Stati Uniti d'America
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Capitale: Washington DC
Superficie: 9.629.091 km²
Popolazione: 267.954 milioni
Speranza di vita: 76,04 anni
Pil pro capite: 28.600 $ / anno
Valuta: 1 United States dollar (US$) = 100 cents
 
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Capital: Washington DC
Superficie: 9.629.091 km²
Habitantes: 267.954 millones
Esperanza de vida: 76,04 años
Pib pro capita: 28.600 $ / año
Divisa: 1 United States dollar (US$) = 100 cents
 
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Official name: United States of America
Capital: Washington DC
Area: 9,629,091 km²
Population: 267.954 million
Languages: English, Spanish
Life expectation: 76.04 years
Gdp per capita: 28,600 $ / year
Currency: 1 United States dollar (US$) = 100 cents
 
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Il territorio continentale occupato dagli Stati Uniti fu abitato, fin da circa 30.000 anni prima dell’arrivo degli europei, da popoli venuti dal nord-ovest, probabilmente dall’Asia attraverso lo stretto di Bering. I popoli più importanti furono: apache, arapaho, cherokee, cheyenne, chippewa, crow, comanche, hopi, irochesi, lakota, navajo, nez, perce, oglala, sioux, pawnee, pueblo, seminole, shawnee, shoshone, e ute.
Abitanti dei deserti e delle pianure, vivevano di raccolta e di caccia, in piccole tribù con un’organizzazione sociale piuttosto semplificata, mentre nelle terre fertili svilupparono l’agricoltura e costruirono grandi centri urbani. Il primo e più grande fu Cahokia, vicino all’attuale St. Louis, che si calcola avesse 40.000 abitanti nell’anno 1000 d.C.
La vita religiosa di questi popoli si basava su di una concezione cosmica in cui la Terra non era proprietà di nessuno appartenendo essa all’Universo, considerato un essere vivente, con poteri materiali e spirituali. I capi o sciamani potevano chiamare in aiuto le forze di questo Universo sacro per predire il futuro e governare il popolo, oltre che cura
re gli ammalati.
I primi europei che arrivarono in America furono i vichinghi, ma non si stabilirono nella regione. Dopo il viaggio di Cristoforo Colombo, nel 1492, gli spagnoli fondarono le città di San Agustín in Florida e Santa Fe nel Nuovo Messico, ed arrivarono in Texas e California. Più tardi giunsero gli inglesi, i francesi e gli olandesi, con chiari interessi di conquista territoriale.
Nel 1540 Hernando de Soto scrisse che i cherokee avevano una cultura agricola sviluppata, come i popoli dell’Ohio e del Mississippi e gli aztechi. Gli europei non solo introdussero le armi da fuoco, ma anche il concetto di uccisione (del nemico) come obiettivo della guerra; entrambe le cose cambiarono la vita dei popoli americani e servirono in definitiva ad imporre la dominazione europea.
Si calcola che nel XV secolo vivessero circa 1.500.000 nativi americani nel territorio statunitense. Due secoli più tardi, i grandi latifondi del sud cominciarono a comprare schiavi e nel 1760 arrivarono a contare circa 90.000 africani, il doppio della popolazione europea locale. In quel tempo le colonie inglesi della costa atlantica raggiunsero i 300.000 abitanti, numero molto superiore a quello dei francesi che si erano stabiliti nella valle del Mississippi.
La maggioranza degli immigranti inglesi abbandonò la propria patria per sfuggire alla povertà, alla persecuzione religiosa e all’instabilità politica. Nonostante ciò, la colonizzazione nacque sotto il segno della guerra, contro i primi popoli la cui cultura e forma di vita fu distrutta, e contro gli altri colonizzatori. Nel 1733 esistevano tredici colonie inglesi, che vivevano di agricoltura, pesca e commercio.
Nel 1763, al termine delle guerre imperialiste in Europa, la Francia cedette all’Inghilterra le sue colonie ad est del Mississippi, mentre quelle ad ovest del fiume passarono agli spagnoli.
Il conflitto fra i coloni e la madrepatria scoppiò nel 1775; la Dichiarazione di Indipendenza che segna la nascita degli Stati Uniti fu firmata il 4 luglio del 1776. La guerra proseguì, ma gli statunitensi, alleatisi con la Francia, vinsero e finalmente, nel 1783, l’Inghilterra riconobbe la loro sovranità.
Nel 1787, la Convenzione di Filadelfia elaborò la prima Costituzione federale, vigente dal 1788. Il primo presidente fu il generale George Washington, capo dell’Esercito Continentale. Nel 1791, la Legge Fondamentale ricevette dieci emendamenti sulle libertà individuali e i diritti degli Stati.
La spinta principale per la conquista del West fu determinata dalla possibilità di acquisire terre e ricchezze senza previo titolo di proprietà, e i presidenti dell’epoca la giustificarono coniando il termine «impero della libertà» di cui si dissero portatori, e con l’idea del «destino evidente» per gli Stati Uniti di diventare una grande nazione.
Nel 1803, l’acquisto della Loiusiana dalla Francia duplicò il territorio dell’Unione. Fra il 1810 ed il 1819 gli Stati Uniti provocarono una guerra con la Spagna per annettersi la Florida. Nel 1836 i texani si ribellarono contro il Messico e fondarono una repubblica, che aderì all’Unione nel 1845. Gli Stati Uniti dichiararono guerra al Messico e gli tolsero la metà del territorio. La California fu annessa come Stato nel 1850 e l’Oregon nel 1853.
La conquista del West non portò solamente alla sostituzione dei proprietari di quelle terre con altri, ma fu una nuova tragedia per gli americani nativi, decimati da successive ondate migratorie determinate dalla «febbre» di terre e oro. Successivi trattati furono firmati con le popolazioni native, sistematicamente violati da nuove occupazioni di terre o da nuovi trattati imposti con la forza. Nel 1838, l’esercito federale espulse dai loro territori 14.000 cherokee e 4.000 di loro morirono nel cammino verso le nuove terre.
La Guerra di Secessione (1861-65) si scatenò per la schiavitù, anche se la causa principale va ricercata nella lotta fra due sistemi economici sviluppati nel paese. Il capitalismo industriale del Nord aveva necessità di affrancare la mano d’opera, di ampliare e proteggere il mercato interno, mentre i latifondisti schiavisti del Sud preferivano mantenere il libero accesso ai mercati esterni.
Nel 1850, nel Sud ci erano 6 milioni di abitanti di origine europea, dei quali solo 345.525 possedevano schiavi. Nonostante ciò la maggioranza difese la schiavitù, intimoriti dalle rivolte degli schiavi nella Carolina del Sud, nel 1822, e in Virginia, nel 1800 e 1831.
L’elezione di Abraham Lincoln, nel 1860, scatenò la crisi. Prima che assumesse la presidenza, gli Stati del Sud dichiararono la separazione. Impegnatosi a preservare l’Unione e con una base industriale e un potere militare più grandi, il Nord si impose al Sud, con un saldo di un milione di morti fra ambo le parti. La schiavitù venne abolita, però la discriminazione razziale e l’odio fra le due regioni si mantennero.
Dopo la guerra civile, i popoli delle grandi pianure, specialmente i sioux, cominciarono numerose guerre difensive. I trattati del 1851 e 1868, che riconoscevano la loro sovranità, furono ignorati dopo la scoperta dell’oro nelle loro terre. L’occupazione graduale del loro territorio fu completata nel 1890, quando l’ultima resistenza sioux fu sconfitta.
Nella decade del 1880, i sopravvissuti delle prime popolazioni furono confinati in «riserve», la maggioranza situate in zone aride e inospitali. Anni dopo, le compagnie minerarie scoprirono in quelle terre giacimenti di uranio, carbone, petrolio e gas naturale. L’interesse delle imprese per quelle risorse ripropose la questione dei diritti dei nativi sulle terre delle loro «riserve».
Fra il 1870 ed il 1920, la popolazione degli Stati Uniti passò da 38 milioni a 106 milioni e il numero degli Stati da 37 a 48. Alla trasformazione delle ferrovie in grandi compagnie seguì una rapida espansione capitalista, che agli inizi del secolo XX avrebbe trasformato un paese agricolo in una società industrializzata.
Alla fine del XIX secolo si era consolidato un sistema bipartitico, con Repubblicani e Democratici alternativamente al potere. Nonostante le differenze, entrambi i raggruppamenti hanno mantenuto storicamente un alto grado di consenso sulle grandi questioni nazionali ed internazionali, che portò ad una politica estera di grande coerenza. Dopo un lungo contrasto iniziato nel 1889, nel 1920 venne approvato il suffragio elettorale per le donne.
Risolte le grandi questioni interne, gli Stati Uniti cominciarono ad agire sullo scenario internazionale. La guerra con la Spagna per Cuba e le Filippine, nel 1898, inaugurò la tappa imperialista. L’occupazione di Panamá, la costruzione del Canale e di un sistema di basi militari nella regione trasformò l’America Centrale, dichiarata «zona di sicurezza vitale», in una specie di protettorato.
Gli Stati Uniti giustificarono i loro interventi con la dottrina Monroe, dietro il motto «l’America agli americani». La Francia fu obbligata a ritirare le truppe a protezione dell’imperatore Massimiliano in Messico e la Gran Bretagna ad abbandonare una disputa territoriale con il Venezuela. Nel 1890 ebbe luogo la prima conferenza panamericana, in vista del sistema interamericano creato in seguito.
Durante la prima guerra mondiale gli Stati Uniti si mantennero neutrali fino al 1917, quando intervennero contro la Germania, l’Austria e la Turchia. Nel 1918, il presidente Woodrow Wilson partecipò alle trattative di Versailles, che stabilirono le basi per la nuova pace in Europa. Malgrado ciò, nel 1920, il Congresso rifiutò l’incorporazione degli Stati Uniti alla Società delle Nazioni.
Gli Stati Uniti uscirono rafforzati dalla prima guerra mondiale, ma la recessione della Borsa di New York nel 1929 scatenò la bancarotta di numerose banche e danneggiò seriamente l’industria e il commercio, elevando a 11 milioni il numero dei disoccupati. Durante la presidenza di Franklin D. Roosevelt (1933-1945), il governo con la politica del «New Deal» riuscì a controllare la crisi finanziaria.
Nel 1935, nel mezzo dei preparativi bellici europei, il governo approvò una legge di neutralità. Allo scoppio della guerra, Roosevelt emendò varie volte questa legge, per poter vendere munizioni alla Francia e all’Inghilterra. L’attacco giapponese a Pearl Harbour, nelle Hawaii, nel 1941, causò l’entrata degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale.
La guerra servì a rendere più dinamica l’economia statunitense. Quindici milioni di soldati partirono per il fronte, l’industria bellica aumentò da 46,5 milioni a 53 milioni i posti di lavoro, per cui 6 milioni di persone emigrarono dalle campagne alle città e le donne uscirono massicciamente dai focolari domestici per assumere impieghi precisi. Malgrado un patto sindacale di tregua, durante la guerra, vi furono 15.000 scioperi e manifestazioni, ciò che portò il Congresso ad approvare restrizioni al diritto di sciopero.
Dopo la sconfitta tedesca, per dimostrare la nuova potenza militare statunitense, il presidente Harry Truman (che aveva assunto l’incarico alla morte di Roosevelt) ordinò il 6 e il 9 agosto del 1945, il primo bombardamento atomico della storia, che rase al suolo le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Quello stesso anno, a Yalta e Potsdam, Inghilterra, Stati Uniti e URSS si accordarono sulle clausole della pace e sulla ripartizione delle zone di influenza.
Truman inaugurò le Nazioni Unite nel 1946 e fu rieletto nel 1948. In qualità di prima potenza dell’Occidente, gli Stati Uniti elaborarono la strategia globale della Guerra Fredda, basata sulla contrapposizione aperta con l’Unione Sovietica. Furono creati il Trattato Interamericano di Aiuto Reciproco (TIAR) e l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO).
Gli Stati Uniti si arrogarono la funzione di salvaguardare il sistema capitalista mondiale, con il sostegno di istituzioni internazionali come la Banca Mondiale e il FMI, così come intervenendo militarmente in tutto il pianeta.
Nel 1952 fu eletto presidente il generale Dwight Eisenhower, capo della NATO e comandante delle Forze Armate statunitensi in Europa durante la guerra. La guerra di Corea (1950-1953), la divisione della Germania, le ribellioni popolari in Polonia e Ungheria, l’equilibrio nucleare e la corsa allo spazio mantennero la tensione con l’URSS. Nel 1956, gli Stati Uniti cominciarono a dare appoggio militare al governo del Viet Nam del Sud. Nel 1960, un incontro fra Eisenhower e Krusciov ebbe esito negativo per l’abbattimento di un aereo spia U2 statunitense mentre sorvolava il territorio sovietico.
Nella decade del 1950, la popolazione e l’economia degli USA crebbero in maniera accelerata; si visse un clima di prosperità ed euforia. L’american way of life fu esportato in tutto il mondo con il cinema di Hollywood, insieme con la crescita degli investimenti all’estero. Nel frattempo, i conflitti sindacali si acuirono. Nel 1959, il Congresso votò una legge contro la corruzione nelle organizzazioni sindacali.
L’elezione di John F. Kennedy alla presidenza, nel 1960, ravvivò la speranza di un alleggerimento delle tensioni esterne ed interne. Malgrado queste premesse, nel 1961, il presidente democratico appoggiò l’invasione della Baia dei Porci e il blocco economico contro Cuba, a cui seguì una crisi scatenata dall’installazione di missili nucleari sovietici nell’isola caraibica. L’assassinio di Kennedy, perpetrato a Dallas (Texas) nel 1963, pose in evidenza la violenza della società statunitense.
In America Latina, l’Alleanza per il Progresso, lanciata nel 1961 in Uruguay dal presidente Kennedy, cercò di contrastare l’esempio dato dalla rivoluzione cubana. I fondi per il progetto furono un puro palliativo, che rese ancor più evidente il problema della regione. Davanti alla crescita della guerriglia, gli Stati Uniti decisero di appoggiare gli eserciti latino-americani.
Il presidente Lindon B. Johnson, eletto nel 1964, lanciò il progetto della «grande società», però la popolazione patì nuove frustrazioni. L’escalation militare in Viet Nam entrò in un vicolo cieco, provocò grandi proteste ed il governo dovette iniziare la ritirata: ciò fu un vero smacco per l’orgoglio nazionale. La segregazione razziale portò nel 1968 a manifestazioni violente, con gravissimi scontri nei quartieri a popolazione nera, aggravati dall’assassinio del leader nero Martin Luther King.
Nel 1968, due rappresentanti dei chippewa fondarono il Movimento Indigeno Americano (AIM). Un anno dopo l’AIM, appoggiato da rappresentanti di 50 etnie, occupò la prigione di Alcatraz in quel tempo inutilizzata a San Francisco per denunciare i maltrattamenti subiti e per rivendicare i propri diritti. Azioni simili si produssero negli anni seguenti in altri luoghi del paese. Il movimento hippie e le proteste studentesche segnarono un profondo rinnovamento culturale.
Nel 1972 Richard Nixon, presidente dal 1978, visitò Mosca e Pechino; nel 1973 fu rieletto e nel 1974 firmò la ritirata definitiva dal Viet Nam. Quell’anno, lo scandalo per lo spionaggio nella sede del Partito Democratico, nell’Hotel Watergate, obbligò Nixon a dimettersi.
Nel 1978, migliaia di indigeni provenienti dalle riserve ufficialmente riconosciute effettuarono «La Marcia Più Lunga» fino a Washington, rivendicando i propri diritti. Nel 1982, l’AIM occupò le Colline Nere (Black Hills), luogo sacro dei sioux, nel Dakota del Sud, protestando per l’attività di 30 imprese minerarie transnazionali che operavano nella regione.
L’economia del dopoguerra crebbe per mezzo delle transnazionali con filiali in tutto il mondo: Ford e General Motors, con più di un milione di lavoratori, le petrolifere Exxon e Mobil Oil, la International Business Machine (IBM), la ITT, la General Electric e la Philip Morris, fra le tante.
Il governo del conservatore Ronald Reagan (1980-1988) ridusse le tasse sul reddito e l’assistenza sociale dello Stato, incrementando le spese per la Difesa. Il complesso militare-industriale rese dinamica tutta l’economia e compensò, in parte, il ritardo sul progresso in altri campi di Giappone ed Europa.
Con un incremento del 53% negli anni ‘80, la popolazione di origine latino-americana superò i 22 milioni. Malgrado ciò il gruppo con più alto indice di immigrazione fu l’asiatico.
Negli anni ‘80 gli Stati Uniti emisero il 25% del totale del biossido di carbonio del mondo, contro il 13% della Comunità Europea con un parco industriale similare e si rifiutarono di fissare un periodo entro il quale ridurre tale emissione. Nel 1991 gli Stati Uniti furono il primo produttore mondiale di energia nucleare e gas liquido, il secondo di carbone, energia idroelettrica e gas naturale, il terzo di petrolio. Ne furono anche il principale consumatore.
Nel febbraio del 1991 gli Stati Uniti capeggiarono una forza multinazionale che affrontò l’Iraq. La Guerra del Golfo mostrò al mondo la supremazia militare statunitense e permise al presidente George Bush di proporre un nuovo ordine mondiale sotto l’egemonia USA.
Sempre nel 1991 il 15% della popolazione viveva sotto la soglia della povertà. Le persone più colpite erano gli statunitensi di origine africana (33%) e i latino-americani (29%).
William (Bill) Clinton, governatore dell’Arkansas, fu eletto presidente nel novembre del 1992 come candidato del Partito Democratico, ed ottenne anche la maggioranza nelle due camere del Congresso. Clinton promise di concentrare la sua attenzione sui problemi della famiglia, di spostare il maggior peso delle imposte sul reddito verso i settori più abbienti e di mettere il sistema sanitario alla portata di tutti i cittadini. La riforma del sistema sanitario, difesa attivamente dalla «first lady» Hillary nel 1994, fu respinta dal Congresso.
Il Trattato per il Libero Commercio (TLC) con Messico e Canada entrò in vigore nel gennaio del 1994. I metodi per la globalizzazione dell’economia furono criticati in quanto lasciavano ad altri paesi i posti di lavoro persi nel mercato interno, tanto nel settore pubblico come in quello privato. Il sentimento di rifiuto verso gli immigrati crebbe. In California fu approvata una legge statale che tolse il diritto all’educazione ai figli degli immigrati clandestini.
Anche se la criminalità diminuiva, gli statunitensi reclamarono con insistenza pene più severe per i delinquenti. La capienza delle prigioni venne superata da una popolazione di reclusi che duplicò e perfino triplicò quella della decade precedente. Nel 1994 venne proibito l’uso delle armi d’assalto, una misura criticata dall’associazione dei consumatori di armi.
Il vertice realizzato fra Clinton ed il presidente russo Boris Eltsin a Mosca nel mese di gennaio, segnò la fine della minaccia di una guerra nucleare.
L’economia recuperò e la disoccupazione scese. Nonostante questo, i lavoratori dovettero lavorare cinque ore in più per settimana. Il consumo si mantenne alto a dispetto della crescita degli interessi sulle carte di credito, per scendere solamente a fine anno. La riforma della previdenza sociale incluse tagli ai benefici, e programmi intensivi di aggiornamento dei dipendenti.
Per la prima volta in 40 anni, il Partito Democratico perse le elezioni parlamentari del 1994. Il malcontento si manifestò anche durante il 1995, attraverso gesti di disobbedienza civile, come quello delle organizzazioni paramilitari di destra che non vollero riconoscere le autorità federali, arrivando a estremismi, come nel caso di un veterano della guerra del Golfo che fece esplodere un’autobomba in un edificio federale in Oklahoma.
Scommettendo su di una politica estera che rafforzasse la sua immagine di leader mondiale, l’anno prima delle elezioni Clinton insistette per un intervento militare in Bosnia-Erzegovina ed impose gli accordi di Dayton (Ohio) nel novembre del 1995. Nell’ottobre del 1996, propiziò la realizzazione di negoziati tra israeliani e palestinesi a Washington. Nel novembre di quell’anno, fu rieletto con il 49% dei voti.
Nel maggio del 1997, l’amministrazione ottenne una delle più grandi vittorie diplomatiche, firmando un accordo con la Russia sull’apertura della NATO ai paesi dell’Europa Orientale.
Sul piano interno, l’applicazione delle disposizioni legali tendenti a facilitare l’accesso delle minoranze statunitensi a posti di responsabilità conosciute come «Azione Affermativa», fu limitata negli stati del Texas e della California. Il 1997 segnò un record di morti per l’applicazione della pena di morte, dal suo ripristino nel 1976, con più di 80 esecuzioni.
Dopo la risoluzione n. 1134 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (ottobre del 1997), che minacciò l’Iraq di nuove sanzioni se il suo governo non avesse autorizzato delle ispezioni nei luoghi dove avrebbero potuto trovarsi materiali per la fabbricazione di armi chimiche, Clinton cercò di riformare l’alleanza multinazionale che affrontò il governo iracheno nel 1991 e di organizzare un nuovo attacco militare contro Baghdad. Malgrado ciò, in novembre il Consiglio di Sicurezza scartò l’ipotesi di un intervento armato, dando opportunità a nuovi negoziati. Nel febbraio del 1998 migliaia di statunitensi manifestarono contro la politica propugnata da Clinton: «Non vogliamo più la sua guerra razzista», fu lo slogan. La CIA spese più di 100 milioni di dollari in sei anni, nell’intento di abbattere il presidente iracheno Saddam Hussein.
Nel 1998 il presidente Clinton dovette rispondere alle accuse di spergiuro mossegli dall’investigatore indipendente Kenneth Starr. Incaricato di indagare su una presunta frode immobiliare, Starr affermò che Clinton aveva negato una relazione sessuale con una funzionaria all’interno della Casa Bianca. La popolarità del presidente non diminuì a causa delle denunce e i Democratici conseguirono una significativa vittoria alle elezioni parziali del 3 novembre. Nonostante ciò, Starr presentò le prove dello spergiuro e in dicembre il Senato approvò il procedimento di impeachment.
Due giorni dopo che il procedimento di impeachment venisse messo ai voti al Senato, Clinton - appoggiato unicamente dal primo ministro britannico Tony Blair - decise di bombardare Baghdad e altre città dell’Iraq. Gli attacchi aerei, in cui furono lanciati più missili che durante la guerra del Golfo del 1991, provocarono centinaia di perdite nella popolazione civile.
 
Schede:
Il popolamento dell'America
La scoperta ideologica dell'America
Gli effetti dell'Accordo di Libero Scambio dell'America del Nord
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George Washington
 
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George Bush e Mikhail Gorbaciov
 
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