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Marocco
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Capitale: Rabat
Superficie: 446.550 km²
Popolazione: 30,391 milioni
Speranza di vita: 70,08 anni
Pil pro capite: 3.260 $ / anno
Valuta: 1 Moroccan dirham (DH) = 100 centimes
 
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Capital: Rabat
Superficie: 446.550 km²
Población: 30.391 millones
Esperanza de vida: 70,08 años
Pib pro capita: 3.260 $ / año
Divisa: 1 Moroccan dirham (DH) = 100 centimes
 
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Official name: Kingdom of Morocco
Capital: Rabat
Area: 446,550 km²
Population: 30.391 million
Languages: Arabic, Berber dialects, French often the language of business
Life expectation: 70.08 years
Gdp per capita: 3,260 $ / year
Currency: 1 Moroccan dirham (DH) = 100 centimes
 
 
 
 
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Abderrahmane El Youssoufi
 
 
 
 
Scheda tratta da:
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EMI - Editrice Missionaria Italiana
Via di Corticella, 181
40128 Bologna
 
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Tra gli imperi nordafricani che dominarono la penisola iberica, il Marocco divenne uno dei poli egemonici della regione a causa della sua posizione, vicina alla Spagna e aperta alle vie del commercio transahariano. Fez e Marrakech non raggiunsero il rigogli intellettuale del Cairo, ma la loro influenza politica si fece sentire a distanza, in città come Tomboctou o Valencia. Lo stretto legame con la Spagna, culturalmente fecondo all’epoca del califfato di Córdoba, ebbe conseguenze gravi per il Marocco nel periodo finale della Reconquista iberica: l’Africa diventò il teatro di guerra e gli spagnoli occuparono piazzeforti sul litorale (Ceuta nel 1415, Tangeri nel 1471, Melilla nel 1497). Il predominio navale europeo chiuse il Mediterraneo e l’Atlantico ai marocchini e portò al decadimento dell’attività commerciale.
A differenza di Algeria e Tunisia, il Marocco non fu formalmente incorporato all’impero ottomano, ma trasse beneficio dalla presenza dei corsari turchi nella regione, che costituì un freno all’espansione portoghese e spagnola. Questo equilibrio precario permise ai sultani di mantenere la propria indipendenza fino al XX secolo. Perseguendo una politica di penetrazione economica, la Francia impose la propria supervisione sulle finanze del regno, per amministrare il debito estero, mentre si disputava con i tedeschi l’egemonia politica nella regione. Un accordo con la Spagna circa i confini del Sahara spagnolo e gli accordi con il sultano Muley Hafid perché cessasse il suo aiuto ai ribelli sahariani (Sahara Occidentale), consolidarono le pretese francesi, a scapito di quelle tedesche. Nel 1912, un accordo franco-ispano-britannico determinò la trasformazione del paese in protettorato francese e la sua suddivisione: la Spagna ricevette la regione del Rif, al nord - dove si trovano Ceuta e Melilla - e quella di Ifni al sud, vicino al Sahara. In cambio, gli inglesi ottennero il consenso francese alla loro politica in Egitto e Sudan. La città di Tangeri fu dichiarata porto libero internazionale e il sultano divenne una figura decorativa.
Le zone sotto il controllo spagnolo si trasformarono nel rifugio dei nazionalisti che non volevano arrendersi alla dominazione europea. Nel 1921, fu lì che ebbe inizio la sollevazione berbera dell’emiro Abdel Krim (Abd al-Karim al-Khattab), il quale, ricevuta l’approvazione della III Internazionale e del Movimento Panislamico, proclamò la Repubblica delle Tribù Confederate del Rif, sollevò le tribù dell’interno e mise gli spagnoli sulla difensiva. I francesi intervennero e la ribellione si ampliò a tutto il territorio, ma riuscirono a ottenere la resa dell’emiro solo nel 1926.
Nella regione meridionale, il dominio spagnolo continuò a essere solo nominale, nonostante la pressione francese perché si ponesse fine al «santuario» dove trovavano rifugio ribelli algerini, marocchini, sahariani e mauritani (Sahara Occidentale).
Durante la seconda guerra mondiale, l’agitazione nazionalista fu costante e le esigenze di liberazione si fecero così urgenti che lo stesso sultano Mohamed V se ne fece portavoce. Per calmare il popolo, la Francia pensò persino di ricorrere al prestigio del vecchio emiro Abdel Krim, che era stato deportato a Réunion. Il veterano della lotta approfittò di uno scalo in Egitto per fuggire dalla nave e rifugiarsi al Cairo, dove morì nel 1963. La crescente tensione portò i francesi a deporre Mohamed V, nel 1953, ma questa misura servì soltanto a radicalizzare il movimento nazionalista, che intraprese la lotta armata finché la pressione popolare ottenne il ritorno al prono del sultano. Nel 1956, i francesi dovettero riconoscere la totale indipendenza del Marocco.
Il 17 aprile 1956, il Marocco riprese possesso di Melilla, Tangeri e della «zona speciale» di Ceuta, tuttavia i porti di queste due città continuano a essere ancora oggi piazzeforti sotto la sovranità spagnola. L’enclave di Ifni fu restituita al Marocco solamente nel 1969.
L’intenzione di Mohamed V era di «avanzare lentamente» verso la modernizzazione delle istituzioni economiche e politiche del paese. Tuttavia, suo figlio Hassan II - che gli succedette alla sua morte - aveva idee più conservatrici. Il suo regime teocratico - la famiglia discende da uno dei rami di quella del profeta Mohammed - e il sistema di potere si basavano sui favori e obblighi di stile paternalista che impedivano la formazione di un’autentica classe imprenditoriale nazionale. Al contempo, il re incoraggiava gli investimenti stranieri, in particolare quelli francesi, per lo sfruttamento delle principali ricchezze del paese.
Nel 1965 Hassan II comandò l’omicidio di Ben Barka, leader del potente partito d’opposizione Unione Nazionale delle Forze Popolari (UNFP), che chiedeva l’applicazione di un programma economico e sociale a vantaggio della maggioranza operaia e contadina.
La scomparsa di Ben Barka a Parigi fu seguita da una crudele repressione delle forze popolari. L’UNFP si divise e il settore leale agli ideali di Ben Barka fu costretto ad agire in clandestinità, mentre il gruppo condotto da Abderrahim Buabid prese il nome di Unione Socialista, ma tradì quei principî per essere accettato come partito minoritario in Parlamento. L’Istiqlal, dal canto suo, trasformò il proprio anticolonialismo iniziale in un nazionalismo espansionista di destra, che appoggiava il progetto di Hassan II di ricreare il «Grande Marocco» annettendo il Sahara Occidentale e, se possibile, la Mauritania.
Le contraddizioni della società marocchina si acuirono nel 1975, quando re Hassan II occupò il Sahara e cominciò una guerra che provocò importanti cambiamenti politici nel nord dell’Africa.
Lo sforzo bellico e la caduta del prezzo dei fosfati sul mercato internazionale, sommati alla perdita degli aiuti dell’Arabia Saudita, come rappresaglia per la decisione di Hassan II di appoggiare gli accordi di Camp David tra Egitto e Israele, provocarono l’aggravamento della crisi economica. Le conseguenze politiche della crisi non si fecero attendere, e l’anno 1979 fu segnato da grandi manifestazioni di piazza di studenti e lavoratori. D’altro canto, anche il ritiro della Mauritania dalla guerra del Sahara, nel luglio del 1980, fu un duro colpo per il governo, che doveva affrontare da solo la responsabilità del proseguimento della lotta.
La siccità del 1980-1981 provocò scarsità di generi alimentari e costrinse il governo a importarli portando il debito estero marocchino a limiti intollerabili. Il FMI accorse in aiuto della monarchia con prestiti d’emergenza, che ebbero come contropartita l’eliminazione dei sussidi per l’alimentazione e l’alloggio. Ciò rese ancor più difficile la vita dei lavoratori. Gli ambizioni piani di sviluppo economico entrarono in crisi e «l’esportazione di disoccupazione» fu limitata dalle restrizioni imposte dalla Francia all’ingresso degli immigranti.
La crisi si acuì con la rottura della tregua da parte di alcuni partiti d’opposizione moderati. L’Unione Socialista delle Forze Popolari (USFP) diede il via a manifestazioni di piazza contro il governo. Nel giugno del 1981, quest’ultimo represse sanguinosamente le proteste a Casablanca, con un saldo di 60 morti, secondo i calcoli ufficiali, o di 637 secondo l’opposizione. Duemila persone furono incarcerate. Il cosiddetto massacro di Casablanca segnò la rottura definitiva tra il re e i restanti partiti di sinistra, che non accettarono di continuare a pagare l’alto prezzo della guerra in Sahara: più di un milione di dollari al giorno.
All’inizio del 1983, con il ristagno della guerra, sorsero segnali di divisioni interne nell’esercito. La crisi militare divenne pubblica con l’omicidio del generale Ahmed Dlimi, comandante supremo delle Forze Armate Reali, che morì in circostanze misteriose, dopo aver mantenuto contatti segreti in Europa per accelerare un accordo che avrebbe messo fine alla guerra nel Sahara.
Il 10 giugno 1983 i marocchini votarono per eleggere 15.492 consigli municipali in tutto il paese. Secondo gli osservatori internazionali, i numeri forniti dal governo furono «truccati». L’opposizione di sinistra denunciò i brogli e accuso re Hassan II di ignorare la volontà popolare.
Nel 1984, la Repubblica Araba Sahariana Democratica (RASD) proclamata dai combattenti del Fronte Polisario nel territorio dell’antico Sahara spagnolo, fu riconosciuta come membro a pieno titolo dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA). Il Marocco, per rappresaglia, si ritirò dall’organizzazione panafricana.
In qualità di gerarca religioso, il re marocchino cominciò a preoccuparsi per l’insorgenza di correnti islamiche integralista, che stavano espandendosi in tutto il mondo arabo. Per questo, Hassan II aumentò le misure amministrative per rafforzare il potere degli «ulema» e degli altri rappresentanti del potere religioso.
Nel 1987 il monarca marocchino suggerì a re Juan Carlos di Spagna la costituzione di un «gruppo di riflessione», formato dai rappresentanti dei due governi e destinato a studiare il destino di Ceuta e Melilla. Tuttavia, in Spagna, la proposta non fu ben accolta, poiché si insisteva sul «carattere storico» della presenza ispanica a Ceuta e Melilla.
Nel maggio del 1988, dopo 12 anni di tensioni, Marocco e Algeria ristabilirono le relazioni diplomatiche, grazie agli sforzi di mediazione di Arabia Saudita e Tunisia. Il motivo della rottura dei rapporti era stata la guerra nel Sahara, poiché l’Algeria appoggiò sin dall’inizio, apertamente, i nazionalisti sahariani. L’avvicinamento algerino-marocchino permise la costruzione di un gasdotto che unì le due nazioni all’Europa attraverso lo Stretto di Gibilterra. Un’impresa algerino-marocchina con sede a Rabat fu incaricata di trasportare tra i 10 e i 15 milioni di metri cubi di gas algerino, a partire dal 1995.
Il numero di disoccupati in Marocco aumenta di giorno in giorno. La migrazione verso le città - un milione di persone abbandona le campagne ogni anno - ha esacerbato i problemi urbani degli alloggi, degli impianti igienico-sanitari, dell’acqua e degli altri servizi. Nell’ottobre del 1992, 800 cittadini marocchini furono fermati a Tarifa, nel sud della Spagna, mentre cercavano di entrare illegalmente nel paese.
Nel 1992, il paese attraversò un processo di risanamento della propria economia. Il deficit dello Stato fu ridotto dal 10% degli inizi degli anni ‘80, al 3,2% nel 1992. Si riequilibrò la bilancia dei pagamenti e aumentarono le riserve nette del paese.
Il Consiglio Internazionale per il controllo dei Narcotici delle Nazioni Unite denunciò che molti agricoltori in paesi come il Marocco avevano cominciato a coltivare oppio e coca, materie prime utili alla fabbricazione rispettivamente di eroina e cocaina.
Nel Sahara, l’avvicinamento algerino-marocchino diede impulso a una soluzione negoziata del conflitto, fondata su un referendum sotto il controllo delle Nazioni Unite, perché gli abitanti della RASD scegliessero tra l’indipendenza e l’unione con il Marocco. Il governo marocchino diede l’avvio al processo plebiscitario, confidando sulla sconfitta definitiva del Fronte Polisario (Sahara Occidentale).
La politica della tortura e delle sparizioni non fu circoscritta ai cittadini sahariani, ma fu comune anche nei confronti della popolazione marocchina. Nubier Amaui, segretario generale della Confederazione Democratica del Lavoro, fu condannato a due anni di prigione per diffamazione contro il regime. Fu liberato mesi dopo, in seguito alla vittoria dell’opposizione in Parlamento. L’Associazione Marocchina per i Diritti Umani denunciò nel febbraio del 1993 l’esistenza di 750 prigionieri politici.
Re Hassan II destituì, nell’agosto del 1992, il governo del primo ministro Azedine Laraki, e nominò un nuovo esecutivo capeggiato da Mohamed Karim Lamrani, che aveva esercitato la carica tra il 1971 e il 1983. Il governo indisse un referendum per l’approvazione di una nuova Costituzione per conferire maggiori poteri al Parlamento. In ogni caso, il re manteneva il potere di nominare il primo ministro.
L’opposizione vinse le prime elezioni parlamentari realizzare dopo la riforma, nel giugno del 1993, aggiudicandosi 99 seggi su 222, mentre il partito di governo ne conquistò 74. Due mesi più tardi Hassan II organizzò la spettacolare inaugurazione di una delle moschee più grandi del mondo, a Casablanca, il cui costo fu di 536 milioni di dollari.
Nonostante la riforma costituzionale, il re continuò a decidere gran parte della politica del paese e nel maggio del 1994 nominò primo ministro un suo parente, Abd al-Latif Filali. In agosto il re esortò inaspettatamente «all’integrazione della cultura e della lingua berbere nella vita nazionale».
La situazione economica del paese peggiorò bruscamente nel 1995, la causa principale fu l’assenza di piogge, che fece cadere il raccolto a un sesto di quello dell’anno precedente. Il PNL, che era cresciuto del 12%, si ridusse al 4% nel 1995. Dopo ardue negoziazioni, il Marocco e l’Unione Europea firmarono un nuovo accordo di associazione in novembre.
All’inizio del 1996, il governo annunciò che avrebbe sottoposto a referendum un insieme di proposte per una riforma costituzionale. I cambiamenti, che puntavano essenzialmente a concordare un organo legislativo bicamerale, furono approvati in settembre. Il re mantenne la facoltà di sciogliere le Camere. La politica di privatizzazione continuò quell’anno con la vendita di alcune imprese.
Nel settembre del 1997, il Marocco e il Fronte Polisario raggiunsero un accordo per rilanciare il piano di pace nel Sahara Occidentale, scambiare i prigionieri, liberare i detenuti politici, permettere il ritorno dei rifugiati, accantonare le truppe. Fu annunciata anche la realizzazione di un referendum sullo statuto (indipendenza o integrazione con il Marocco) del territorio conteso.
Nelle elezioni legislative del novembre 1997, una coalizione d’opposizione formata da quattro partiti politici conquistò 102 del 325 seggi del Parlamento. Il blocco comprendeva l’Unione Socialista delle Forze Popolari, che ottenne 57 seggi e il Partito dell’Indipendenza, che ne vinse 32. L’alleanza di destra e filogovernativa Wifaq ottenne 100 seggi (inclusi i 50 dell’Unione Costituzionale) e i suoi alleati centristi 97 (inclusi i 46 dell’Unione Nazionale degli Indipendentisti), il che diede al governo un ampio appoggio parlamentare.
Nel febbraio del 1998 re Hassan II nominò primo ministro il leader dell’Unione Socialista delle Forze Popolari, Abderrahmane el-Youssoufi, e in marzo formò il nuovo gabinetto.
 
Schede:
Almoravidi e Almohadi
La civiltà islamica: origini e fondamenti
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