»), venne utilizzato nell’antichità per denominare tutti gli africani. L’altro nome dell’Etiopia, «Abissinia», deriverebbe dall’arabo habbashat, che identifica un’etnia yemenita emigrata in Africa nel 2000 a.C. Il ge’ez, l’idioma etiope, appartiene al ceppo semita e deriva dal sabana o sabeo, arabo del sud.
Axum, nel nord dell’attuale Etiopia, raggiunse l’apogeo all’inizio dell’era cristiana, essendo il centro del traffico fra l’alto Nilo (Nahr-an-Nil) e i porti del Mar Rosso, che commerciavano con l’Arabia e l’India. Stato prospero e ricco, dominò l’attuale Yemen; entrò in crisi nel VII secolo, quando le vie commerciali si modificarono a causa dell’unificazione e dell’espansionismo degli arabi, che conquistarono l’Egitto.
La conversione al cristianesimo della classe dirigente etiope, nel IV secolo, creò un ulteriore fattore d’isolamento. La successiva espansione verso sud, la crescita eccessiva del clero e la decadenza commerciale portarono ad un processo di feudalizzazione simile a quello dell’occidente europeo. Verso il XVI secolo, un terzo della terra apparteneva ai negus («re dei re»), un terzo ai monasteri e un terzo veniva diviso tra la nobiltà e il popolo.
La rivolta della popolazione musulmana della costa del Mar Rosso, che aveva sviluppato una economia mercantile di grande vitalità (Tanzania), spinse gli etiopi a chiedere aiuto all’Europa. Il soccorso arrivò con un secolo di ritardo, ma fu efficiente: nel 1541, la flotta portoghese ebbe un ruolo decisivo nella distruzione del sultanato di Adal (Somalia).
Poiché l’attenzione dei negus per oltre un secolo e mezzo si rivolse alla costa, i galla (affini agli haussa) ebbero l’opportunità di penetrare gradualmente dall’ovest, fino a costituire la maggioranza della popolazione. La loro influenza arrivò al punto che tra il 1755 e il 1769 vi fu un imperatore galla, che solo a stento l’aristocrazia amhara riuscì a detronizzare.
Questa situazione durò fino al 1889, quando salì al trono Menelik II: designato erede nel 1869, ebbe a disposizione 20 anni per preparare un esercito con l’aiuto inglese e italiano e organizzare l’amministrazione del suo feudo personale, il regno dello Scioa. Tale efficienza fu provvidenziale, poiché nel 1895 gli ex alleati italiani invasero il paese, adducendo a pretesto il mancato compimento degli accordi precedenti. Nella decisiva battaglia di Adua, morirono 4.000 dei 10.000 soldati italiani: fu la più devastante sconfitta subita dagli europei in Africa fino alla guerra d’Algeria.
Nonostante ciò l’Italia ottenne, nei negoziati diplomatici, due territori che l’Etiopia di fatto non controllava: l’Eritrea e la costa meridionale somala. Nel 1906, le grandi potenze del tempo riconobbero l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Abissinia, in cambio di vantaggi economici nel paese.
Questo accordo salvò l’Etiopia dal colonialismo diretto fino al 1936, quando il dittatore Benito Mussolini invase l’Etiopia approfittando della lotta per la successione di Menelik. L’erede al trono, Hailé Sellassié, chiese aiuto alla Società delle Nazioni, ma non ottenne un sostegno concreto.
Durante i cinque anni di occupazione, l’Italia impiantò varie industrie di trasformazione, così come piantagioni di caffè, ed instaurò un regime di discriminazione razziale simile all’apartheid sudafricano.
Gli etiopi riconquistarono l’indipendenza nel 1948, per mano della Gran Bretagna, che assunse il controllo del paese alla caduta di Mussolini. Hailé Sellassié ritornò sul trono, ma la sua nazione versava in una crisi senza precedenti. La struttura produttiva era disorganizzata, i movimenti nazionalisti che avevano lottato contro l’invasore non accettavano il ritorno al feudalesimo, e la miseria nell’interno dell’Etiopia si era aggravata.
L’imperatore denunciò il colonialismo, appoggiò il Movimento dei Paesi Non Allineati e l’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA), la cui sede si insediò ad Addis Abeba. Nel frattempo mantenne stretti vincoli con Israele. Sotto Selassié l’Etiopia si dotò di una burocrazia statale, di un sistema educativo ispirato a quello degli Stati Uniti e del maggior esercito dell’Africa subsahariana.
La struttura agraria cambiò poco: i latifondisti e la Chiesa etiopica controllavano l’80% delle terre fertili. Le piantagioni per l’esportazione (cotone, zucchero) cominciarono a crescere a partire dagli anni ‘50, mentre il principale prodotto, il caffè, era coltivato soprattutto da piccoli agricoltori. Selassié fu deposto nel 1974, dopo una serie di scioperi, manifestazioni studentesche e proteste generali contro l’assolutismo del negus e la mancanza di cibo.
Un Comitato di Coordinamento delle Forze Armate, il Dergue (Comitato, in amharico), diretto dal generale Aman Andom, abolì la monarchia e proclamò la repubblica. La Costituzione fu sospesa e il Parlamento sciolto.
Dopo varie crisi interne, nel dicembre del 1977 assunse il potere il colonnello Menghistu Hailé Mariam, che riuscì a consolidare il Dergue e a porre fine alle lotte interne alle Forze armate.
Il governo militare nazionalizzò le banche, le compagnie di assicurazioni e le grandi industrie a capitale straniero e chiuse le basi militari nordamericane. La chiave della «rivoluzione nazionale democratica» fu la statalizzazione del suolo e del sottosuolo, che pose fine al latifondismo. Il «socialismo scientifico» fu adottato come filosofia ufficiale dello Stato. L’opposizione fu schiacciata mediante il «terrore rosso» tra il 1977 ed il 1978, periodo in cui avvennero migliaia di esecuzioni sommarie.
Superata questa crisi, l’esercito affrontò le ribellioni in Eritrea e nell’Ogaden, in aumento dal 1977. Gli indipendentisti eritrei ritenevano infatti che la presenza di un governo di tipo socialista ad Addis Abeba non fosse un motivo sufficiente per rinunciare alla loro lotta, mentre i somali dell’Ogaden, territorio desertico rivendicato dalla Somalia, approfittarono della crisi etiope per alimentare i loro propositi separatisti.
Contraria al progetto somalo di annessione dell’Ogaden, l’URSS ruppe gli accordi militari con il presidente Siad Barre. L’appoggio sovietico e cubano all’Etiopia fu decisivo, nella sconfitta delle truppe somale, in una moderna guerra di mezzi corazzati. Le truppe cubane non parteciparono alla lotta contro gli eritrei, ma questi furono obbligati a retrocedere dopo una grande offensiva del 1979. Nel frattempo scoppiava la guerriglia dei contadini nel Tigrè.
Avendo ottenuto almeno provvisoriamente il controllo della situazione, Menghistu si dedicò ai problemi interni. Nel 1979, il governo creò la Commissione per l’Organizzazione dei Lavoratori Eiopi (COPWE). In quell’anno la superficie delle aree coltivate crebbe del 14%, con una crescita del PIL del 6%.
Nel 1984 il paese cominciò a subire gli effetti della siccità che si protraeva dal 1982. Dodici province furono colpite dalla siccità e dalla denutrizione, che uccisero più di 500 mila contadini, minacciando la vita di cinque milioni di persone.
Nello stesso anno si svolse il congresso di fondazione del Partito dei Lavoratori Etiopi (WEB), che approvò la trasformazione del paese in Stato socialista.
Il 12 settembre, il Parlamento (Shengo) proclamò la Repubblica Popolare Democratica e confermò Menghistu a capo dello Stato. Entrarono quindi in azione i separatisti, tanto nelle province dell’Eritrea e del Tigrè quanto nelle regioni di Uollò e Gonder e tra gli oromo nel sud.
La nuova Costituzione istituì cinque nuove regioni autonome e venticinque regioni amministrative. L’Eritrea avrebbe potuto legiferare in qualsiasi campo tranne la difesa e la sicurezza nazionale, la politica estera e le relazioni con il governo centrale. I ribelli eritrei giudicarono la proposta «coloniale».
Nel dicembre del 1987 gli eritrei conquistarono Af Abed, dopo una cruenta battaglia in cui vennero catturati 18.000 soldati etiopici, tre istruttori militari sovietici e il comandante dell’esercito della regione settentrionale.
Nel frattempo, il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè conquistò importanti città come Wukro, un centro di aiuti internazionali per le vittime della fame. Da allora, tigrini ed eritrei firmarono accordi di cooperazione ed elaborarono una strategia militare congiunta.
L’attività militare dei ribelli causò nuove e pesanti perdite all’esercito etiope. Nel 1989 il comando della XII divisione, con 150.000 effettivi distaccati al fronte, tentò un colpo di stato. Menghistu rientrò rapidamente dalla Germania Orientale e sventò il tentativo.
Alla fine degli anni ‘80, le spese militari occupavano il 60% del bilancio etiope e la produzione agricola andava diminuendo. Nel 1989, con la mediazione dell’ex presidente statunitense Jimmy Carter, vi fu un incontro ad Atlanta tra una delegazione del governo etiope ed una dell’EPLF. Quest’ultimo propose un plebiscito sul futuro dell’Eritrea, ma Menghistu rifiutò.
Nel settembre del 1989 gli ultimi soldati cubani si ritirarono dall’Etiopia, su richiesta del governo, che nell’aprile del 1988 aveva firmato la pace con la Somalia.
L’Etiopia si avvicinò ad Israele, con il quale aveva rotto le relazioni dopo la guerra arabo-israeliana del 1973. Menghistu era interessato all’aiuto militare di Tel Aviv e all’emigrazione di 17.000 ebrei etiopi (falascià). La situazione di milioni di abitanti in Eritrea e nel Tigrè si aggravò quando la siccità ridusse il raccolto di quasi l’80%.
Nel 1990, nel quadro dei rivolgimenti politici nei paesi dell’ex blocco socialista, la direzione del WEB decise di cambiare il nome del partito in Partito Democratico dell’Unità Etiope (PDUE) e ne modificò anche la struttura interna. Senza abbandonare il partito unico, si eliminò l’etichetta marxista-leninista e si richiamarono nelle sue fila tutti gli etiopi, inclusi gli oppositori. Nel frattempo, il governo decise di impiantare una economia mista, formata da enti statali, cooperative e imprese private.
Nel marzo del 1990, l’ex URSS ritirò i propri consiglieri militari dall’Eritrea. L’EPLF si impadronì del porto di Massaua, arrivando a controllare tutto il territorio eritreo tranne Asmara, che restò isolata, senza collegamenti via terra con il resto dell’Etiopia.
Nel maggio del 1991, Menghistu fuggì improvvisamente dal paese, incalzato dai trionfi della guerriglia nel nord. Il governo restò nelle mani del vicepresidente Tesfaye Gabre Kidane, considerato un moderato, che istituì un governo di transizione negoziando il cessate il fuoco con i ribelli eritrei.
Il governo di Kidane partecipò ai dialoghi di pace con i principali gruppi di ribelli, svoltisi a Londra e presieduti dagli Stati Uniti, per arrivare ad un accordo che impedisse la guerra civile. Kidane si dimise alla fine di maggio, quando i nordamericani consigliarono alle forze del Fronte Democratico del Popolo Etiopico (EPRDF) di assumere il controllo di Addis Abeba.
Meles Zenawi, 36 anni, leader dell’EPRDF, assunse l’incarico di presidente ad interim fino alla realizzazione di una conferenza multipartitica e promise la fine della guerra e della fame nel paese. Tre mesi dopo, nel riaprire il Parlamento e promulgare la nuova Costituzione. Meles si impegnò a indire nuove elezioni entro un anno.
Il presidente provvisorio etiope assicurò che avrebbe mantenuto le promesse fatte in campo economico dal precedente governo e che avrebbe rispettato la volontà del popolo eritreo che poco dopo, in un referendum, si pronunciò per l’indipendenza.
Si calcola che negli ultimi 20 anni più di un milione di etiopi siano morti di inedia e un altro milione si sia dovuto rifugiare nei paesi vicini.
Nel marzo del 1992 vennero eletti i nuovi consigli regionali, ma il Fronte di Liberazione Oromo, si ritirò dal Consiglio dei Rappresentanti, formato da 87 membri, che legittimava il governo provvisorio.
Il governo di transizione si impegnò a promuovere l’economia di mercato, stimolare le produzione agricola e ridurre la povertà, nel quadro di un programma quinquennale coordinato da un organismo delle Nazioni Unite e dalla Banca Mondiale. Nel gennaio del 1993, grandi manifestazioni studentesche durante la visita del segretario generale dell’ONU, Boutros Boutros-Ghali. misero ancora una volta in evidenza le tensioni sociali del paese.
Nel 1994, la consegna di 1.200 milioni di dollari in cinque ani previsti dal programma economico subì un sensibile rallentamento, perché gli organismi internazionali considerarono insufficiente il ritmo delle privatizzazioni promosse dal governo etiope. In una critica al programma richiesto dal FMI e dalla Banca Mondiale, le associazioni umanitarie che aiutavano l’Etiopia dichiararono che era urgente effettuare maggiori investimenti in sementi, attrezzature ed allevamenti.
La carestia tornò a farsi critica durante i primi sei mesi del 1994, specialmente nel sud del paese. In maggio, il Consiglio dei Rappresentanti approvò il progetto di Costituzione che creava la Repubblica Democratica Federale d’Etiopia. Questo progetto si basava sul principio del «federalismo etnico», diverso dalla precedente visione ufficiale unitaria del paese. Secondo il testo approvato, la «sovranità sta nelle nazioni, nazionalità e popoli dell’Etiopia» e non nel popolo nel suo insieme.
Il giugno si svolsero le elezioni dell’Assemblea Costituente, boicottate dai principali partiti d’opposizione, come il Fronte di Liberazione Oromo e il Fronte di Liberazione dell’Ogaden. In settembre, la polizia effettuò massicce retate nella regione ovest del paese, abitata principalmente dagli oromo. Varie organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International, espressero preoccupazione per la situazione del paese.
Nel maggio-giugno del 1995 si tennero le elezioni parlamentari, anch’esse boicottate dalla maggior parte die partiti d’opposizione. La nuova repubblica federale fu proclamata ufficialmente in agosto. La presidenza venne assunta da Negasso Gidada, un oromo cristiano della regione di Welega, nell’ovest dell’Etiopia. Il presidente uscente, Meles Zenawi, divenne primo ministro e i 17 membri del governo furono scelti in modo da riflettere gli «equilibri etnici» del paese.
I processi contro i rappresentanti dell’antico regime di Menghistu furono posticipati per la seconda volta e i tentativi per ottenere l’estradizione dell’ex presidente, rifugiato in Zimbabwe, risultarono infruttuosi. Amnesty International condannò nuovamente il governo etiope, dopo l’arresto in giugno di cinque oppositori politici.
Il governo proseguì le privatizzazioni delle industrie statali . nel 1995 ne furono vendute 144 - e il deficit annuale di cereali raggiunse il milione di tonnellate. Nel 1996 fallì un tentativo di uccidere Menghistu. Gran parte dei suoi antichi collaboratori era in carcere. Quell’anno piovve abbondantemente e aumentarono le speranze di raggiungere l’autosufficienza alimentare. La Banca Mondiale annunciò un taglio al debito estero etiope. Amnesty International rinnovò nel 1997 la richiesta di liberazione degli oppositori e chiese la fine delle detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni.
All’inizio del 1998, la scarsità di alimenti minacciò milioni di etiopi. L’accesso ai prodotti di prima necessità si fece sempre più difficile per i settori più poveri della società, in seguito all’aumento dei prezzi decretato dal governo (il 13% tra agosto e dicembre del 1997). Le piogge furono scarse a causa di fenomeni climatici connessi alla corrente «El Niño». L’apposita Commissione Etiope per la Prevenzione delle Catastrofi sollecitò l’aiuto degli organismi internazionali per evitare una nuova carestia.
 
Schede:
La creazione dell'Africa
Le culture africane prima della colonizzazione
Almoravidi e Almohadi
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