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Tunisia
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Capitale: Tunisi
Superficie: 163.610 km²
Popolazione: 9,245 milioni
Speranza di vita: 72,85 anni
Pil pro capite: 4.800 $ / anno
Valuta: 1 Tunisian dinar (TD) = 1,000 millimes
 
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Capital: Tunes
Superficie: 163.610 km²
Población: 9,245 millones
Esperanza de vida: 72,85 años
Pib pro capita: 4.800 $ / año
Divisa: 1 Tunisian dinar (TD) = 1,000 millimes
 
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Official name: Republic of Tunisia
Capital: Tunis
Area: 163,610 km²
Population: 9.245 million
Languages: Arabic, French
Life expectation: 72.85 years
Gdp per capita: 4,800 $ / year
Currency: 1 Tunisian dinar (TD) = 1,000 millimes
 
 
 
 
Scheda tratta da:
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EMI - Editrice Missionaria Italiana
Via di Corticella, 181
40128 Bologna
 
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In Tunisia gli arabi trovarono la più forte resistenza alla loro avanzata verso occidente, ma anche uno dei centri in cui la loro cultura era destinata ad essere meglio sviluppata: la città di Al-Qayrawan è associata al nome di alcuni dei più brillanti architetti, medici e storiografi islamici. Durante il processo di dissoluzione dell’impero almohade (Marocco), la Tunisia ottenne l’indipendenza durante la dinastia berbera degli Hafessidi che, tra il XIII secolo e gli inizi del XVI, estese l’egemonia sulle coste dell’Algeria.
Lo sviluppo del commercio marittimo europeo attirò nella regione i corsari turchi, il più famoso dei quali, Khayr ad-Din, noto come Barbarossa, stabilì la sua base operativa a Tunisi, per cui le coste algerine e tunisine finirono sotto il dominio dei sultani ottomani. Tuttavia l’interno rimase in mano alle tribù berbere. La necessità di mantenere buoni rapporti con queste ultime, alleate di Istanbul, permise al «bey» - governatore nominato - una grande autonomia e lo trasformò in pratica in sovrano ereditario: dal 1612 al 1702 governò la famiglia Murad e dal 1705 sin dopo la dichiarazione di indipendenza (1957) la dinastia Husseinita.
Dopo l’occupazione francese dell’Algeria, gli interessi economici europei crebbero costantemente e provocarono un progressivo indebitamento: nel 1869 il peso del debito estero obbligò il bey ad affidare a una commissione anglo-franco-italiana il controllo delle finanze del paese. L’ingerenza straniera andò aumentando finché, nel 1882, 30.000 soldati francesi occuparono il paese in virtù di un accordo con il quale la Gran Bretagna - che aveva appena occupato l’Egitto - «cedeva i suoi diritti» sulla Tunisia per compensare la Francia della perdita del controllo sul canale di Suez.
Nel 1925 nacque in Tunisia un movimento che richiedeva una Costituzione in grado di garantire l’autonomia del paese (Destur I). Dopo la seconda guerra mondiale il partito indipendentista Neo Destur raccolse molti consensi e vi furono degli episodi di rivolta anticolonialista che portarono alla lotta armata tra il 1952 e il 1955. Nel marzo del 1956 la Francia riconobbe la sovranità del regime del bey, erede di quel monarca che nel 1881 aveva accettato il protettorato francese. Un anno dopo, il 25 luglio 1957, il re fu deposto da un’Assemblea costituente controllata dai desturiani. Fu proclamata la repubblica e il massimo dirigente del partito, Habib Bourghiba, avviò un’attiva campagna contro la presenza francese nella base navale di Biserta, riuscendo ad ottenerne l’evacuazione nel 1964. In quell’anno il partito Neo Destur si ribattezzò Partito Socialista Destur (PSD), unico partito legale fino al 1981.
Tra il 1963 e il 1969, le direttive del ministro dell’Economia Ahmed Ben Salah, furono collettivizzate le piccole proprietà nel settore agricolo e gli impianti commerciali. Furono inoltre nazionalizzate le imprese straniere.
Nel 1969 il ministro Ben Salah fu arrestato e successivamente espulso dal paese; fu abbandonato il processo di collettivizzazione e cooperativizzazione agraria e il paese si aprì al capitale straniero. Nel 1972 una legge trasformò praticamente tutto il territorio nazionale in zona franca per le industrie esportatrici. Habib Bourghiba, il «combattente supremo», fu nominato presidente a vita.
Verso la fine degli anni ‘70 l’economia subì una flessione dovuta al calo delle esportazioni di fosfati e alle misure protezionistiche della CEE sull’industria tessile, che ricopriva un ruolo importante per il paese. Nel gennaio del 1978 l’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini (UGTT), il più antico sindacato africano, proclamò uno sciopero generale contro la politica salariale e la repressione sindacale. Il bilancio degli scontri che seguirono fu di decine di morti. I dirigenti del sindacato, tra cui il leader Habib Achour, furono arrestati.
Nel 1980 fu nominato primo ministro Mohamed Mzali, il quale avviò un processo di apertura politica. Un anno dopo fu permessa la riorganizzazione dei partiti e le elezioni sindacali produssero un rinnovamento all’interno dell’UGTT. Nel novembre del 1981 si svolsero le elezioni generali alle quali il Fronte Nazionale, partito al governo, ottenne il 94% dei voti e la totalità dei seggi. Le elezioni furono seguite da numerose denunce di brogli.
Nel gennaio del 1984 il governo decise di sopprimere i sussidi statali a vari generi alimentari. Il prezzo del pane aumentò del 115% e vi furono violente manifestazioni con un bilancio di oltre 100 morti. Il presidente Bourghiba revocò l’aumento dei prezzi. Nel 1985, dopo nuovi conflitti sindacali, l’UGTT fu messa sotto il controllo governativo. Ci furono inoltre grandi scontri con il nascente movimento islamico che portarono a centinaia di arresti e di condanne a morte.
Durante il periodo dominato da Bourghiba, la società tunisina divenne la più occidentalizzata del mondo arabo. Dal 1986 la reazione islamica richiamò l’attenzione della società civile su due questioni: in primo luogo il posto riservato alla religione nella vita dell’individuo e della comunità e in secondo luogo l’identità araba e musulmana del paese. Mise inoltre in questione l’emancipazione della donna e l’influenza del turismo europeo.
Nel 1986 iniziò l’ascesa politica dell’allora colonnello, e successivamente generale, Zin El-Abdin Ben Ali. Nel 1987 fu nominato primo ministro e in novembre sostituì il presidente a vita Bourghiba, definito da una commissione medica mentalmente e fisicamente incapace di adempiere alle sue funzioni. Cominciò allora un processo di «riconciliazione nazionale» accompagnato dalla riapertura degli organi di stampa e dal rilascio di centinaia di prigionieri politici. Il PSD si trasformò in Raggruppamento Costituzionale Democratico (RCD), senza però abbandonare il suo ruolo dominante nella politica tunisina.
Il 2 aprile 1989 si svolsero le elezioni presidenziali e legislative, considerate dagli osservatori le «più libere» dai tempi dell’indipendenza, sebbene 1.300.000 cittadini non vi parteciparono in quanto non figuravano nelle liste elettorali. Queste elezioni evidenziarono un bipolarismo tra il partito di governo RCD, che ottenne l’80% dei voti e la totalità dei seggi, e il movimento islamico Hezb Ennahda che, sebbene dichiarato illegale, raccolse il 15% dei consensi presentandosi con dei candidati indipendenti. Da parte loro i partiti d’opposizione di centro e di sinistra, che accusarono il governo di brogli elettorali, restarono in netta minoranza. Il presidente Ben Ali fu rieletto con il 99% dei voti.
Nel 1968 la Tunisia si oppose al riconoscimento di Israele da parte della Lega Araba e nel 1979 interruppe le relazioni diplomatiche con l’Egitto in seguito agli accordi di Camp David. Nel 1982 accolse militari palestinesi espulsi da Beirut e da quell’anno ospitò la sede ufficiale dell’OLP. Dopo una fase di apertura verso l’islamismo nei primi anni del mandato di Ben Ali, il governo decise di reprimere il movimento Hezb Ennahda, già dichiarato illegale, ed altri gruppi di opposizione. Nel 1991 furono proibiti i partiti religiosi.
Nel giugno del 1990 Amnesty International pubblicò un rapporto sulla Tunisia contenente denunce di torture e maltrattamenti ai danni dei prigionieri detenuti in regime di isolamento. L’organizzazione internazionale chiese inoltre la commutazione di due condanne a morte, che non fu concessa. Verso la metà del 1991 personalità politiche di tutti i partiti di opposizione fecero un appello a sostegno della lotta del movimento studentesco a favore della democrazia e del rispetto dei diritti umani.
In risposta alla mobilitazione popolare, Ben Ali inasprì ulteriormente la legislazione repressiva. Nel marzo del 1992 fu approvata una legge di carattere restrittivo sul diritto di associazione e in luglio alcuni membri del movimento islamico Hezb Ennahba furono condannati all’ergastolo. In via ufficiosa alcuni paesi occidentali giustificarono la politica di Ben Ali, adducendo il pericolo di espansione del fondamentalismo islamico in Tunisia.
Le organizzazione di difesa del diritti umani continuarono a criticare la Tunisia per l’uso della tortura. Nel novembre del 1993 Ben Ali promulgò una nuova legge che limitava le «libertà fondamentali». In quel contesto il presidente fu rieletto con il 99% dei voti alle elezioni generali del marzo del 1994 ed il partito di governo ottenne il controllo sull’88% dei seggi parlamentari.
Il presidente proseguì la su apolitica di liberalizzazione economica, mantenendo il «pugno di ferro» sul piano politico: uno die principali esponenti dell’opposizione, Mohamed Moada, fu condannato a 11 anni di prigione nell’ottobre del 1995 per aver pubblicato un documento relativo alla limitazione delle libertà e per aver tenuto contatti occulti con un «potere straniero» (la Libia).
Il presidente della Banca Mondiale James Wolfensohn si recò in visita in Tunisia nell’aprile del 1996 e la definì il «migliore alunno della Banca Mondiale» nella regione. Ciononostante si prevedeva che la crescente liberalizzazione dell’economia avrebbe portato al fallimento di un terzo delle imprese tunisine ed avrebbe aggravato le diseguaglianze in materia di reddito tra le varie fasce della popolazione.
Nel giugno del 1997 il Fondo Monetario Internazionale sollecitò il governo affinché accelerasse le riforme economiche, in particolare le privatizzazioni, L’organismo internazionale si espresse anche sul tasso di disoccupazione, pari al 15%, definendolo troppo elevato.
Alla fine del 1997 il Parlamento approvò una legge che permetteva al capo dello Stato di utilizzare lo strumento del referendum per apportare modifiche alla Costituzione.
 
Schede:
Almoravidi e Almohadi
La civiltà islamica: origini e fondamenti
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