Cina
 
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Capitale: Pechino
Superficie: 9.596.960 km²
Popolazione: 1.221,591 milioni
Speranza di vita: 69,98 anni
Pil pro capite: 2.800 $ / anno
Valuta: 1 yuan (¥) = 10 jiao
 
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Capital: Beijing
Superficie: 9.596.960 km²
Habitantes: 1.221,591 millones
Esperanza de vida: 69,98 años
Pib pro capita: 2.800 $ / año
Divisa: 1 yuan (¥) = 10 jiao
 
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Official name: People's Republic of China
Capital: Beijing
Area: 9,596,960 km²
Population: 1221.591 million
Languages: Standard Chinese or Mandarin
Life expectation: 69.98 years
Gdp per capita: 2,800 $ / year
Currency: 1 yuan (¥) = 10 jiao
 
 

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La Cina è la patria di una delle più antiche civiltà del mondo, che raggiunse un alto grado di omogeneità culturale e sociale già molte migliaia di anni prima della nascita delle culture occidentali.
Benché nel corso della sua storia il territorio cinese sia stato più volte smembrato, la civiltà cinese godette di un’ininterrotta continuità fin dalla sua nascita, 5.000 anni fa, nel bacino del Fiume Giallo.
Lo stato si consolidò all’incirca 2.200 anni fa (tra il 221 e il 206 a.C.). In questa epoca l’imperatore Qin Shihuang introdusse il sistema unico di scrittura basato sugli ideogrammi, sopravvissuto fino ai nostri giorni, che permette a popoli che parlano lingue diverse di leggere gli stessi testi. Nella sua preoccupazione di unificare il pensiero cinese, l’imperatore ordinò che venissero bruciati libri e messi a morte molti studiosi.
Durante la dinastia Tang (618-907) si sviluppò una raffinata cultura e durante la dinastia Song (960-1279) il livello di sviluppo tecnologico ed artistico fu superiore a qualunque altra società dell’epoca.
La costruzione della Grande Muraglia, opera gigantesca di cinquemila chilometri di lunghezza, cominciò nel III secolo a.C., per impedire le invasioni dal nord. Ma risultò inefficace rispetto allo scopo e il paese cadde nelle mani dei mongoli: Gengis Khan e suo nipote Kublai Khan governarono il paese dal 1276 al 1368.
Una delle figure più influenti della cultura cinese fu il saggio K’ung Futzu (Confucio), vissuto tra il 551 e il 479 a.C. Questo filosofo mise l’accento sul rispetto per gli antenati, l’importanza della lealtà, la responsabilità dell’individuo nella gerarchia sociale e il ruolo fondamentale della famiglia. Alla stessa epoca risale il Tao Te Ching (Tao Te si può tradurre come «cammino della virtù) attribuito a Lao Zi, che enfatizza la semplicità, la naturalezza e la spontaneità come base di quella filosofia di vita conosciuta come taoismo.
Orgogliosi della loro cultura, i cinesi svilupparono un certo disprezzo verso i «barbari» al di là delle frontiere. E questo atteggiamento, insieme alla corruzione tipica delle dinastie imperiali, condusse a lunghi periodi di isolamento.
Il contatto regolare con gli europei cominciò nel secolo XV, grazie alle rotte marittime dei portoghesi. I cinesi autorizzarono l’uso di alcuni porti commerciali a certe condizioni e nel 1557 cedettero ai portoghesi la piccola zona di Macao. Tuttavia, i governi cinesi disprezzavano i prodotti delle potenze straniere e sottostimavano il loro potere militare. «Non vedo che valore possano avere questi oggetti strani e ingegnosi e non so come utilizzare i prodotti del suo paese», scriveva nel 1793 l’imperatore Qian Lung al re Giorgio III d’Inghilterra.
Alla fine però gli inglesi trovarono l’oppio dell’India, un prodotto che potevano commerciale con la Cina in cambio della seta, del tè e della porcellana tanto di moda in Europa. E quando la Cina dichiarò illegale il commercio di droghe, la Gran Bretagna iniziò una guerra in nome dei principî del libero mercato.
Nella prima Guerra dell’Oppio (1839-1842) fu facile al moderno esercito europeo sconfiggere le truppe imperiali. I vincitori ottennero l’apertura di cinque porti per l’entrata dei prodotti britannici con facilitazioni e il territorio dell’isola di Xianggang (Hong Kong).
L’impero cinese, già barcollante, subì un’altra sconfitta con la ribellione di Taiping nel 1853.. La rivolta prese il controllo di gran parte del sud della Cina per undici anni, finché venne stroncata grazie all’appoggio delle truppe occidentali.
A quest’epoca le enormi importazioni di oppio venivano pagate con l’argento cinese, impoverendo una nazione già debilitata dall’uso generalizzato della droga. Una nuova guerra, stavolta contro le forze anglo-francesi (1856-1860), si concluse con la caduta di Bejing (Pechino) e con ulteriori concessioni, tra cui il permesso per l’entrata dei missionari.
Nel 1895, la Cina subì una sconfitta ancora più umiliante per mano del Giappone, ex stato dipendente, che invase parte della penisola coreana e l’isola di Taiwan.
Nel 1898 scoppiò una ribellione antioccidentale, guidata dalla società segreta dei «pugni armonici» (rivolta soprannominata dei Boxers dagli europei), repressa da una spedizione congiunta inglese, russa, tedesca, francese, giapponese e statunitense. I vincitori ripartirono il territorio in «zone di influenza» e alla Cina venne imposto il pagamento di un enorme indennizzo.
A Shangai, la costruzione del porto per fini commerciali si associò a investimenti stranieri su grande scala. In questo modo si sfruttava la manodopera cinese, che costava poco, e vennero installate centinaia di fabbriche nelle zone in «concessione» agli stranieri.
Questa politica occidentale di sfruttamento contribuì ad introdurre concetti e idee nuove. Il governo permise a piccoli gruppi di studenti di iscriversi a corsi all’estero; sorsero anche dei gruppi nazionalisti con forti sentimenti xenofobi e nel 1911 una rivoluzione guidata da Sun Yat-sen proclamò la repubblica, forte dell’appoggio di alcuni generali dell’esercito.
I generali vittoriosi volevano il potere più che realizzare le riforme democratiche ispirate da Sun. Il periodo di rivalità che si aprì portò alla guerra civile e i capi militari locali, spalleggiati dalle potenze straniere, si contendevano le diverse regioni del paese.
In questa situazione, nel 1921, tredici persone, provenienti da varie parti della Cina, si riunirono in una piccola casa nella parte francese di Shangai per celebrare il primo congresso nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC).
La nuova formazione politica mise al primo posto l’organizzazione dei lavoratori e conseguì grandi risultati. Nel 1926, i comunisti controllavano o influenzavano la politica di 700 sindacati, rappresentanti di 1.240.000 lavoratoti. Il PCC si alleò al partito nazionalista Kuomintang (KMT) di Chaing Kai-Shek, per combattere la gerarchia militare. Vittorioso nel 1927, il KMT si rivolse contro i suoi alleati, massacrando 40.000 dirigenti sindacali comunisti.
Di fronte alla disfatta, il leader comunista Mao Zedong (Mao Tse-tung) sostenne che si potevano mobilitare i contadini della Cina, trasformandoli in una forza rivoluzionaria. Mao inviò la maggioranza dei dirigenti del Partito Comunista nelle campagne, organizzando politicamente il partito stesso e addestrando un esercito di origine contadina.
Le forze del KMT cercarono di individuare le zone dove di era rifugiato il PCC nel 1934. Allora l’esercito comunista insieme ai suoi capi e a tutti i militanti iniziò una ritirata alla ricerca di un’altra sistemazione. È questa la cosiddetta «lunga marcia», in cui per oltre un anno i comunisti resistettero a tutti gli attacchi, fino al momento in cui poterono riunirsi di nuovo.
L’invasione giapponese del 1937 vide ancora il PCC e il KMT mettere da parte ogni differenza per formare un fronte unito contro il nemico. I comunisti, nella lotta antigiapponese, aumentarono la loro influenza sulla popolazione, estendendola anche alle zone controllate dal KMT. Chaing Kai-Shek, vedendo che la situazione gli sfuggiva di mano e rendendosi conto di perdere potere, violò a più riprese il patto stretto con il PCC, lottando più contro i comunisti che contro i giapponesi, finché i suoi stessi generali lo arrestarono e lo costrinsero a trattare e a riprendere la guerra contro gli invasori.
Sconfitti i giapponesi nel 1945, l’alleanza si ruppe e cominciò la guerra civile. La corruzione e l’autoritarismo, propri del KMT, gli impedirono di affrontare da pari a pari gli eserciti comunisti e i loro simpatizzanti. Il 1° ottobre 1949, i leader comunisti proclamarono la Repubblica Popolare Cinese, iniziando un’epoca di riforme economiche e sociali.
Quello che restava del governo e dell’esercito del KMT si ritirò nell’isola di Taiwan, dove con l’appoggio nordamericano si autoproclamò il vero governo legittimo di tutta la Cina. Da Taiwan vennero fatti piani per la «riconquista» della Cina continentale.
Una volta al potere, i comunisti attuarono una radicale riforme agraria, a prosecuzione di quella cominciata nelle zone liberate prima della vittoria. Vennero nazionalizzate tutte le proprietà straniere e attuati vasti programmi di salute pubblica e di educazione.
Il piano di sviluppo elaborato nei primi cinque anni utilizzò molti elementi del modello sovietico, dando la priorità agli investimenti industriali piuttosto che al consumo, all’industria pesante rispetto alla leggera, secondo i criteri della pianificazione economica centralizzata. La costruzione di una solida base industriale si poteva realizzare solo attraverso l’utilizzazione delle eccedenze agricole, ma nel 1957 la produzione cominciò a ristagnare.
Alla ricerca delle soluzioni per i problemi del paese e in nome della libera discussione, venne lanciata una campagna «perché crescano cento fiori e contengano cento scuole di pensiero», invitando la popolazione a criticare il sistema proponendo alternative. Però quando cominciò a emergere il tema della mancanza di democrazia e venne messo il questione il governo del partito, una «campagna contro la destra» represse quanti avevano manifestato le loro opinioni.
Nel 1958 Mao lanciò il «Grande Balzo in avanti», per accelerare la collettivizzazione rurale e l’industrializzazione urbana. Questo piano duro, dogmatico, applicato in maniera inflessibile, portò il paese sull’orlo del disastro e le regioni rurali alla fame. I dati ufficiali parlano di 20 milioni di morti tra il 1959 e il 1961, cioè una delle peggiori tragedie del secolo e una delle meno conosciute.
Nel 1962, Mao cominciò una autocritica pubblica dei suoi errori riguardanti la gestione economica e venne sostituito la Liu Shaoqi nel ruolo di capo dello stato, continuando a contare sull’appoggio dell’Esercito di Liberazione Popolare e continuando a guidare il partito.
In questo periodo, le differenze ideologiche deteriorarono le relazioni con l’Unione Sovietica, come mise in evidenza il leader sovietico Nikita Krusciov in un discorso pronunciato nel 1963 e i tecnici sovietici lasciarono la Cina, sospendendo tutti i piani e i progetti in comune.
Nel 1966 l’esercito e i giovani studenti della «Guardia Rossa», armati del libro dei pensieri di Mao, cominciarono in tutto il paese una campagna contro i funzionari pubblici e i professori universitari, accusati di essere reazionari e «seguaci del capitalismo». Così cominciò la Rivoluzione Culturale del proletariato.
La Rivoluzione Culturale riguardò tutti i settori di attività. La produzione fu seriamente pregiudicata, si chiusero fabbriche e università; migliaia di giovani e intellettuali dalle città andarono a lavorare nei campi, volontariamente o costretti. Durante questi anni, in cui gli scontri assunsero la dimensione di una guerra civile, morirono milioni di persone, tra cui Liu Shaoqi, il principale oppositore di Mao.
In quell’epoca la Cina ebbe un importante ruolo nella nascita del Movimento dei Paesi Non Allineati (sebbene all’inizio non ne facesse parte) e inviò molti tecnici e lavoratori per appoggiare i programmi di sviluppo nei paesi del Sud del mondo. Il più importante fu la ferrovia di collegamento tra Zambia e Oceano Indiano, che passava per la Tanzania. I movimenti di liberazione di molti paesi guardarono alla Cina come ad un modello, adottando le strategie di guerra contadina elaborate da Mao e da Lin Piao.
All’inizio degli anni ‘70, il primo ministro Zhou Enlai avviò dei colloqui con gli Stati Uniti mentre ritornava al potere Deng Xiaoping, un protetto di Liu Shaoqi.
Nel 1971, il governo comunista riuscì a raccogliere il consenso necessario per sostituire Taiwan come rappresentante della Cina all’ONU. Gli Stati Uniti si astennero dal porre il veto poiché si apriva la possibilità di migliorare i rapporti e nel 1976 i due paesi ristabilirono le relazioni diplomatiche.
A livello internazionale, la Cina perseguì una politica di opposizione sistematica verso tutti gli alleati dell’Unione Sovietica. Per questo appoggiò movimenti come l’UNITA in Angola e l’African National Congress in Sudafrica; peggiorarono le relazioni con il Viet Nam dopo la sconfitta degli Stati Uniti nel 1975. Nel 1979 la Cina invase il Viet Nam per «dargli una lezione» in seguito all’intervento militare di Hanoi in Cambogia per sradicare il regime dei khmer rossi.
Nel 1975, morirono Zhou, Zhu De - un veterano della rivoluzione - e anche Mao. Sorse una disputa interna tra le diverse fazioni rivali e alla fine prevalsero i pragmatici e i riformisti, perché potevano contare sul sostegno dei funzionari pubblici.
Vennero arrestati i capi della fazione maoista, cioè la cosiddetta «banda dei quattro», formato dalla vedova di Mao, Jang Qing, Zhang Cunqiao, Yao Wenyuan e Wanga Hongwen. Furono accusati di cospirazione e divennero così il capo espiatorio degli eccessi e degli errori commessi durante la Rivoluzione Culturale. Nel 1981, furono sottoposti ad un giudizio pubblico.
Deng Xiaoping venne riabilitato dalla nuova dirigenza e la sua autorità riconosciuta a livello generale. Inoltre il nuovo gruppo dirigente annunciò un ambizioso programma di sviluppo economico, che fissava importanti obiettivi nei settori dell’agricoltura, dell’industria, della difesa, della scienza e tecnologia.
Tra il 1978 e il 1979, si accettò una maggiore libertà di critica e di espressione, che venne rivolta deliberatamente contro la Rivoluzione Culturale e i suoi responsabili. La «Primavera di Pechino» ebbe il suo centro nel cosiddetto «muro della democrazia», sul quale i cittadini potevano esporre le loro opinioni. Il muro era anche il luogo in cui i dissidenti potevano distribuire le riviste in circolazione clandestina. Tuttavia, quando le critiche cominciarono ad indirizzarsi verso le strutture politiche, i dirigenti sciolsero il movimento e il muro della democrazia venne chiuso, nonostante fosse presente dall’epoca della Rivoluzione Culturale. Un dissidente, Wel Jingshen, venne arrestato e condannato a 15 anni di prigione per avere pubblicato una rivista ed espresso tesi a favore della democrazia.
Nel dicembre 1978, la terza adunanza plenaria dell’11° Comitato Centrale del partito riabilitò completamente Deng e annunciò cambiamento radicali nell’economia.
Nel settore agricolo, si dissolsero le comuni popolari e la terra venne data in affitto dallo stato alle unità familiari. Si introdusse un sistema di imposte in sostituzione delle precedenti quote di produzione e i contadini vennero autorizzati a vendere le eccedenze nelle città e nei villaggi.
La Cina annunciò l’apertura al commercio, agli investimenti e ai prestiti dall’estero. Per attirare le imprese straniere, si crearono delle Zone Economiche Speciali, nelle vicinanze di Xianggang (Hong Kong) e Macao, con incentivi quali esenzioni fiscali, manodopera e terreni a basso prezzo sul modello delle zone franche in altri paesi.
Nel settore industriale, alcuni poteri decisionali vennero decentrati, passando dai ministeri ai responsabili delle fabbriche, che ora potevano pianificare direttamente produzione e distribuzione e scegliere le fonti di materie prime con cui approvvigionarsi. Per i giovani lavoratori si introdusse un sistema di impiego per contratto, al posto della precedente assegnazione a vita ad una unità di produzione. Si permise la nascita di negozi per il commercio al minuto e ristoranti.
Il governo cominciò una politica di ritiro progressivo dei sussidi ai prezzi dei beni di largo consumo. In questo modo venne lasciata al mercato la facoltà di determinare i prezzi di alcuni prodotti base nell’alimentazione e nel vestiario. Per stimolare la crescita dell’economia si stimolò il consumo.
Nel momento in cui avvenivano queste trasformazioni, si svilupparono i mercati e ci fu una maggiore disponibilità di prodotti; i salari, per alcuni anni, registrarono aumenti, mentre diminuiva la disoccupazione e la sottoccupazione. Si ridussero anche le restrizioni per viaggiare all’interno della Cina e all’estero; si cominciò anche a tollerare la diversità delle opinioni e le diverse espressioni artistiche.
Le trasformazioni economiche portarono alla lunga alla crescita dell’inflazione soprattutto nel settore alimentare e in quello dell’abbigliamento e alla fine degli anni ‘80 diminuì il potere di acquisto.
Nelle zone rurali c’era una forte disparità: erano favoriti i contadini che vivevano in territori con facile accesso alle grandi città oppure dove esistevano grandi mercati; al contrario risultava assai svantaggiato chi abitava nelle zone più decentrate. Per incrementare la produzione si aumentò l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici; quando, successivamente, si verificò un calo della produzione, l’uso dei prodotti chimici raggiunse livelli pericolosi e provocò un forte aumento dei prezzi dei fertilizzanti.
Il sistema di previdenza sociale andava deteriorandosi e le nuove forme di impiego generavano insicurezza: da una parte chi gestiva le imprese aveva grande libertà di manovra nelle assunzioni e nel fissare gli obiettivi produttivi; dall’altra parte, i sindacati non avevano libertà di azione. Il dibattito dell’epoca verteva sul ritmo di sviluppo della rete di trasformazione economica e sulla separazione più netta tra il partito e lo stato.
Nel 1986 una manifestazione di studenti a Dhangai reclamò la libertà di stampa e cambiamenti politici. Hu Yaobang, all’epoca segretario generale del partito e relativamente giovane, fu costretto a dimettersi e l’ala più intransigente del partito cominciò una campagna contro il «liberalismo borghese» per sradicare quelle che venivano definite le idee «occidentali» - termine con cui si intendeva il pluralismo politico, sebbene si parlasse solo di consumo e corruzione. Secondo un’interpretazione data in quegli anni, si trattava di un attacco alla linea di politica economica riformista di Deng, perché Hu Yaobang era uno dei suoi uomini.
Nel marzo 1989 nella «Cina Asiatica Centrale» la polizia intervenne sperando contro i manifestanti tibetani che chiedevano più diritti politici e protestavano contro la costante repressione culturale e religiosa. Ci furono tre giorni di proteste, terminati con l’imposizione della legge marziale, che durò fino all’aprile 1990. Gli esuli tibetani denunciarono la detenzione di molti dissidenti e varie esecuzioni. Il Tibet venne annesso unilateralmente dalla Cina nel 1950 e nel 1965 fu trasformato in regione autonoma.
La morte di Hu Yaobang, nell’aprile 1989, provocò il raduno di migliaia di studenti nella piazza Tienanmen, nel centro di Pechino. Gli studenti erano scesi in strada per esprimere il loro dolore per la morte di colui che simboleggiava i cambiamenti liberali, protestando contro la corruzione e a favore di cambiamenti nella società e nel partito.
Gli studenti si accamparono nella piazza nell’anniversario delle manifestazioni del 4 maggio 1919, che avevano avuto anche allora gli studenti per protagonisti. Centomila lavoratori e cittadini di Bejing (Pechino) manifestarono in favore del movimento riformista, portando viveri e bloccando le strade nei momenti in cui sembrava imminente un intervento dell’esercito.
Manifestazioni simili si svolsero anche in altre città, e apparvero manifesti di vari gruppi di lavoratori: giornalisti, sindacalisti militanti del partito. Nacquero gruppi autonomi, in aperta sfida a quattro decenni di controllo totale del partito su tutte le organizzazioni sociali.
Alla fine, il 4 giugno 1989 il governo reagì con decisione e violenza: l’esercito venne inviato nel centro di Pechino per disperdere gli studenti e chi li sosteneva. L’esercito aprì il fuoco; ci furono centinaia di morti e migliaia di feriti; moltissimi morirono schiacciati dai cingolati che abbattevano le barricate. Iniziò una sistematica persecuzione, a livello nazionale, contro i leader studenteschi e contro i movimenti autonomi dei lavoratori. Molti furono incarcerati e torturati, mentre altri vennero giustiziati. A livello politico ci furono importanti cambiamenti e Li Peng assunse l’incarico di primo ministro.
La reazione internazionale alla repressione fece naufragare le speranze della Cina da ottenere un maggiore commercio con l’estero. Il primo governo occidentale ad avere rapporti con la Cina dopo la repressione di Tienanmen fu quello britannico che nel settembre 1991 firmò con Pechino un accordo per la costruzione del nuovo aeroporto di Hong Kong, all’interno dei negoziati per il passaggio dell’ex colonia britannica sotto la sovranità cinese nel 1997.
Le riforme strutturali dell’economia divennero inevitabili, con un terzo delle imprese in deficit e un bilancio sempre più squilibrato. Il PCC riprese le fila del processo di liberalizzazione economica iniziato da Deng Xiaoping, che a 87 anni riapparve sulla scena politica. D’altra parte, Jiang Zemin, suo successore alla segreteria del Partito Comunista, si espresse a favore del «libero pensiero» e vennero anche ridotte le accuse contro l’ex segretario Zhao Ziyang. Costui, qualche tempo dopo, venne comunque indicato come il responsabile dei fatti che portarono al massacro di Tienanmen, allontanando definitivamente la possibilità di una sua riabilitazione.
Gli accordi di Parigi sulla Cambogia dell’ottobre 1991 e la dissoluzione dell’URSS accelerarono il riavvicinamento tra la Cina e il Viet Nam, che nel novembre di quello stesso anno normalizzarono i loro rapporti diplomatici.
In quello stesso mese di novembre 1991, gli Stati Uniti interruppero il gelo diplomatico imposto dai fatti del 1989 ottenendo l’impegno di Pechino al rispetto del trattato internazionale che limitava le esportazioni di missili. Ancora in quel novembre 1991, per la prima volta dal dopoguerra, un rappresentante del governo cinese si recò in visita a Seoul, capitale della Corea del Sud, per partecipare alla III Conferenza Annuale di Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC) che, con l’adesione della Cina, di Taiwan e Hong Kong, comprende metà della popolazione e della produzione mondiale.
Alla fine del novembre 1991 il governo liberò i leader studenteschi che avevano guidato le proteste democratiche di Tienanmen. Nonostante ciò, nelle province delle Xinjiang, del Quinghai e altre vicine, rimasero ancora dai 50 mila agli 80 mila prigionieri politici. L’anno seguente Amnesty International denunciò l’esistenza di 20 mila prigionieri politici.
Nel 1992 il governo aderì al Trattato di Non Proliferazione Nucleare e il governo statunitense del presidente Bush diede la priorità ai rapporti commerciali con la Cina.
Il XIV Congresso del partito, celebrato nello stesso anno, confermò la leadership di Deng Xiaoping e riaffermò la linea di politica economica. In seguito al Congresso, ebbe inizio una delle più grandi purghe della storia del PC cinese, con l’eliminazione di gran parte dell’ala conservatrice, raccolta intorno alla figura di Chen Yun, leader del Consiglio del Comitato Centrale, un’istituzione che venne sciolta. Vennero anche rimossi alcuni alti gradi dell’Esercito Popolare.
Nella sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il segretario generale del partito, Jiang Zemin, venne eletto presidente della repubblica. Divenne così il primo, dalla morte di Mao, ad assumere le funzioni di capo dello Stato, del partito e comandante delle Forze Armate. Il primo ministro Li Peng venne confermato nel suo incarico.
Nell’aprile 1992, venne confermata la decisione di costruire a gigantesca diga delle Tre Gole, sul fiume Yangtse. Il controverso progetto dovrebbe terminare nel 2009, e comporterebbe l’inondazione di terre abitate da 1,3 milioni di persone, sommergendo 10 città e oltre 800 villaggi. Gli ecologisti si sono opposti immediatamente al progetto, perché porterebbe alla distruzione dell’ambiente e di specie già sotto la minaccia di estinzione, esponendo inoltre milioni di persone al rischio di disastri naturali, come terremoti, frane e inondazioni. Inoltre, non sarebbe economicamente redditizio.
A settembre, il governo rese noto che ogni attività indipendentista in Tibet sarebbe stata «repressa senza pietà». Dal punto di vista economico, venne varato un piano di austerità che interessava l’apparato statale e furono aumentate le tasse per i contadini. Le proteste obbligarono il governo a fare marcia indietro, annullando un provvedimento che avrebbe riguardato 800 milioni di contadini.
Il prodotto interno lordo crebbe del 12,8% nel 1992, una cifra senza precedenti fino ad allora. Questa crescita fece vedere i suoi primi effetti indesiderati nel corso del 1993: nei primi sei mesi l’inflazione fu del 20% nonostante la crescita annua del prodotto interno lordo fosse stata del 13,5%. Nel marzo 1994, Li Peng volle limitare la crescita dell’economia al 9% per ridurre l’inflazione, nonostante le proteste della provincia di Guangdong, una delle principali beneficiarie del boom economico cinese.
Aumentarono le disuguaglianze sociali tra il ceto dei nuovi ricchi delle città e l’enorme maggioranza dei lavoratori e dei contadini. Da qui il fenomeno della migrazione di milioni di persone verso le città. In questa situazione il governo assunse un atteggiamento prudente sulla chiusura o sulla privatizzazione delle imprese statali considerate poco redditizie, perché un forte aumento della disoccupazione avrebbe reso più difficile una già precaria situazione sociale.
Venne abbandonato anche un altro progetto tendente a limitare gli effetti sociali delle riforme economiche. Si trattava di introdurre un indennizzo per i lavoratori delle imprese che venivano chiuse; tuttavia l’inesistenza di un sistema statale di previdenza sociale - con la mancanza di un fondo nazionale per la disoccupazione - convinse il governo a fare marcia indietro, per non avventurarsi in riforme troppo radicali.
Nel 1995 Jiang Zemin consolidò ancora di più il suo potere, trovandosi così nella situazione migliore per guidare il paese nell’era post-Deng. Il governo guardava con preoccupazione alle conseguenze sociali delle riforme, mantenendo tuttavia un regime di aiuti alle imprese statali.
L’inflazione si ridusse al 13% e il piano quinquennale 1996-2000 previde una crescita economica tra l’8% e il 9%. Si moltiplicarono i casi di corruzione venuti allo scoperto. Il primo segretario del Partito Comunista di Pechino. Chen Xitong, fu costretto a dimettersi dopo la scoperta di un caso di malversazione in cui erano implicati alti dirigenti locali ed una importante impresa metallurgica municipale. Nell’aprile si suicidò il vice sindaco di Pechino, Wuang Baosen, accusato di aver stornato 37 milioni di dollari dai fondi statali.
Le relazioni commerciali con gli Stati Uniti si intensificarono, nonostante i continui dissidi tra i due paesi, come quelli provocati dalle manovre militari nelle acque di Taiwan, o gli esperimenti nucleari effettuati da Pechino. A novembre Jiang intraprese la prima visita di un presidente cinese in Corea del Sud all’interno di una politica di avvicinamento commerciale e politico a quei paesi che durante la Guerra Fredda si caratterizzarono per il loro anticomunismo.
Nel maggio 1996, Amnesty International condannò la repressione contro i monaci buddhisti nel Tibet. Secondo l’organizzazione di difesa dei diritti umani, 80 monaci furono feriti per aver esibito in pubblico, nonostante il divieto, alcune foto del Dalai Lama.
Due leader della rivolta studentesca del 1989 furono condannati rispettivamente a 11 e 3 anni di prigione sotto l’accusa di voler promuovere la caduta del governo. Un altro studente ottenne asilo politico negli Stati Uniti. Il governo intanto continuò nella sua campagna di pressione psicologica contro Taiwan con manovre militari su larga scala nelle vicinanze dell’isola.
Nel 1996 proseguì il buon andamento dell’economia: la crescita del prodotto interno lordo si situò intorno al 10% e l’inflazione scese al 6%. Migliorò la crescita industriale e gli investimenti stranieri aumentarono del 20%; alcune compagnie straniere furono autorizzate a convertire la moneta locale in dollari o in yen.
La morte di Deng Xiaoping nel febbraio 1997, dopo una lunga malattia, provocò inquietudine tra gli operatori economici e i diplomatici, tuttavia il governo e il partito assicurarono che le riforme economiche non erano in questione.
Il XV Congresso del Partito Comunista, nell’ottobre dello stesso anno, confermò Jiang Zemin al vertice del partito e dello stato, consolidò la politica delle riforme in particolare verso le imprese statali e riaffermò il tradizionale sistema politico.
Nel marzo 1998 l’Assemblea Nazionale del Popolo ratificò i cambiamenti decisi dal Partito Comunista. Zemin venne rieletto capo dello Stato e delle Forze Armate, con il 98% dei voti: 2.882 deputati votarono a favore, 36 contro e 29 si astennero.
Hu Jintao, già menzionato come possibile successore di Zemin, venne eletto vice presidente, mentre il primo ministro uscente, Li Peng, assunse la presidenza del Parlamento. La Costituzione gli impediva un terzo mandato come capo del governo.
Zhu Rongji, ex vice primo ministro incaricato dell’economia, venne nominato capo del governo. Il nuovo esecutivo, formato da esperti in economia, ha il compito di proseguire nell’adattamento delle 370 mila imprese statali alle regole del libero mercato, un processo che ha già dato come risultato tra i 20 e i 30 milioni di disoccupati.
I programmi di Zhu, in continuità con le riforme intraprese nel 1978 da Deng, mettono ora in primo piano la ristrutturazione del sistema finanziario.
 
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