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Egitto
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Capitale: Il Cairo
Superficie: 1.001.450 km²
Popolazione: 64,824 milioni
Speranza di vita: 61,75 anni
Pil pro capite: 2.900 $ / anno
Valuta: 1 Egyptian pound (£E)
= 100 piasters
 
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Capital: Cairo
Superficie: 1.001.450 km²
Habitantes: 64,824 millones
Esperanza de vida: 61,75 años
Pib pro capita: 2.900 $ / año
Divisa: 1 Egyptian pound (£E)
= 100 piasters
 
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Official name: Arab Republic of Egypt
Capital: Cairo
Area: 1,001,450 km²
Population: 64.824 million
Languages: Arabic , English and French widely understood by educated
Life expectation: 61.75 years
Gdp per capita: 2,900 $ / year
Currency: 1 Egyptian pound (£E)
= 100 piasters
 
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Gamal Abdel-Nasser
 
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Muhammad Anwar al-Sadat
 
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Mohamed Hosni Mubarak
 
 
 
 
Scheda tratta da:
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EMI - Editrice Missionaria Italiana
Via di Corticella, 181
40128 Bologna
 
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Seimila anni fa iniziò nella valle del Nilo (Nahr-an-Nili) una civiltà che, in lotta tenace per dominare le inondazioni causate dal fiume, sviluppò uno Stato centralizzato. L’impero egizio costruì le piramidi, elaborò una cultura che fu all’origine della civiltà chiamata «occidentale», riuscì ad alimentare una popolazione numerosissima in rapporto al poco territorio coltivabile e fu un centro molto attivo di relazioni economiche, diplomatiche e culturali. Nell’ultimo millennio prima di Cristo, la decadenza di questa brillante civiltà fece sì che il paese avesse faraoni stranieri (dinastie libiche e sudanesi) e poi fosse direttamente integrato da altri imperi (assiri, persiani, greci e romani).
Durante la dominazione greco-romana, Alessandria (Al-Iskandariyah) fu uno dei centri culturali di maggior influenza del mondo classico e la sua famosa biblioteca - la maggiore del mondo, fino al suo incendio nell’epoca di Cesare - riunì i più importanti filosofi, scienziati e letterati dell’epoca. Nell’anno 642 della nostra era, quando gli arabi conquistarono il paese, poco restò di questo splendore e, come altri popoli, gli egiziani adottarono la religione musulmana e la lingua araba.
Tre secoli dopo, sotto il controllo degli sceicchi fatimidi, la nuova capitale Il Cairo (Al-Qahirah), divenne uno dei centri intellettuali più brillanti del mondo islamico, attraendo nella sua università saggi e studenti da tutte le parti, in particolare da tutti gli angoli dell’Africa musulmana.
Fra i secoli X e XV favorita dalla sua posizione geografica divenne centro di commercio fra l’Asia e l’area mediterranea, in particolare con Venezia e Genova. Fra l’XI ed il XII secolo, la presenza in Palestina dei crociati europei ed il continuo stato di guerra non furono d’ostacolo a questo attivo interscambio.
Una volta espulsi i crociati, la nuova potenza emergente del mondo islamico, il sultanato dei turchi ottomani, all’inizio del XVI secolo conquistò l’Egitto. Contemporaneamente, l’apertura della rotta navale Europa-Estremo Oriente per il Capo di Buona Speranza, incrinò il monopolio che l’Egitto aveva grazie al suo dominio sul Mar Rosso e diede inizio alla sua decadenza economica.
Fino al XIX secolo il dominio turco fu poco più che teorico. Il potere effettivo fu nelle mani dei capi mamelucchi. Nel 1805 assunse il potere Mohamed Ali, un capo militare albanese, che eliminò con mezzi drastici i mamelucchi e stabilì un regime centralistico. Riorganizzò l’esercito e creò il monopolio di stato nel commercio estero della canna da zucchero e del cotone. L’Egitto ampliò la sua autonomia rispetto al sultano di Istanbul e stabilì le basi di una moderna economia.
Durante l’amministrazione dei successori di Mohamed Ali aumentò la dipendenza nei confronti dell’Europa. Il deterioramento economico arrivò a tal punto che nel 1874 per pagare i debiti si dovettero vendere alla Gran Bretagna tutte le azioni del Canale di Suez, costruito in società con i francesi fra il 1860 ed il 1870.
La situazione continuò a peggiorare e, nel 1879, le potenze imposero la creazione di una Cassa del Debito Pubblico, diretta da un ministro egiziano, uno francese e uno inglese, che assunse l’amministrazione delle finanze del paese.
Un tale grado di ingerenza risvegliò un’accesa reazione nazionalista, appoggiata nell’esercito, che quello stesso anno rovesciò il kedive (titolo dei successori di M. Ali) Ismail e obbligò suo figlio Tawfiq ad espellere i ministri stranieri e a nominare un gabinetto nazionalista. La risposta imperialista non si fece attendere: nel 1882 una flotta anglofrancese sbarcò truppe inglesi ad Alessandria ed occupò militarmente il paese.
L’occupazione, «legalizzata» nel 1914 con la dichiarazione ufficiale del protettorato, fu mantenuta fino al 1922, quando una delegazione egiziana negoziò a Londra l’indipendenza. Questa però fu ottenuta a tali condizioni che in pratica rappresentò la continuazione del protettorato.
Durante la seconda guerra mondiale, l’Egitto venne utilizzato nuovamente come base militare britannica. Il sentimento anticolonialista era al suo culmine quando nel 1948 in Palestina fu creato lo Stato di Israele.
L’Egitto ed altre nazioni arabe intrapresero la guerra contro questo nuovo stato. In conseguenza della loro sconfitta si svolsero grandi manifestazioni popolari contro la monarchia. In un clima di corruzione a livello governativo, nell’esercito egiziano si costituì un gruppo nazionalista chiamato Ufficiali Liberi, comandato dal generale Mohamed Naguib e dal colonnello Gamal Abdel Nasser.
Il 23 luglio del 1952 il gruppo sconfisse re Faruk e proclamò la repubblica nel giugno del 1953. Tre anni più tardi Nasser divenne presidente del paese.
Il nuovo regime si proclamò nazionalista, socialista ed interessato a beneficiare i fellahin, i contadini poveri del paese. Venne iniziata la riforma agraria che limitò il potere dei grandi proprietari agricoli.
Nel suo programma di riforme, il governo dette priorità alla costruzione della diga di Assuan (Aswan), una delle maggiori del mondo. Fu realizzata con l’appoggio tecnico e finanziario dell’Unione Sovietica, dopo il no delle potenze occidentali. Presentata come la chiave dell’industrializzazione e dello «sviluppo» del paese, alla fine la diga venne riconosciuta come causa di sconvolgimenti ambientali.
Nel 1955 l’Egitto partecipò alla Conferenza di Bandung (Indonesia), come uno degli organizzatori. Da lì nacque il movimento neutralista afroasiatico, precursione dei Non Allineati. Ventinove paesi afroasiatici condannarono il colonialismo, la discriminazione razziale e l’armamento atomico.
Nell’ottobre del 1956, dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez, truppe francesi, inglesi ed israeliane, invasero l’Egitto. Il governo distribuì armi al popolo. A livello diplomatico, l’intervento dell’ONU ed il veto simultaneo di sovietici e nordamericani obbligarono Francia, Inghilterra ed Israele a ritirarsi. Finalmente il canale divenne di proprietà egiziana.
Il 1° febbraio 1958 venne annunciata ufficialmente l’unione fra Egitto e Siria con il nome di Repubblica Araba Unita (RAU). Si mantenne fino al settembre del 1961, quando la Siria decise di separarsi. L’Egitto continuò a chiamarsi Repubblica Araba Unita.
Dopo la rielezione di Nasser nel 1965, la politica egiziana dette priorità al conflitto con Israele, tentandone lo strangolamento economico per mezzo del blocco del Golfo di Acaba, che fallì durante il conflitto araboisraeliano (la «Guerra dei Sei Giorni») del giugno del 1967. Questo terminò con una nuova sconfitta dei paesi arabi (Egitto, Giordania, Libano e Siria) e l’occupazione israeliana della penisola del Sinai, la striscia di Gaza, la Cisgiordania ed il Golan siriano. I costi della guerra aggravarono la situazione economica dell’Egitto; solo l’aiuto sovietico impedì che si arrivasse al collasso definitivo.
Gamal Abdel Nasser morì nel 1970. Gli succedette il vicepresidente Anuar El Sadat, appoggiato dalla destra del Partito Socialista Arabo fondato da Nasser. Sadat realizzò la cosiddetta infitah, una politica d’apertura verso l’Occidente e di destatalizzazione dell’economia egiziana. In più, il nuovo governo ruppe le relazioni con l’Unione Sovietica e cominciò a ricevere aiuti economici e militari dagli Stati Uniti.
Nel 1973 le truppe egiziane attraversarono il Canale di Suez per cominciare la quarta guerra araboisraeliana. La breve guerra diede come risultato un sensibile aumento del prezzo del petrolio deciso dall’OPEC, ciononostante non si verificò lo sperato ritiro di Israele dai territori occupati.
Contemporaneamente peggiorarono le condizioni dei lavoratori egiziani con un aumento considerevole del costo della vita e della disoccupazione. Grandi manifestazioni contro il governo si ebbero tra il 1976 e 1977. I contadini si ribellarono alla privatizzazione delle terre nazionalizzate nel 1952. I partiti islamici cominciarono a cospirare apertamente contro Sadat, accusato di facilitare una nuova dominazione straniera.
Sadat si recò in Israele nel novembre 1977, provocando una reazione di protesta in tutto il mondo arabo. Il processo di avvicinamento ad Israele culminò nel marzo del 1979, con la firma degli Accordi di Camp David, per mezzo dei quali gli Stati Uniti patrocinarono la restituzione dei Sinai all’Egitto. A partire da quel momento, l’Egitto divenne il principale beneficiario dell’aiuto militare nordamericano e il principale alleato della regione dopo che lo scià Reza Palhevi venne scacciato dall’Iran nel 1979.
Nell’ottobre del 1981 Sadat fu mortalmente ferito in un attentato di militari contrari alla infitah ed alla repressione governativa dei movimenti islamici fondamentalisti. Il 14 ottobre il vicepresidente Hosni Mubarak, uscito illeso dall’attentato, assunse la presidenza.
Mubarak, per neutralizzare il forte malcontento popolare dovuto alla repressione, corruzione e povertà, iniziò una investigazione sull’origine delle ricchezze dei familiari di Anuar El Sadat. Allo stesso tempo ampliò le facilitazioni per le imprese straniere.
Per l’Egitto il 1984 fu un anno di «apertura» interna e di moderati successi in politica estera. Si riuscirono a superare le conseguenze più negative che gli accordi di Camp David avevano provocato nelle relazioni con il mondo arabo, definendo una giusta soluzione a tutta la crisi Mediorientale attraverso il ripristino dei diritti della popolazione palestinese e definendo la solidarietà araba come «l’unico cammino per riconquistare tutti i diritti usurpati».
Fin dall’inizio del 1985 la crisi economica si aggravò a causa dell’accentuata diminuzione delle entrare derivanti dai quattro pilastri dell’economia: il petrolio, le rimesse degli emigranti, il canale di Suez ed il turismo. I fondamentalisti islamici conquistarono terreno nella misura in cui cadeva la popolarità del governo.
La partecipazione di capitali stranieri nell’economia del paese registrò una notevole crescita fra il 1980 e il 1986. Da parte degli Stati Uniti il governo ricevette annualmente quasi 3.000 milioni di dollari, dei quali 1.300 milioni a titolo di aiuto militare. Il FMI concesse, nell’ottobre del 1986 un prestito di 1.500 milioni di dollari.
Il debito estero passò da 2.400 milioni di dollari nel 1970 a 35.000 milioni nel 1986; il debito strettamente militare e le perdite di guerra pregiudicarono lo sviluppo dell’economia.
Le elezioni parlamentari previste per il 1989 furono anticipate di due anni e nell’aprile del 1987 venne eletta la diciannovesima legislatura in una storia parlamentare di 64 anni. Il Partito Democratico Nazionale (NDP) ottenne il primo posto, con il 75% dei voti.
Nel settembre del 1989, nell’Assemblea delle Nazioni Unite Mubarak propose il dialogo israelo-palestinese, senza previe condizioni; nell’ottobre dello stesso anno si riannodarono le relazioni con la Libia.
Durante gli anni ‘80, il deterioramento delle condizioni sociali portò ad una massiccia emigrazione di uomini in età lavorativa verso i paesi limitrofi più ricchi. Questo processo implicò un cambiamento di ruoli. Le donne dovettero assumere responsabilità di capo famiglia per le quali non erano state preparate e ciò generò un conflitto di funzioni ed una tensione fra madri e figli. Il prezzo del miglioramento della posizione economica fu la perdita della coesione familiare.
Nell’agosto del 1990, di fronte all’invasione irachena del Kuwait, l’Egitto si pose a capo di un gruppo di paesi arabi che condannarono l’azione, ed inviò truppe nel Golfo Persico. All’inizio dell’offensiva di terra, nel gennaio del 1991, gli Stati Uniti annunciarono il condono del debito militare egiziano, per un valore di 7.000 milioni di dollari.
L’allineamento con l’Occidente non trovò però il favore di tutta la popolazione. Nel febbraio del 1991, si svolse al Cairo una mobilitazione popolare che richiedeva una soluzione pacifica del conflitto.
La contestazione alla guerra contro l’Iraq si ebbe, nonostante il suo presidente Saddam Hussein avesse espulso quasi due milioni di lavoratori emigrati dall’Iraq e dal Kuwait durante i due anni precedenti, ed avesse tentato di reclutare con la forza gli egiziani nel suo esercito.
Nel maggio del 1991, il FMI approvò la concessione all’Egitto di un prestito stand by di 372 milioni di dollari, con la condizione di un «aggiustamento strutturale» dell’economia. Il Cairo si impegnò a privatizzare le imprese dello Stato, ad eliminare i controlli della produzione e degli investimenti, così come a ridurre il deficit fiscale dal 21% al 6,5% del PNL. Per raggiungere questo obiettivo il governo decise di tagliare i sussidi alimentari e ad altri servizi di prima necessità. Contemporaneamente ridusse il programma di assistenza ai poveri.
Il 15 maggio 1991, il cancelliere e vice primo ministro Esmat Abdel Meguid fu nominato nuovo segretario generale della Lega Araba. Con questa nomina, che seguì al ritorno della sede della Lega Araba da Tunisi al Cairo, l’anno precedente, l’Egitto riuscì a recuperare un ruolo politico da protagonista nel mondo arabo.
Dal 1991 si intensificarono i violenti attacchi dei movimenti fondamentalisti islamici che perseguono la conversine dell’Egitto in stato teocratico. Lo stesso anno, lo stato d’emergenza vigente già da dieci anni fu ampliato e prorogato per altri tre.
La cronica crisi socieoconomica si aggravò quando il 12 ottobre 1992 un terremoto provocò 350 morti e circa 4.000 feriti. L’incapacità delle autorità a soccorrere efficacemente i sinistrati provocò proteste fra la popolazione.
Tra il febbraio del 1992 e l’agosto del 1993 gli attacchi terroristici causarono, secondo statistiche ufficiali, 175 vittime. Lo stato, a sua volta, arrestò migliaia di simpatizzanti e membri di gruppi islamici durante violente retate in varie città, specialmente durante il mese di marzo del 1993. In base alla legge anti-terrorismo dell’anno precedente, nel giugno e luglio del 1993, quindici persone furono giustiziate.
Il governo proseguì con la sua politica di liberalizzazione dell’economia, facilitando le operazioni delle banche estere. Nel marzo del 1993, il FMI appoggiò il condono di 3.000 milioni di dollari del debito estero per spalleggiare un piano di privatizzazioni. In ottobre, dopo essere stato rieletto in un plebiscito, Mubarak proseguì con la sua politica di «mano dura» contro gli islamici. Ciononostante, gli attentati contro i turisti stranieri nel 1994 si moltiplicarono.
In aprile, le associazioni di avvocati protestarono per la morte sospetta, nei locali della polizia, di un difensore dei militanti islamici. Dopo una settimana di manifestazioni, il movimento terminò con uno sciopero generale, che rese evidente l’influenza dei fondamentalisti nelle associazioni degli avvocati. In ottobre, il numero dei morti dal marzo del 1992, quando era iniziata la ribellione dei fondamentalisti contro Mubarak, salì a 460.
Nel mese di maggio, il presidente creò un comitato incaricato di organizzare il dialogo politico tra il governo e l’opposizione, però escluse dallo stesso i comunisti, i «fratelli musulmani» e i gruppi rappresentativi della minoranza copta. Anche le relazioni con il FMI divennero più difficili a causa della lentezza del governo nella realizzazione della progettata apertura economica.
Sul piano internazionale, l’Egitto recuperò il protagonismo nei negoziati di pace per il Merioriente e negli interscambi politici fra i paesi arabi. Prova di questo fu l’incontro realizzato ad Alessandria in dicembre, al quale parteciparono dirigenti egiziani, sauditi e siriani. Nel febbraio del 1995, Il Cairo fu sede di una conferenza al vertice con i leader di Egitto, Giordania, Israele e Palestina.
Per tutto il 1995, Mubarak non poté trovare soluzione allo scontro con i fondamentalisti islamici. In gennaio, il ministro degli Interni al-Alfi partecipò ad un incontro dei ministri degli interni dei paesi arabi per trattare il coordinamento della lotta contro i movimenti islamici che ricorrevano alla violenza.
In novembre, il Partito Democratico Nazionale che era al potere, vinse le elezioni parlamentari, alle quali parteciparono tutti i partiti riconosciuti dal governo. Le elezioni, svoltesi in un clima di violenza, gli attribuirono 614 dei 444 seggi in gioco anche se si ebbero numerose denunce di brogli. Nel gennaio del 1996, Mubarak nominò primo ministro Kamal al-Ganzouri al posto di Atef Sedki.
In luglio, il ministro della Sanità proibì la circoncisione femminile, consistente nell’asportazione del clitoride o di una parte di esso ed in alcuni casi delle labbra vaginali, una pratica comune in alcune regioni del paese.
Gli attentati dei gruppi armati islamici proseguirono durante il 1996 ed il 1997, così come la repressione del governo, contro tutti i gruppi integralisti, incluso quelli contrari all’uso della violenza, come i Fratelli Musulmani. Nel novembre del 1997, un commando di 17 terroristi islamici uccise 60 turisti stranieri a Luxor con la finalità, fra le altre, di frenare la crescita del turismo. Si stimava che le entrate provenienti dal settore avessero raggiunto i 3.000 milioni di dollari nell’ultimo anno.
All’inizio del 1998, si stimò in 1.251 il numero delle vittime degli attentati e degli omicidi politici, mentre la cifra dei prigionieri politici oscillava tra 10.000 e 30.000, a seconda delle fonti.
 
Schede:
Le culture africane prima della colonizzazione
La civiltà islamica: origini e fondamenti
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