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Gran Bretagna
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Capitale: Londra
Superficie: 244.820 km²
Popolazione: 57,591 milioni
Speranza di vita: 77,25 anni
Pil pro capite: 20.400 $ / anno
Valuta: 1 British pound (£) = 100 pence
 
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Capital: Londres
Superficie: 244,820 km²
Habitantes: 57.591 millones
Esperanza de vida: 77.25 años
Pib pro capita: 20,400 $ / año
Divisa: 1 British pound (£) = 100 pence
 
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Official name: United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland
Capital: London
Area: 244,820 km²
Population: 57.591 million
Languages: English, Welsh , Scottish form
Life expectation: 77.25 years
Gdp per capita: 20,400 $ / year
Currency: 1 British pound (£) = 100 pence
 
 
 
 
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Winston Churchill
 
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Margaret Thatcher
 
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Tony Blair
 
 
Scheda tratta da:
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EMI - Editrice Missionaria Italiana
Via di Corticella, 181
40128 Bologna
 
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Durante il paleolitico i primi abitanti dell’attuale Gran Bretagna erano cacciatori. Dopo il periodo delle glaciazioni, l’isola iniziò ad ospitare alcune comunità di agricoltori. Queste popolazioni, insieme a molte altre emigrate nel corso dei millenni dal continente, diedero vita a sistemi sociali complessi.
Nel 44 d.C. i romani conquistarono il sud della regione, dove, nel 90 d.C., istituirono la provincia della Britannia e fondarono la città di Londra fra il 70 e il 100 d.C. All’inizio del V secolo, l’isola venne abbandonata dai romani per poi essere invasa dalle popolazioni germaniche degli angli, dei sassoni e degli juti. Queste tribù costrinsero i celti a ritirarsi verso la costa occidentale e si impossessarono delle regioni meridionali, dove fondarono vari stati anglosassoni.
Durante il V secolo gli abitanti dell’Irlanda e del Galles si convertirono al cristianesimo. Nel VII secolo la Chiesa di Roma si impose su quella britannica.
Tra il VII e il IX secolo i danesi invasero la regione orientale dell’Inghilterra. Nell’XI secolo fu la volta dei normanni, capeggiati da Guglielmo il Conquistatore, che imposero la propria egemonia sull’isola. I re anglo-normanni seppero sviluppare un’efficace rete amministrativa e controllare le ribellioni nobiliari.
Il grande prestigio conquistato dal re Riccardo Cuor di Leone (1189-1199), uno dei condottieri della terza crociata in Terra Santa, finì con lo sgretolarsi durante gli anni del regno del suo successore, Giovanni Senza Terra (1199-1216), quando l’Inghilterra perse i suoi territori francesi. I baroni, sostenuti dal clero, sfruttarono questo momento di debolezza della Corona per ottenere alcune rivendicazioni nella Magna Charta sottoscritta dal re nel 1215.
Questo documento gettò le fondamenta del parlamentarismo britannico, ma segnò anche l’inizio di una continua lotta per il potere fra la monarchia e la nobiltà, alla quale si sarebbe affiancata in un secondo momento anche la borghesia. Il Parlamento rappresentava gli interessi di queste classi sociali, e ciò permise di giungere al consolidamento di una monarchia parlamentare.
I frequenti conflitti dinastici, le aspirazioni della Corona britannica al trono francese, la rivalità commerciale fra queste due nazioni in territorio fiammingo, l’appoggio offerto dalla Francia alla Scozia nelle sue guerre contro l’Inghilterra determinarono lo scoppio della Guerra dei Cent’anni (1337-1453), che culminò con la sconfitta dell’Inghilterra e la perdita dei suoi possedimenti sul continente.
Le sconfitte militari sminuirono ulteriormente il prestigio della Corona inglese, che sul fronte interno si trovò a dover affrontare anche il movimento antipapista dei seguaci di Wycliffe (un predecessore di Lutero) e una ribellione contadina. I contadini, capeggiati da Wat Tyler, insorsero contro il pagamento dei tributi e lo strapotere dei signori feudali. Nel 1381 Tyler e i suoi riuscirono addirittura a fare il loro ingresso a Londra per negoziare personalmente con il re, ma alla fine la rivolta contadina si concluse con un fallimento e Tyler fu giustiziato.
La disputa dinastica fra i Lancaster e gli York, sviluppatasi nel periodo successivo alla Guerra dei Cent’anni, sfociò nella Guerra delle Due Rose, che ebbe termine con l’ascesa al trono dei Tudor nel 1485. Il periodo Tudor viene considerato come il momento in cui vide la luce il moderno stato britannico. Fu proprio un Tudor, Enrico VIII (1509-1547), il responsabile della rottura con la Chiesa di Roma, quando ne confiscò tutti i beni e i monasteri e fondò la Chiesa anglicana. Il desiderio di estendere l’autorità della Corona inglese, insieme alla riforma religiosa in Irlanda, portarono Elisabetta I (1558-1603), succeduta sul trono a Enrico VIII, ad imporre il proprio controllo anche sull’Ulster. L’invasione dell’Irlanda da parte de Tudor fu all’origine di secoli di aspri conflitti politico-religiosi.
Fu proprio durante il regno di Elisabetta I che la poesia e il teatro inglese conobbero una fioritura senza precedenti (Ben Johnson, Marlowe, Shakespeare), mentre il commercio e l’industria vivevano una fase di notevole crescita e aveva inizio l’avventura coloniale, premessa del futuro impero coloniale inglese. Dopo la vittoria sulla flotta spagnola - la cosiddetta Invincibile Armata -, la marina britannica divenne la «padrona dei mari».
Le imbarcazioni mercantili inglesi, così come le navi negriere, dei pirati, dei corsari, nonché quelle dei nuovi coloni, solcavano liberamente gli oceani. I mercati si moltiplicavano, mentre la domanda aumentava rapidamente e per farvi fronte dovettero essere introdotte nuove tecniche che accelerassero i ritmi della produzione. Si trattava del prologo della rivoluzione industriale, che si sarebbe sviluppata in territorio inglese all’inizio del XVIII secolo.
L’unione della Corona di Scozia e di quella d’Inghilterra con la salita al trono d’Inghilterra di Giacomo I Stuart (1603-25), significò per la monarchia scozzese la fine della propria indipendenza. L’intolleranza religiosa manifestata da Carlo I, figlio e successore di Giacomo I, provocò lo scoppio di una rivolta in Scozia, mentre lo scontento andava aumentando anche in Inghilterra. Il degenerare della situazione politica indusse i puritani ad armare un proprio esercito, appoggiato dal Parlamento e guidato da Oliver Cromwell, che nel 1642 sconfisse le forze della Corona. Nel 1649 il Parlamento condannò a morte Carlo I e innalzò Cromwell alla carica di Lord protettore, istituendo la repubblica del Commonwealth, che però si trasformò presto in un regime dittatoriale. Dopo la morte di Cromwell, la salita al trono di Carlo II nel 1658 rappresentò la restaurazione della monarchia Stuart.
La monarchia diede un nuovo impulso alla colonizzazione dell’America settentrionale e si preoccupò di intensificare i rapporti commerciali con America, Estremo Oriente e paesi del Mediterraneo. La tratta degli schiavi divenne una delle principali fonti di guadagno per l’impero inglese.
La politica assolutista attuata da Giacomo II e la sua aperta professione di fede cattolica si scontrarono con il Parlamento protestante. Tali contrasti sfociarono nella cosiddetta Gloriosa Rivoluzione. Il re fu costretto a trovare rifugio in Francia, mentre i protestanti invitarono sul trono l’olandese Guglielmo d’Orange. Quest’ultimo divenne re nel 1689 come Guglielmo III, giurando di rispettare la Dichiarazione dei diritti, che imponeva precisi limiti all’autorità del sovrano e che sanciva la supremazia del Parlamento.
John Locke ben sintetizzò l’ideale rivoluzionario, sostenendo che l’essere umano ha dei diritti naturali fondamentali: quello alla proprietà, alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale. Qualsiasi forma di governo, istituita dalla società per salvaguardare questi diritti fondamentali dell’individuo, deve soddisfare tale missione, altrimenti il popolo ha il diritto di opporsi alla sua autorità.
Nel 1707 i due Parlamenti di Scozia e Inghilterra vennero unificati e fu istituito il Regno Unito di Gran Bretagna. La Bretagna intervenne quindi nella guerra di successione spagnola, in seguito alla quale ottenne, grazie al trattato di Utrecht (1713), i territori di Minorca, Gibilterra e Nuova Scozia. La crescente pressione fiscale provocò l’insurrezione delle colonie americane, che culminò con la proclamazione dell’indipendenza degli Stati Uniti nel 1776.
In quel momento storico gli interessi dei proprietari terrieri si unirono con quelli della borghesia mercantile, e si consolidarono i due grandi partiti inglesi, il conservatore Tory ed il liberale Whig. In quegli stessi anni, Adam Smith gettò le basi del liberalismo economico, le cui teorie economiche vennero sfruttate dalla Corona inglese quale giustificazione per la propria politica fortemente espansionistica: si aprirono così nuovi porti e mercati in Africa, America e Asia, utilizzando anche la forza, come avvenne a metà del XIX secolo con la cosiddetta guerra dell’oppio contro la Cina.
Nel 1801, una volta soffocata nel sangue la ribellione dei nazionalisti irlandesi, fu istituito il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda e venne sancito lo scioglimento del Parlamento irlandese.
Il secolo XVIII vide lo sviluppo della rivoluzione agricola, che portò con sé importanti innovazioni nelle tecniche del lavoro agricolo insieme a un profondo cambiamento nel regime di proprietà della terra. Con i grandi latifondisti che recintarono le proprie terre ed eliminarono così i campi comuni, sfruttati dai piccoli agricoltori, venne infatti formalizzata l’esistenza di un sistema agricolo di stampo capitalistico, che sanciva la fine di un’agricoltura volta alla mera autosufficienza delle piccole comunità agrarie.
Contemporaneamente ebbe inizio la rivoluzione industriale, nell’industria tessile, che dovette affrontare il problema di una domanda sempre maggiore di tessuti proveniente dai territori d’oltremare. L’introduzione delle macchine nel ciclo lavorativo mutò i metodi di lavoro e i laboratori artigianali furono sostituiti dalle fabbriche. Successivamente, i cambiamenti toccarono anche l’industria mineraria e quella metallurgica. Con l’invenzione della macchina a vapore, l’uso del carbone come combustibile e la sostituzione del legno dapprima con il ferro e quindi con l’acciaio, si giunse infine a un processo generalizzato di meccanizzazione del lavoro.
La crescita demografica - da circa 11 milioni di abitanti nel 1801 si passò a 21 milioni nel 1850 -, l’aumento della domanda, il miglioramento dei mezzi di trasporto, l’accumulo di capitali, l’espansione del commercio, la creazione di un vasto impero coloniale, i progressi scientifici e l’appoggio della borghesia furono i tratti caratterizzanti di quell’epoca. Fu in quegli anni che la Gran Bretagna divenne il primo paese al mondo in fatto di produzione manifatturiera, servendosi di ogni mezzo possibile, come nel caso dell’approvazione di leggi speciali che avvantaggiarono i produttori tessili inglesi, determinando al contempo la rovina dell’industria tessile indiana.
La Gran Bretagna guadagnò nuovi territori nelle varie guerre contro la Francia e poi con la vittoria su Napoleone a Waterloo (1815).
Sul piano sociale, la rivoluzione industriale produsse però risultati tutt’altro che positivi. I bassi salari, le malsane condizioni di lavoro, la scarsità di alloggi nelle città, le carenze alimentari, la precarietà dell’occupazione, lo sfruttamento di donne e bambini generarono uno scontento diffuso nella popolazione. Le azioni di protesta popolare assunsero in molti casi un carattere violento, venendo represse con la forza.
In una prima fase si trattò di agitazioni spontanee, come nel caso di un gruppo di artigiani, i cosiddetti luddisti, che distruggevano le macchine. Soltanto in un secondo momento, nacquero dei sindacati operai organizzati (Trade Unions).
Nel 1819, dopo la violenta repressione di una manifestazione popolare avvenuta a Manchester, il governo approvò una legge che limitava il diritto di associazione e la libertà di stampa. Vi furono tuttavia nuove mobilitazioni di piazza, tanto da parte dei nazionalisti irlandesi, capeggiati da Daniel O’Connell, quanto come reazione alla legge sul frumento, che imponeva il pagamento di un dazio proibitivo per l’importazione del cereale.
Il cartismo fu il movimento di massa più importante sviluppatosi in quegli anni. Composto principalmente da operai, prese il nome dal suo manifesto programmatico, la Carta del popolo, redatta del 1838 nel corso di un’assemblea riunitasi a Glasgow, in Scozia. Il movimento cartista avanzava un insieme di rivendicazioni, di natura sia politica (suffragio universale, voto segreto, riforma delle circoscrizioni elettorali) sia sociale (salari più alti e condizioni di lavoro migliori). Dopo alcuni imponenti scioperi e manifestazioni, la forza propulsiva del movimento andò esaurendosi. Tuttavia, fu grazie all’influenza che il cartismo aveva esercitato, che alcuni deputati decisero di sottoporre al vaglio del Parlamento buona parte di quelle che erano state le sue rivendicazioni.
Robert Owen (1771-1858), ritenuto il fondatore del socialismo e del cooperativismo inglese, si fece promotore della tesi secondo cui il predominio dell’interesse individuale avrebbe portato all’impoverimento delle masse. A partire dal 1830, Owen si dedicò in prima persona a promuovere il cooperativismo e fu fra i fondatori del movimento sindacale operaio inglese.
Gli anni del lungo regno della regina Vittoria (1837-1901) videro la nobiltà inglese allearsi con la borghesia industriale e mercantile, mentre sorgevano i primi movimenti socialisti. I sindacati furono legalizzati nel 1871, e poco dopo vennero approvate nuove leggi sul lavoro.
Dopo il 1873 la sovrappopolazione determinò una tale scarsità di generi alimentari che si dovette far ricorso all’importazione dei beni di prima necessità. Proprio in quegli anni, l’industria inglese cominciava a risentire della concorrenza da parte di Stati Uniti e Germania. La Gran Bretagna diede quindi nuovo impulso alla propria espansione in Africa, Asia e Oceania, mossa non solo da interessi economici, ma anche dall’ambizione politica di costruire un grande impero. Fu esemplare in questo senso la guerra contro i boeri (1899-1902), che riaffermò il controllo inglese su tutto il Sudafrica, ma fu anche la guerra locale più costosa di tutto il XIX secolo.
Il primo quarto del XX secolo fu caratterizzato dallo sviluppo dei movimenti di emancipazione femminile. Le rivendicazioni del movimento suffragista culminarono nella vittoria del 1917, anno in cui le donne ottennero il diritto di voto.
Discriminati a causa della loro fede cattolica, espropriati delle loro terre e privi di autonomia politica, gli irlandesi continuavano intanto a manifestare la loro profonda insoddisfazione. Nel 1867 vennero aboliti i privilegi della Chiesa anglicana, e si migliorarono in parte le condizioni dei contadini. Nel 1916 gli inglesi repressero duramente l’insurrezione scoppiata a Dublino il giorno di Pasqua, ma in seguito le forze reali non riuscirono ad imporsi nella guerra di liberazione irlandese, iniziata nel 1918. A conclusione di tale guerra, nel 1921, Londra dovette acconsentire all’indipendenza dell’Irlanda. Sei contee della regione nord-occidentale, a maggioranza protestante, rimasero però sotto il controllo britannico, con Belfast come capitale.
La rivalità fra le potenze industriali europee per conquistare la leadership economica e politica portò di fatto allo scoppio della prima guerra mondiale (1914-1918). Un fronte era composto dai paesi dell’Europa centrale - Austria-Ungheria, Germania e, in un secondo momento, Turchia e Bulgaria -, mentre dall’altra parte si ritrovarono alleati Francia, Gran Bretagna, Russia, Serbia e Belgio, a cui si aggiunsero, nel corso della guerra, anche Italia, Giappone, Portogallo, Romania, Stati Uniti e Grecia.
Nonostante la Gran Bretagna fosse uscita vittoriosa dalla guerra, ne fu comunque indebolita. Aveva infatti investito 40.000 milioni di dollari in spese militari, mobilitato 7.500.000 soldati, subendo ben 1.200.000 perdite e vedendo crescere notevolmente il debito estero. Il periodo di crisi economica seguito alla guerra ravvivò così le proteste operaie, la cui massima espressione fu lo sciopero generale del 1926. Il governo conservatore dichiarò illegale lo sciopero, ma non fu comunque in grado di prendere le opportune misure per rivitalizzare l’industria inglese. Furono queste le premesse per il trionfo laburista alle elezioni del 1929.
In materia di politica estera, la Gran Bretagna appoggiò la proposta statunitense di creare una Società delle Nazioni. L’istituzione della Confederazione britannica delle nazioni (Commonwealth), sancita dallo statuto di Westminster nel 1931, significò di fatto la concessione da parte del governo inglese dell’indipendenza per Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica.
Il 3 settembre del 1939, due giorni dopo l’invasione tedesca della Polonia, la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania, entrando anch’essa nella seconda guerra mondiale (1939-1945). Nel maggio del 1940 venne costituito un governo di coalizione presieduto da Winston Churchill. Tra 1939 e 1941, i maggiori belligeranti furono Gran Bretagna e Francia da un lato e Germania e Italia dall’altra (l’Italia solo dal 1940). Fra gli alleati minori delle forze naziste c’erano l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria e la Jugoslavia.
Nel 1941 entrarono in guerra anche Unione Sovietica, Giappone e Stati Uniti. Nel 1945, la Germania firmò finalmente la propria resa alle Forze Alleate. Anche se la Gran Bretagna, insieme agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica, fu fra i paesi vincitori del conflitto, la guerra non fece che sottolineare il declino dell’impero britannico, consacrando al contrario la supremazia degli Stati Uniti in campo economico, finanziario, tecnologico e militare.
Nel maggio del 1945, il governo laburista di Clement Attlee varò una serie di importanti provvedimenti, quali la nazionalizzazione delle miniere di carbone, dell’industria siderurgica e della Banca d’Inghilterra. Queste misure sarebbero poi state annullate nel decennio successivo, con la salita al governo dei conservatori.
Nel 1947, l’India e il Pakistan conquistarono l’indipendenza, pur restando nell’ambito del Commonwealth. Nel decennio successivo, la maggioranza delle colonie d’oltremare seguirono l’esempio dei sue paesi asiatici. La Gran Bretagna nel 1949 fu fra i membri fondatori della NATO.
La spedizione militare franco-britannica del 1956, tesa ad impedire la nazionalizzazione del Canale di Suez, ribadì però il persistere di un atteggiamento colonialista e destò notevoli critiche sia in Gran Bretagna che all’estero (Egitto). La spedizione ebbe comunque un esito negativo, a causa del mancato appoggio degli Stati Uniti all’operazione. Un anno più tardi, la Gran Bretagna fece scoppiare nell’Oceano Pacifico la sua prima bomba all’idrogeno.
Nel 1964, dopo ben 13 anni di governo conservatore, le elezioni diedero la vittoria ai laburisti di Harold Wilson. Il governo di Wilson dovette affrontare problemi molto delicati, fra cui la dichiarazione d’indipendenza da parte della Rhodesia del Sud (l’attuale Zimbabwe) e la rottura delle relazioni diplomatiche con ben nove paesi africani.
Nel 1967, dopo essersi visto rifiutare l’ingresso nel Mercato Comune Europeo e di fronte a una grave crisi economica e a una crescita allarmante del tasso di disoccupazione, il governo di Londra decise di ritirare le sue truppe di stanza nello Yemen del Sud e di abbandonare le tutte proprie basi a est di Suez, con l’eccezione di Hong Kong. Inoltre, cancellò le richieste di armi fatte agli Stati Uniti, adottando una linea di rigorosa austerità economica.
Nel 1969 i contrasti latenti nell’Irlanda del Nord provocarono violenti disordini fra cattolici e protestanti, con numerosi morti e feriti. La minoranza cattolica chiedeva l’uguaglianza dei diritti politici, oltre al risanamento dei propri quartieri, la costruzione di nuovi edifici residenziali e scuole, e l’adozione di un sistema di previdenza sociale. La risposta del governo nordirlandese fu l’invio delle forze dell’ordine a fronteggiare i manifestanti cattolici. Londra assunse quindi il controllo diretto dell’Ulster, con l’invio stabile di truppe nel tentativo di ristabilire l’ordine.
Nell’agosto del 1971 il primo ministro nordirlandese Brian Faulkner riaprì i campi di internamento e ristabilì la prassi delle retate di individui sospetti. I moti di protesta generati da questi provvedimenti si conclusero con un bilancio di 25 morti. Il 30 gennaio del 1972, nella città di Derry - il cui nome ufficiale è Londonderry - le truppe inglesi aprirono il fuoco sui partecipanti a una manifestazione pacifica indetta dai cattolici per protestare contro i campi di internamento e le altre misure repressive varate dal governo nordirlandese. I morti furono tredici e si contarono centinaia di feriti. L’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA) rispose a questa strage con una serie di sanguinosi attentati.
Nel mese di marzo del 1973 in Irlanda del Nord si svolse un referendum per decidere se continuare a far parte del Regno Unito oppure se procedere all’annessione alla Repubblica d’Irlanda. La consultazione si caratterizzò per l’elevata percentuale di astensioni, che toccò il 40%, ed ebbe come risultato la decisione della bellicosa comunità protestante di continuare a restare uniti a Londra.
Nel corso degli anni ‘70 si inasprirono i conflitti sociali. Il governo conservatore di Edward Heath dovette affrontare tre grandi scioperi indetti in aziende statali con un ruolo chiave nell’economia inglese (porti, miniere di carbone, trasporti ferroviari). Nel 1974 Heath dovette dimettersi, mentre i laburisti si apprestavano a vincere le imminenti elezioni. Alla consultazione referendaria del gennaio del 1973 la maggioranza dei cittadini inglesi aveva votato a favore dell’ingresso del Regno Unito nella CEE. Venne così inaugurata una linea di graduale integrazione con il resto d’Europa, caratterizzata dalla ricerca di nuovi mercati per rivitalizzare la debole economia nazionale.
Nel 1975 il Parlamento inglese approvò una nuova legge sul divorzio. Nel corso di quell’anno, davanti alla minaccia di applicare delle restrizioni alla legge del 1967, le femministe inglesi furono le protagoniste vittoriose di una grande campagna nazionale per l’aborto.
Ai referendum organizzati in Scozia e in Galles nel 1979 dal governo laburista di James Callaghan, tanto gli elettori scozzesi quanto quelli gallesi respinsero la possibilità di diventare autonomi da Londra.
Nel maggio del 1979, dopo il cosiddetto «inverno dello scontento», segnato da numerosi scioperi, il Partito Conservatore, con Margaret Thatcher alla sua guida, vinse le elezioni. Il nuovo primo ministro approvò una serie di austeri provvedimenti per combattere l’inflazione, cercò di ridurre il ruolo dello stato nell’economia, e applicò una politica economica di impronta monetarista.
Nel 1981 numerosi appartenenti all’IRA che si trovavano nelle carceri inglesi attuarono sette scioperi della fame per essere riconosciuti quali prigionieri politici. Londra tuttavia scelse la linea dura e rifiutò di dialogare con gli scioperanti (12 dei quali morirono).
Nell’aprile del 1982 la Thatcher inviò un contingente della Marina militare britannica, completo di portaerei e sottomarini nucleari, presso l’arcipelago delle Malvinas (Falkland), rispondendo con la forza all’invasione da parte dell’Argentina che rivendicava la sovranità su quelle isole. Dopo 45 giorni di guerra le forze inglesi riuscirono a rimpadronirsi completamente delle isole.
Nell’ottobre del 1983 il governo di Londra ritirò le proprie truppe dal Belize. L’anno seguente, sulla base di un accordo firmato ai tempi della prima guerra dell’oppio, la Gran Bretagna cedette alla Repubblica Popolare Cinese la sovranità su Hong Kong, che sarebbe ritornata a far parte della Cina a partire dal dicembre del 1997.
Durante il governo della signora Thatcher il sindacalismo visse un momento di notevole logoramento, determinato da una diminuzione degli iscritti nelle industria tradizionali, ormai in declino. In tale contesto acquista una luce particolare il lungo sciopero dei minatori svoltosi tra il 1984 e il 1985, conclusosi con la sconfitta del sindacato nonostante un intero anno di aspri confronti interni e con le forze dell’ordine.
Nel 1987 Margaret Thatcher venne eletta primo ministro per la terza volta consecutiva. L’impostazione della sua strategia politica rimase immutata sia in campo economico sia in quello sociale: liberalizzazione spinta dell’economia, privatizzazione delle aziende statali, riforma fiscale, intransigenza nei confronti dei sindacati. In materia di politica estera, la Thatcher mantenne una posizione «dura» di fronte alla Comunità Europea, optando per l’allineamento con gli Stati Uniti.
A metà del 1989, dopo vari anni piuttosto positivi, la situazione economica iniziò a peggiorare. La contemporanea introduzione di una nuova legge locale (la poll tax, un’imposta che avrebbero dovuto pagare tutti i cittadini iscritti nelle liste elettorali, indipendentemente dall’entità dei propri redditi) scatenò l’opposizione popolare.
Nel febbraio del 1990 la Gran Bretagna e l’Argentina riallacciarono le relazioni diplomatiche e i rappresentanti dei due Stati si incontrarono a Madrid per avviare trattative ufficiali sul futuro delle isole Malvinas.
Nel novembre del 1990 Margaret Thatcher, dopo aver lasciato la guida del Partito Conservatore, venne sostituita alla guida del governo e in quella dei «Tories» dal suo ex ministri John Major. Una volta assunta la carica di primo ministro, Major si dichiarò sostenitore di un capitalismo dal volto umano, diverso dal rigido capitalismo che era stato il cavallo di battaglia della «Lady di ferro».
Nel 1995 Major annunciò la sostituzione della poll tax, promuovendo l’adozione di misure in grado di offrire protezione legale ai malati, alle donne lavoratrici, ai consumatori e alle famiglie. Nonostante tali provvedimenti, Major continuò lungo la strada tracciata dalla Thatcher, ad esempio con la privatizzazione del sistema sanitario nazionale.
In fatto di politica europea, il primo ministro prese invece dichiaratamente le distanze dal suo predecessore, portando Londra ad aderire, nel 1991, agli accordi europei sull’unione monetaria. In ogni caso, la fedeltà della diplomazia britannica agli USA rimase immutata, come dimostrò ad esempio l’intervento inglese al fianco degli Stati Uniti nella guerra del Golfo.
Anche se il governo riuscì a diminuire l’inflazione (dal 10% del 1990 al 3,8% del 1991) e a far calare i tassi d’interesse (dal 15% al 9,5%), l’attività economica sembrava essersi arenata: nel 1991 si assistette a una diminuzione nella produzione industriale ed erano sempre più numerose le piccole imprese costrette a chiudere. La disoccupazione continuava invece ad aumentare (più del 9% alla fine del 1991), iniziando per di più a coinvolgere anche impiegati e professionisti, ossia quelle fasce sociali che avevano appoggiato la politica neoliberista della Thatcher.
Di conseguenza la popolarità personale di Major, che aveva toccato l’indice più alto nella storia inglese dopo quello di Winston Churchill, non ebbe come contraltare un pari consenso nell’ambito del Partito Conservatore. Alle elezioni regionali svoltesi alla fine del 1991, i Tories persero 800 rappresentanti e parecchie roccaforti, mentre i laburisti guadagnarono più di 400 seggi.
In settembre scoppiò un’ondata di violenza urbana che non aveva precedenti dal 1976. Furono soprattutto i giovani a scendere in piazza, in città molto distanti l’una dall’altra, come Cardiff, Newcastle, Birmingham e Oxford. Nello stesso periodo, anche la violenza di stampo razzista aumentò sensibilmente, com’è evidenziato dai dati raccolti da Scotland Yard.
Alle elezioni parlamentari del 1992 i conservatori ottennero la loro quarta vittoria consecutiva, conquistando la maggioranza con 336 seggi sui 651 contesi. Poco dopo le elezioni, in cui perse il proprio seggio Gerry Adams, presidente del Sinn Féin (movimento politico strettamente collegato all’IRA), Londra fu teatro dello scoppio di alcune bombe.
A partire dal 1993 i conservatori subirono una serie di rovesci elettorali nell’ambito di consultazioni parziali o locali, in un contesto di recessione economica globale in cui la disoccupazione continuava ad aumentare, coinvolgendo all’incirca tre milioni di persone. Il 15 dicembre Londra e Dublino firmarono una dichiarazione congiunta riguardante la questione dell’Irlanda del Nord, aprendo in tal modo la strada per i negoziati di pace.
Nonostante un contesto economico più favorevole, nel corso del 1994 il governo conservatore non riuscì comunque a riguadagnare in popolarità. Il prodotto interno lordo crebbe del 3%, mentre il numero di disoccupati si assestò intorno ai due milioni e mezzo di persone, cifra corrispondente al 9% della popolazione attiva. Una serie di scandali, fra cui la scoperta di finanziamenti illegali destinati alla costruzione di una diga in Malaysia, indebolirono ulteriormente l’immagine dei Tories.
La situazione economica del 1995 non portò un aumento di popolarità per il governo di Major. I laburisti, guidati da Tony Blair dal luglio dell’anno precedente, continuavano intanto nel loro processo interno di «modernizzazione», eliminando dalle basi programmatiche del partito l’intento di procedere verso la «proprietà collettiva dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio».
Le successive vittorie in elezioni parziali ottenute nel corso del 1996 dai laburisti rappresentarono la premessa per la vittoria riportata a livello nazionale alle elezioni del maggio del 1997, a seguito delle quali Blair divenne primo ministro. La sconfitta dei conservatori, che avevano ottenuto soltanto il 30% dei voti contro il 43,1% andato ai laburisti (una differenza senza precedenti in questo secolo), obbligò a un cambio nella leadership del partito.
In giugno Blair annunciò l’apertura di una nuova fase negoziale sulla questione dell’Irlanda del Nord. Il primo ministro sottolineò che anche il Sinn Féin avrebbe potuto partecipare alle trattative, a patto che l’IRA rispettasse il cessate il fuoco nelle sei settimane precedenti la data dell’incontro. Il cessate il fuoco ebbe inizio ufficialmente il 20 luglio, Sinn Féin si unì al tavolo delle trattative avviate il 15 settembre.
La tragica morte della principessa del Galles Diana, in un incidente automobilistico avvenuto a Parigi il 31 di agosto, produsse un fortissimo impatto emotivo sulla popolazione, che scese in massa nelle strade di Londra per manifestare il proprio cordoglio.
In ottobre, il ministro delle Finanze Gordon Brown comunicò al Parlamento che la Gran Brategna non avrebbe adottato l’euro come propria divisa a partire dal 1999, ma a partire dalla successiva legislatura, nel 2002. La Gran Bretagna è, insieme alla Danimarca, l’unico paese dell’Unione Europea a godere di una clausola speciale che gli consente di non prendere parte all’unione monetaria.
I due referendum effettuati in Galles e in Scozia nel corso del 1997 ratificarono la concessione da parte di Londra di una maggiore autonomia a queste due regioni. Intanto, all’inizio del 1998, i negoziati sull’Irlanda del Nord portarono a un accordo su una inedita formula di pace. Sottomessa al giudizio popolare attraverso un referendum tenutosi a maggio in Irlanda del Nord, l’approvazione degli accordi di pace riscosse il 70% dei consensi.
Secondo quanto previsto dagli accordi, l’Irlanda del Nord avrà una propria Assemblea legislativa eletta direttamente dal popolo, allo stesso modo del Galles e della Scozia. Contemporaneamente, un referendum indetto in Irlanda mise finalmente termine, con il favore del 95% dei votanti, alle rivendicazioni territoriali avanzate da questo paese, lasciando inoltre la possibilità agli abitanti dell’Ulster di decidere in merito al futuro della provincia. La ricandidatura dei deputati nordirlandesi David Trimble (unionista) e John Hume (nazionalista) al premio Nobel per la Pace nell’ottobre del 1998 contribuì a creare il senso di una causa comune tra protestanti a cattolici.
Il 16 ottobre 1998 Scotland Yard arrestò, su richiesta della giustizia spagnola, il generale Augusto Pinochet. L’ex dittatore cileno si trovava convalescente in una clinica, dopo un’operazione alla schiena. Una prima sentenza giudiziaria dichiarò che l’arresto era stato illegale perché, come ex presidente, Pinochet godeva dell’immunità. Un appello presentato da Amnesty International portò il caso dinanzi alla Camera dei Lord. In questa votazione non unanime, cinque giudici si pronunciarono contro Pinochet; ma un nuovo appello - questa volta da parte della difesa - riuscì a far invalidare il verdetto. Questa «marcia indietro» del procedimento giudiziario mise in dubbio l’indipendenza della giustizia britannica e minacciò di danneggiare le relazioni commerciali tra Cile e Regno Unito.
 
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Il controverso «Programma plutonio»
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