orario.gif (1412 byte)The current time
Sudan
/Testi/Mondo/Africa/Sudan.gif (4106 byte)
 
/Testi/Mondo/Africa/ban-italia.gif (471 byte)
Capitale: Khartoum
Superficie: 2.505.810 km²
Popolazione: 32,594 milioni
Speranza di vita: 55,54 anni
Pil pro capite: 860 $ / anno
Valuta: 1 Sudanese pound (£Sd) = 100 piastres
 
ban-spagna.gif (1946 byte)
Capital: Khartoum
Superficie: 2.505.810 km²
Población: 32,594 millones
Esperanza de vida: 55,54 años
Pib pro capita: 860 $ / año
Divisa: 1 Sudanese pound (£Sd) = 100 piastres
 
ban-ingh.gif (1382 byte)
Official name: Republic of the Sudan
Capital: Khartoum
Area: 2,505,810 km²
Population: 32.594 million
Languages: Arabic, Nubian, Ta Bedawie, diverse dialects of Nilotic
Life expectation: 55.54 years
Gdp per capita: 860 $ / year
Currency: 1 Sudanese pound (£Sd) = 100 piastres
 
 
 
 
Scheda tratta da:
guida.gif (17371 byte)emi.gif (1780 byte)
EMI - Editrice Missionaria Italiana
Via di Corticella, 181
40128 Bologna
 
item.gif (6574 byte)
 
Per il momento è disponibile solo in italiano.
Hasta el momento está disponible sólo en italiano.
Until the moment, still it is available only in Italian.
/Testi/Mondo/Africa/ban-italia.gif (471 byte)
 
L’influenza costante esercitata dall’Egitto sulle terre che gli egiziani chiamavano Kus e i greci Nubia fu uno dei fattori che impedì, dal III millennio a.C. sino all’era cristiana, la formazione di uno stato organizzato in questa regione: i faraoni preferivano, infatti, che la loro retroguardia fosse abitata da tribù separate tra loro. Si dovette attendere fino all’VIII secolo prima che il regno di Napata potesse sorgere, in quanto in quel periodo la decadenza egiziana era arrivata a tal punto da permettere che il territorio fosse governato da dinastie straniere. L’ultima di esse fu appunto sudanese: i re di Napata conquistarono l’Egitto nel 730 a.C. e divennero automaticamente faraoni fino al 663 a.C., quando furono deposti a causa della conquista assira. La decadenza della dinastia comportò anche quella del paese il quale, benché non occupato dai conquistatori, si disgregò, dando vita ben presto ai tre «regni delle cateratte», Nobatia, Dongola e Alodia, destinati a durare oltre 20 secoli.
Mentre i persiani, i greci, i romani e gli arabi si succedevano nel dominio dell’Egitto, questi regni si mantennero politicamente e culturalmente autonomi, facendo da intermediari commerciali tra il mercato mediterraneo e le fonti di schiavi, avorio, pelli e altri articoli dell’Africa equatoriale. Questo lungo periodo fu però caratterizzato da pochi grandi avvenimenti, la conversione al cristianesimo nel VI secolo d.C. ad opera degli etiopi e l’invasione araba avvenuta un secolo più tardi, che obbligò il re di Dongola, mediante un trattato che garantiva l’integrità territoriale del suo regno e di quello di Alodia, a favorire i commercianti arabi e permettere il culto musulmano. Questo trattato rimase in vigore per più di 600 anni.
I mamelucchi egiziani distrussero Dongola nel XIV secolo e Alodia intorno al 1500. Le loro incursioni divennero costanti, nonostante la formazione di nuovi regni, questa volta musulmani, a Sennar (sopra il Nilo Azzurro, Al-Bahr al-Azraq), Kordofan più ad ovest e Darfur in pieno deserto.
Deciso a sterminare i mamelucchi, il pascià Mohammed Ali penetrò in Sudan nel 1820. Da allora la presenza militare egiziana, che stabilì una base a Khartoum, divenne costante, culminando nel 1876 con la completa occupazione del paese. Questa dominazione ebbe un violento impatto sul paese: l’unificazione distrusse l’autonomia di tutte le piccole comunità locali; l’introduzione di nuovi riti, sebbene nell’ambito dell’ortodossia sunnita predominante, turbò gli ambienti religiosi; l’abolizione della schiavitù promossa dagli inglesi, danneggiò i potenti trafficanti che, fino a poco tempo prima, avevano controllato il paese ed infine l’imposizione di tasse che gravavano soprattutto su agricoltori e allevatori creò un clima di profondo e generale scontento.
Quando, nel 1881, Mohammad Ahmad si proclamò «Mahdi» - salvatore o redentore - e iniziò una crociata per salvare l’islamismo, trovò subito consensi, specialmente tra la popolazione arabizzata del nord. L’intervento diretto degli inglesi, che nel 1882 avevano occupato l’Egitto, non poté cambiare il corso militare dell’insurrezione. Nel 1885 i mahdisti occuparono Khartoum, sconfiggendo gli inglesi del generale Gordon e instaurarono il primo governo nazionale. Ma gli interessi britannici non potevano consentire l’esistenza di uno stato che si opponesse al loro progetto di unire Il Cairo con Città del Capo tramite un «corridoio» ininterrotto di colonie: nel 1898 un’operazione «a tenaglia» mobilitò le truppe dell’Egitto da un lato e dell’Uganda e Kenya dall’altro, attaccando il Mahdi su due fronti.
La Francia, che a sua volta accarezzava un sogno transcontinentale est-ovest ed era quindi interessata al Sudan, inviò le sue truppe nella regione. Stretto in una morsa, il Mahdi capitolò nel settembre del 1898, dopodiché l’incontro tra gli eserciti coloniali a Fachoda quasi portò alla guerra tra Francia e Gran Bretagna, evitata grazie al riconoscimento da parte dei francesi del dominio britannico sul bacino del Nilo, ufficializzato sotto forma di «condominio» anglo-egiziano sul Sudan.
Per mettere un freno alle aspirazioni reali dell’Egitto, che desiderava estendere la propria giurisdizione su tutto il Nilo unificando politicamente Il Cairo e Khartoum, gli inglesi minacciarono di concedere un’«autonomia federale» alle popolazioni meridionali, costituite da una maggioranza animista e una minoranza cristiana contro la popolazione araba e musulmana del nord. Gli inglesi crearono dei close districts impedendo ogni rapporto tra sud e nord.
Nel 1953 il Sudan ottenne un regime di autogoverno e nel 1955 scelse un parlamento interamente sudanese che, il 1° gennaio del 1956, proclamò l’indipendenza del paese. Tuttavia la popolazione del sud non vedeva una soluzione ai propri problemi, in quanto restava esclusa e senza partecipazione reale alla politica del nuovo stato. Cinque mesi prima della dichiarazione di indipendenza scoppiò una guerra civile destinata a protrarsi per 16 anni con alcune interruzioni.
Nel 1969 il generale Gaafar al-Nimeiry prese il potere con un colpo di stato, sciolse il parlamento, proclamò la Repubblica Democratica Sudanese ed instaurò un regime monopartitico guidato dall’Unione Socialista Sudanese. I territori del sud ottennero una certa autonomia amministrativa.
In seguito Nimeiry modificò le proprie posizioni: ruppe le relazioni con l’Unione Socialista Sudanese, scatenò una violenta persecuzione contro i suoi ex alleati e si avvicinò ai regimi arabi conservatori, disattendendo le promesse di autonomia che aveva fatto alle province meridionali.
Nel 1972, dietro pressione della comunità internazionale e a causa dello scontento sempre maggiore che dilagava nel paese, Nimeiry si vide obbligato a firmare un accordo con la guerriglia, concedendo ampia autonomia alle province meridionali mentre i guerriglieri deposero le armi e si integrarono tra le fila dell’esercito regolare.
Nel maggio del 1977 Nimeiry fu rieletto presidente per un nuovo mandato di sei anni. Poco dopo il governo di Khartoum annunciò l’inizio di un processo di «riconciliazione nazionale» che consentì il ritorno nel paese di alcuni leader politici in esilio e la partecipazione alla vita politica a partiti fino ad allora all’opposizione, come l’Ansar (Partito Umma), il Partito Democratico Popolare e i Fratelli Musulmani. Restarono esclusi il Partito Comunista Sudanese e il Fronte Nazionale dell’ex ministro delle Finanze Sherif al-Hindi.
Nel 1976 il Sudan e l’Egitto firmarono un patto di mutua difesa e il governo di Nimeiry appoggiò inizialmente gli accordi di Camp David sottoscritti da Sadat, Carter e Begin. Tuttavia, quando si avvide che questa posizione lo isolava dal resto del mondo arabo, il regime di Khartoum cominciò ad allontanarsi da Il Cairo per avvicinarsi all’Arabia Saudita. In seguito Nimeiry adottò una linea che enfatizzava il carattere islamico del regime. Con questa islamizzazione non fece che alienarsi le simpatie del sud del paese che non si riconosce nella religione musulmana.
La fragilità del regime di Nimeiry si rivelò quando, nel 1981, si sfiorò l’ennesimo colpo di stato (il dodicesimo da quando salì al potere). Nell’ottobre dello stesso anno il presidente sciolse l’Assemblea nazionale e l’Assemblea regionale del sud con la promessa di indire nuove elezioni, tentando così di neutralizzare gli avversari interni ed ottenere un nuovo mandato. Gli abitanti delle province meridionali contestarono la politica del regime, accusandolo non solo di non promuovere lo sviluppo economico della regione, ma di trasferire al nord anche le poche risorse esistenti.
Nimeiry fu rieletto per la terza volta nel 1983, nonostante le accuse di brogli elettorali. Nel giugno dello stesso anno, in maniera inconsulta e violando l’accordo del 1972, il governo suddivise le province meridionali in unità regionali più piccole, generando immediatamente reazioni di malcontento presso la popolazione interessata dal provvedimento. A settembre Nimeiry impose senza preavviso l’applicazione della legge islamica (sharia) sull’intero territorio nazionale, cedendo alle pressioni dell’Arabia Saudita, pur di ottenere aiuti economici. Questa decisione provocò la protesta generale degli animisti e dei cristiani del sud e l’immediata riorganizzazione della guerriglia.
Dopo una rivolta scoppiata nella città di Bor, nacque il Movimento Popolare di Liberazione del Sudan (SPLM), organizzazione politico-militare che fornì alla guerriglia del sud una nuova base ideologica. Il nuovo movimento si prefiggeva l’obiettivo di realizzare l’unità nazionale e l’instaurazione del socialismo, nel rispetto dell’autonomia del sud e della libertà religiosa.
L’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (SPLA), ala militare del SPLM, estese a tal punto le sue azioni che le compagnie petrolifere straniere che effettuavano sondaggi petroliferi nel sud del Sudan abbandonarono gradualmente gli impianti per timore della guerra. Frattanto nel nord i Fratelli Musulmani e i partiti di opposizione intensificarono le critiche a Nimeiry, accusandolo di usare la legge islamica per reprimere i dissidenti. Anche la comunità finanziaria internazionale iniziò a far pressione sul presidente sudanese affinché applicasse integralmente la sharia.
Il debito estero salì alle stelle, sfiorando gli ottomila milioni di dollari. Il pagamento degli ammortamenti e degli interessi fu sistematicamente ritardato e, almeno in due occasioni fino agli inizi del 1984, il paese sfiorò la bancarotta.
Nel 1985 il governo statunitense sospese i finanziamenti e il FMI impose l’aumento die prezzi dei generi alimentari. Scoppiò una rivolta che interessò anche la capitale. Nell’aprile del 1985 Nimeiry si recò in visita negli Stati Uniti in cerca di aiuto, ma non gli fu possibile fare ritorno nel suo paese, in quanto il ministro della Difesa e comandante generale dell’esercito Abdul Rahman Suwar al-Dahab aveva preso il potere.
Il golpe non modificò la situazione politica. La borghesia islamica del nord cominciò ad adeguarsi mentre il SPLM proseguì nella guerriglia, dato che la discriminazione politico-economica delle province meridionali restava sostanzialmente invariata. Furono sciolti i partiti politici ed abolita la divisione del sud. Inoltre si prese in considerazione l’applicazione della sharia e Dahab promise di indire le elezioni nel 1986.
Le elezioni si svolsero nell’aprile del 1986; Sadiq al-Mahdi fu eletto primo ministro e il Partito Popolare (UMMA), la cui politica si basava sul Corano e sulle tradizioni islamiche, ottenne 99 seggi.
Il SPLA chiese le dimissioni di Mahdi e la formazione di un governo provvisorio, mentre i suoi dodicimila guerriglieri circondavano le guarnigioni del sud fedeli al governo, mantenendo il Sudan praticamente diviso in due, mentre la fame mieteva le sue prime vittime nella regione a causa del blocco aereo creato dalla guerriglia. Quest’ultima acconsentì a far passera gli aerei con le scorte alimentari e i medicinali dell’ONU diretti alle città assediate di Juba, Yirol e Wau. Tuttavia le contraddizioni economiche, politiche e culturali esistenti tra nord e sud rimasero irrisolte, prolungando il conflitto.
Nel giugno del 1989, con il perpetuarsi della guerra tra SPLM e l’esercito nazionale e con il costante aumento della tensione sociale, il generale Bashir depose il presidente attribuendo al governo le responsabilità della crisi politico-economica. Bashir sciolse i partiti politici, creò una giunta militare composta da 15 membri e promise che avrebbe messo fine alla guerra.
Dopo 10 mesi di governo militare, vi fu un nuovo tentativo di colpo di stato da parte degli alti ranghi dell’esercito. Anche in quest’occasione i tentativi di mediazione di Etiopia, Kenya, Uganda, Zaire e Stati Uniti non riuscirono a risolvere il lungo conflitto interno. Le varie iniziative di pace fallirono, mentre le truppe governative e i gruppi paramilitari arabi finanziati da Bashir perseguitavano le popolazioni del sud. Spesso le popolazioni africane del sud sono state costrette ad abbandonare le terre a causa degli attacchi di queste bande armate.
Il 4 febbraio 1991 il governo instaurò il sistema federale. Il Sudan fu suddiviso in nove stati, ciascuno amministrato da un governatore e un gabinetto ministeriale. Il 31 gennaio dello stesso anno il governo del generale Bashir approvò un nuovo codice penale basato sulla sharia applicabile nel nord del paese dove predomina la religione islamica.
I primi mesi del 1992 l’Ufficio statunitense di aiuto estero alle vittime di catastrofi denunciò lo sterminio sistematico di persone appartenenti all’etnia nuba, la deportazione nelle regioni desertiche dei profughi che affluivano a Khartoum e la loro reclusione in accampamenti privi di acqua potabile e servizi sanitari. A marzo l’esercito, appoggiato da Etiopia, Iran e Libia, lanciò un’offensiva militare contro l’Esercito Popolare di Liberazione riuscendo a riconquistare la città di Bor, nel sud, simbolo della rivolta.
Nel gennaio del 1993, ci fu un impegno governativo per adeguare la politica economica agli obiettivi fissati dal FMI e dalla Banca Mondiale. Le riforme furono però giudicate insufficienti da entrambi gli organismi internazionali ed inoltre il paese non riuscì a pagare il debito estero. Di conseguenza, in aprile furono sospesi i finanziamenti destinati a progetti per la creazione di infrastrutture. Il denaro pubblico destinato alla difesa toccò in quel periodo i 2 milioni di dollari al giorno.
La perdita di controllo interno - al sud opera l’Esercito Popolare di Liberazione comandato da John Garang e al nord il gruppo ribelle Nasir capeggiato da Riek Mashar, dissidente del SPLA - provocò una violenta repressione contro gli oppositori e contro le comunità contadine che stavano dalla parte dei guerriglieri.
I negoziati iniziati ad Abuja, in Nigeria, nel maggio del 1992 con il patrocinio del presidente nigeriano, terminarono in giugno con un comunicato generico e ambiguo. La pressione internazionale indusse Omar Bashir a revocare il blocco dei voli verso il sud, che impediva il trasporto di cibo e medicinali destinati alle vittime della fame (si calcola che 6 milioni di persone siano minacciate di fare la stessa fine delle 60.000 persone che, nel febbraio del 1993, morirono di fame a Parayand, 800 km a sud-est di Khartoum).
Nel febbraio del 1993 il SPLA e il governo ripresero i negoziati ad Entebbe, in Uganda, ai quali non partecipò il dissidente Mashar, in quanto preferì accelerare a Nairobi la fusione con un altro gruppo dissidente del SPLA capeggiato da William Nyuon. Questa alleanza, sottoscritta in aprile, consentì la firma di una tregua con il governo e la promessa di portare avanti le trattative iniziate nel maggio del 1992 in Kenya. I negoziati tra Garang e Bashir ad Abuja terminarono nel giugno del 1993 con un nulla di fatto a causa del disaccordo sulla restituzione del potere alle province e l’impasse durò fino alla fine dell’anno.
Nel maggio del 1994 il governo firmò con i due gruppi ribelli un accordo che prevedeva aiuti alle popolazioni isolate dal conflitto. La situazione continuò, però, a peggiorare ed aumentarono le denunce da parte delle organizzazioni umanitarie. Nel giugno del 1995 l’African Rights accusò Khartoum di essere responsabile del «genocidio» dell’etnia nubio.
Alle elezioni del marzo del 1996 Bashir fu rieletto con il 76% dei voti. Dopo 12 anni di guerra, con un milione di morti e tre milioni di profughi, le possibilità di coesistenza pacifica tra i «teocrati» del nord del paese e i ribelli del sud sembravano diminuire sempre più.
Nel novembre del 1997le dispute con l’Egitto per l’amministrazione del triangolo di Halaib - ricco di fosfato, manganese e presumibilmente di petrolio - spinsero il Sudan a richiedere l’intervento della Lega Araba. In virtù dell’accordo del 1899, il Halaib apparteneva all’Egitto, però un nuovo accordo firmato nel 1905 lo aveva ceduto al Sudan.
Nel gennaio del 1998 gli Stati Uniti annunciarono un embargo economico contro il Sudan accusato di appoggiare il terrorismo internazionale, addestrando gruppi di opposizione in paesi vicini al fine di destabilizzarli, e di violare i diritti umani.
Un mese più tardi l’ONU chiese alla comunità internazionale di offrire al Sudan oltre 100 milioni di dollari in aiuti umanitari per assistere i 4 milioni di vittime della guerra e per far fronte alla siccità.
La guerriglia sudanese rivendicò la paternità dell’attentato di febbraio nel quale morì il vicepresidente Al-Zubair Mohammed Saleh, che si trovava a bordo di un aereo precipitato nella località di Nasir, a 700 km da Khartoum. Secondo gli osservatori, i ribelli cristiani del SPLA avrebbero avuto l’appoggio degli Stati Uniti attraverso la collaborazione di Uganda, Etiopia ed Eritrea. La Chiesa cattolica del Sudan decise di partecipare per la prima volta ai negoziati di pace tra il governo islamico e la fazione dell’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (SPLA) disposta al dialogo.
 
Schede:
La creazione dell'Africa
Le culture africane prima della colonizzazione
La civiltà del Kanem-Bornu
La civiltà islamica: origini e fondamenti
freccia-sn.gif (1003 byte)

continenti.gif (1501 byte)

home.gif (1473 byte)