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Remo Mazzacurati
 
 
 
 
 
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por Remo Mazzacurati
 
 
 
 
 
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by Remo Mazzacurati
 
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Guardiamo il presente attraverso uno specchio retrovisore.
Marshall McLuhan
 
Che io sappia, non è possibile (ancora) obbligare qualcuno a bere mate attraverso la posta.
Marcos
 
 
Il villaggio globale
Una delle definizioni più abusate degli ultimi tempi è senza dubbio «villaggio globale» (global village). In effetti, per certi aspetti e per certi settori, il mondo si è trasformato in un villaggio globale. Le frontiere sembrano essere scomparse quando si tratta di muovere capitali od industrie da una parte all’altra del pianeta. Però il cittadino appiedato non possiede la medesima libertà di movimento e, pertanto, è sbagliato generalizzare.
Parallelo al processo di globalizzazione economica che stiamo vivendo, siamo protagonisti di un processo di globalizzazione della cultura e delle pratiche sociali con una conseguente riassegnazione di senso a concetti e valori. Certo è che il grande capitale ha deciso di investire nel campo della cultura e delle comunicazioni. I mezzi di comunicazione, la possibilità di trascrizione, la letteratura, gli sport, tutto contribuisce affinché l’individuo sia sempre più integrato nel mondo e senta di appartenere ad una comunità deterritorializzata.
La «globalizzazione» non è soltanto la crescente internazionalizzazione del commercio, il quale è un processo presente fra noi sin dall’impero romano e durante il periodo dei banchieri fiorentini e veneziani. È un processo nuovo, attraverso il quale alcuni potenti signori scrivono le regole del governo di un’unica economia globale.
La Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale, per i paesi dell’emisfero meridionale ed orientale, insistono sui seguenti elementi: massima partecipazione forzata nel sistema dell’economia globale, tagli al bilancio dello Stato ed alti tassi di interesse, fiducia nelle esportazioni come priorità strategica per la loro economia, privatizzazione delle società e dei servizi pubblici, liberalizzazione dei flussi di capitale.
La «globalizzazione» è stata completamente organizzata attorno ai principi del sistema economico chiamato in Gran Bretagna «thatcherismo», negli Stati Uniti «reaganismo», «neoliberismo» nei restanti paesi. Il neoliberismo può essere paragonato ad una religione che pone tutta la sua fiducia in una dottrina che non è necessariamente confermata dall’esperienza. Il dogma neoliberista crede che il capitale possa essere posto sotto l’imposizione fiscale soltanto nella misura in cui venga comunque generosamente remunerato, poiché solo così genererà investimenti, impiego e benefico sviluppo per tutti. Nella pratica, ciò che accade è tutto il contrario.
Il canadese Marshall McLuhann (1911-1980), definito il profeta dei mezzi di comunicazione, continua ad essere ancora oggi messo in discussione. E non solo nella sua terra. Conviene però ricordare che ha posto l'accento sulla relazione diretta e circolare che si stabilisce fra la comparsa di un mezzo ed una forma di vedere il mondo, facendo sì che i mutamenti storici cavalchino sulle invenzioni tecnologiche. E non v’è dubbio che, giorno dopo giorno, Internet cambierà sempre più la nostra forma di percepire le cose. La comunità che si sviluppa attraverso questo mezzo virtuale non è nuova e, sebbene all’inizio sia essenzialmente dominata da studiosi ed università, ora si sta poco a poco addentrando nel nostro che-fare quotidiano. Persone di vari paesi posseggono un mezzo di comunicazione accessibile e rapido. Barriere ideologiche si rompono e si mescolano.
Per esempio, quello del Chiapas è solo uno dei tanti conflitti aperti nel mondo fra le forme di vita ed i modi di organizzazione istituzionale dell'economia ed il Messico è solo uno dei numerosi paesi all’interno delle cui frontiere si sviluppano scontri di questo tipo. Fra i fattori chiarificatori dell’importanza che il conflitto chiapaneco ha assunto nei mezzi di comunicazione sia messicani sia internazionali, è necessario menzionare l’attenzione e la saggezza con cui il Comando zapatista ha operato nel terreno informativo, cercando alleati e collaboratori nei nuovi fori aperti dalla recente democratizzazione della tecnologia comunicativa. Risulta evidente che il conflitto in sé riunisce una serie di condizioni che evidenziano l'importanza di problematiche oggi scottanti per un settore crescente degli abitanti del pianeta, preoccupato per il percorso dominante che la globalizzazione pare aver imposto a regioni e popolazioni. La tanto citata frase sul «villaggio globale» di Marshall McLuhan, come la riduzione delle distanze, ha fatto sì che idee e persone circolino virtualmente o fisicamente attraverso il mondo, uniformando gusti, preferenze e norme culturali e sociali. Mentre prima esisteva una scarsità di informazioni, ora ne abbiamo una overdose: università, biblioteche, musei, manuali, libri, ecc. sono tutti «in linea». In questo senso, Internet sviluppa una cultura propria, basata su una società virtuale composta da persone di ogni parte del mondo. Occorre perciò essere pronti per il cambio che verrà e che interesserà la nostra società così come la conosciamo.
Anche quando non esiste, come si credeva alcuni anni fa, una relazione meccanica fra l’opinione dell’emittente di un messaggio elettronico e la sua accettazione acritica da parte dei riceventi, è indiscutibile che detta opinione abbia un peso considerevole nel momento in cui presenta avvenimenti politici o sociali e che il punto di vista degli emittenti condiziona parzialmente la visione che i telespettatori finiscono per avere di quei fatti. Per esempio, la presentazione che i mezzi televisivi statunitensi hanno fatto della cosiddetta «guerra del Golfo», ha convinto milioni di persone su tutto il pianeta della presunta opportunità e giustezza dei bombardamenti degli Stati Uniti sull’Iraq, ben al di là di ciò che ciascuno pensava del regime di Saddam Hussein e del popolo iracheno.
Mettendo da parte l’economia, nel campo della comunicazione gli artefici del «modello globalizzatore» scordano un dettaglio che di certo è ben lontano dall’essere piccolo: continuando la tendenza attuale, l’informazione (e con essa in qualche misura anche la nozione di ciò che accade nel mondo) resterà nelle mani di poche super-imprese, le quali diffonderanno una visione dei fatti che, deliberatamente o meno, sarà quella che maggiormente concorda con i loro interessi. Se ciò accade, ci troveremo all’interno di una società di sicuro elettronicamente globalizzata, ma uniformata e tenuta a bada da un apparato controllato da pochi, troppo pochi depositari della società globale.
Internet è la prima istituzione anarchica di successo della storia: questa rete mondiale di reti computerizzate non ha un governo. Si può pensare ad essa come ad una città colma di persone che camminano al suo interno e che fanno tutto ciò che le persone fanno in una città. È sufficiente che due computer si connettano per organizzare una rete incontrollabile. Ci unisce sempre più, annulla le frontiere ad avvicina rapidamente il sogno della globalizzazione, modificando i nostri usi d’accesso all’informazione. In modo paradossale, Internet è nata come progetto del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti nel caso di un attacco nucleare: occorrevano una rete comunicativa senza centro, un modo di continuare ad operare contemporaneamente da vari punti una volta distrutto il comando centrale. Una istituzione anarchica che ha la propria origine nelle caserme. La dialettica esiste ancora, per fortuna.
Come vedremo più avanti, questa tecnologia è stata sviluppata essenzialmente dal governo degli Stati Uniti in base all’idea che il dominio della tecnologia e delle comunicazioni sia l’arma più potente per dominare il mondo. Attraverso essa s’influisce sul pensiero e si mettono a disposizione del mondo i «benefici» del sistema politico ed economico dei paesi industrializzati e soprattutto dell’American Way of Life. È stata questa necessità bellica ad avviare le attività per la nuova industria che oggi è l’informatica. E sono state considerazioni difensive (in pieno periodo di Guerra Fredda) che hanno portato al grande passo avanti: la creazione di reti mondiali di computer interconnessi. Se è nato come un progetto di studio delle Forze Armate degli Stati Uniti, in seguito è stato opportunamente sviluppato ed utilizzato dai ricercatori universitari che hanno compreso la sua grande potenzialità per la comunicazione e le ricerche universitarie. In tal modo, dato che l’esplosione temuta per decenni fra le super-potenze non è avvenuta, l’umanità possiede oggi la più vasta rete civile di comunicazioni di tutti i tempi.
Dalla fine degli anni Ottanta, parlare di Internet, la rete di computer più grande del mondo, è diventato parte del linguaggio comune della classe media statunitense, del quale prima disponevano soltanto il dipartimento della Difesa, i grandi centri di ricerca scientifica e le università. Internet sta producendo una nuova rivoluzione nel sistema delle comunicazioni e nell’accesso all’informazione.
La diversità, intesa come pluralità culturale, si prova però ad affrontare il crescente fenomeno della globalizzazione. Forse nelle comunicazioni, più che in qualsiasi altro settore, è così nota questa crescita. I mezzi di comunicazione, siano essi parlati, scritti, visivi o qualunque possibile miscela fra loro, sono gli addetti alla registrazione della vita dei popoli, della trasmissione della loro memoria. La comunicazione personale trascende il nucleo familiare e l’habitat immediato, per raggiungere dimensioni globali. La globalizzazione dell’informazione è una delle conquiste dell’umanità, sempre e quando però non si trasformi in un attentato contro la diversità culturale; ed il rischio che ciò accada è veramente alto. Internet è una delle invenzioni più «rivoluzionarie» e di maggior potenziale in quanto a trasmissione dell’informazione. Però può anche rappresentare un attentato contro la diversità. Le relazioni umane si «virtualizzano». Nel paradigma del virtuale, ciò che esiste in realtà è immaginario e ciò che non esiste comincia ad esistere a partire da una soggettività cibernetica, ossia a partire dalla relazione del soggetto con il cyber-spazio, un luogo che esiste in qualche luogo dei circuiti integrati delle reti di computer. Se si porta all’estremo questo argomento, lo stesso essere umano smette di esistere per trasformarsi in realtà virtuale, un’immagine su uno schermo, una icona nel World Wide Web. Le invenzioni come queste non sono buone o cattive in sé, bensì nella forma in cui si utilizzano. Il loro enorme potenziale e la loro vera globalizzazione, nell’attualità vengono frenate dalla lingua: l’inglese domina la rete ed impedisce che sia un luogo di comunicazione a livello planetario.
 
 
Una storia della Guerra Fredda
Internet forma già parte del nostro vocabolario: la maggior parte delle persone hanno usato od hanno sentito parlare di questo «mostro». Questo mezzo ha causato una «rivoluzione» senza precedenti nel mondo dell’informatica e delle comunicazioni. Così come lo conosciamo nell’attualità, questo prodotto racchiude una idea tecnica chiave, quella di un’architettura aperta di lavoro in rete: è una grande quantità di piccole reti di computer ed altre non proprio piccole che sono interconnesse fra loro, queste reti sono distribuite in tutto il mondo, nella quale si possono trovare informazione e servizi d’ogni tipo. L’invenzione del telegrafo, del telefono, della radio o del computer hanno posto le basi per questa integrazione di capacità mai vissuta prima. Internet è al tempo stesso una opportunità di diffusione mondiale, un meccanismo di propagazione dell’informazione ed un mezzo di collaborazione ed interazione fra gli individui ed i loro computer, indipendentemente dalla loro localizzazione geografica.
Nella storia, rappresenta uno degli esempi più riusciti dei benefici dell’investimento sostenuto e dell’impegno di ricerca e sviluppo in infrastrutture informatiche. Subito dopo la primitiva ricerca sulla commutazione di pacchetti, il governo, l’industria ed il mondo accademico degli Stati Uniti d’America sono stati compartecipi dell’evoluzione e sviluppo di questa nuova tecnologia. Oggi però Internet è un’infrastruttura informatica ampiamente diffusa. Il suo primo prototipo è spesso denominato National Global or Galactic Information Infrastructure (Infrastrttuttura di Informazione Nazionale Globale o Galattica). La sua storia è complessa e comprende molti aspetti: tecnologico, organizzativo e comunitario. E la sua influenza investe non soltanto il campo tecnico delle comunicazioni computerizzate, bensì l’intera società.
Quando si prospetta il problema di fissare la storia e le origini di Internet, pare ragionevole considerare che non parte da un punto preciso o da un fatto isolato, bensì risponde più esattamente alla convergenza ed alla somma di conoscenze, ricerche e lavori che riconoscono una prolungata sequenza di casualità temporali, il che è molto simile ad affermare che ogni fatto conoscibile dipende, in ultima istanza, dalla posizione relativa che occupa l’osservatore. Già alla fine degli anni Cinquanta, in piena auge della Guerra Fredda fra Stati Uniti d’America ed Urss (oltre al gigante cinese che diventa comunista ed alla Rivoluzione cubana a poche miglia dalle sue coste), il dipartimento della Difesa ha cominciato a preoccuparsi per ciò che avrebbe potuto accadere al sistema di comunicazione nazionale se scoppiava una guerra nucleare totale. Così, questa rete informatica è stata creata a partire da un progetto del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, chiamato Defense Advanced Research Project Network, iniziato nel 1969 e la cui intenzione principale era la ricerca, lo sviluppo e l’aumento dei protocolli di comunicazione per reti d’area ampia. Una delle armi più importanti in una guerra sono le comunicazioni ed uno dei primi obiettivi che il nemico cercherà di distruggere. Per il Pentagono era un grande pericolo il fatto che tutte le comunicazioni dipendessero da un grande centro nevralgico che poteva essere distrutto con una sola bomba, restando così senza possibilità di fronte al nemico. In base a queste circostanze, la rete è stata disegnata con alcune caratteristiche molto speciali. Il futuro del Day after poteva stare tranquillo solo con la soluzione del problema. Nel 1962 un ricercatore del governo degli Stati Uniti, Paul Baran, aveva presentato un progetto che dava soluzione al problema posto dal dipartimento della Difesa. In questo progetto, Baran aveva proposto un sistema di comunicazione attraverso computer connessi in una rete decentralizzata. In modo che se uno o più nodi importanti venivano distrutti, gli altri potevano proseguire a comunicare fra loro, senza nessun inconveniente.
Questo progetto lo si è discusso per vari anni e alla fine, nel 1969, la Advanced Research Projects Agency (ARPA) del Pentagono ha creato la prima rete di computer che si è chiamata ARPAnet. Nella prima fase v’erano solo quattro computer connessi alla rete: l’Università della California a Los Angeles (UCLA), l’Istituto di Ricerca di Stanford (SRI), l’Università della California di Santa Barbara (UCSB) e l’Università dell’Utah. Nel 1971 si erano già aggiunti altri undici nodi e nel 1972 v’era un totale di quaranta computer connessi alla rete. Internet, così come molte invenzioni della tecnologia, ha le sue origini in un progetto militare, che consisteva in questo: «Comunicazioni digitali in tempo di guerra». È una prova in più della stretta relazione esistente fra comunicazione (informazione) e guerra. Ciò che si voleva ottenere era una rete digitale di comunicazioni che in tempo di guerra funzionasse costantemente. In base al timore che una bomba od un attacco, tagliasse i suoi mezzi di comunicazione, volevano sviluppare una specie di rete nella quale i pacchetti d’informazione potessero seguire percorsi alternativi per far giungere l’informazione. In modo tale che se la linea era fuori servizio, l’informazione potesse giungere a destinazione usando un altro percorso. È un peccato che una cosa come Internet abbia avuto le proprie origini in un piano bellico. Però, così è. Attualmente, Internet è un servizio in più per l’uso civile che sorge da un progetto militare avanzato, così come lo sono il raggio laser industriale, il radar, i satelliti ed altre invenzioni.
Nel 1975 la gestione delle connessioni non militari si è separata da ARPA ed è quando sorge il nome di Internet, coniato ed usato fino ai giorni nostri. Per strano che possa sembrare, non esiste una autorità centrale che controlli il funzionamento della rete a partire da questa data, sebbene esistano gruppi ed organizzazioni che si dedicano ad organizzarne in qualche modo il traffico. Questo è stato l’inizio di un lungo periodo di sperimentazione e sviluppo che ha permesso l’evoluzione e la maturazione del concetto e della tecnologia di Internet. Partendo dalle prime tre reti (ARPAnet, radio e satellite) e dalle sue comunità iniziali di ricerca, il contorno sperimentale è cresciuto fino ad incorporare essenzialmente qualsiasi forma di rete ed una vasta comunità di ricerca e sviluppo.
Avendo superato con successo gli obiettivi e le mete che aveva all’inizio, nel 1990 la rete di lavoro che ha dato origine ad Internet (ARPAnet) ha smesso di funzionare. Gli utenti della rete l’hanno appena notato, dato che le funzioni di ARPAnet non solo sono proseguite, ma sono notevolmente migliorate attraverso nuovi organi maggiormente rappresentativi dell’utilizzo attuale della rete.
 
 
Internet e solidarietà
A partire dal caso Pinochet, nella discussione etica e politica sui diritti umani, i concetti di solidarietà, libertà ed eguaglianza sono tornati d’attualità. Per il liberismo classico, il valore supremo è costituito dal diritto ad una sfera di libertà individuale che nessun potere sotto nessun pretesto può violare. La preoccupazione fondamentale di questa tradizione è la difesa dell’ambito intimo degli individui e, in questo senso, presenta delle riserve nei confronti del concetto di solidarietà.
Dal nostro punto di vista, questa tradizione mette da parte i principi di solidarietà e benessere sociale basandosi su due tesi fondamentali: in primo luogo, parte dall’idea di un soggetto pre-sociale che non si trova collocato in un contesto determinato e che si relaziona a livello strumentale allo Stato per soddisfare i propri interessi personali e, in secondo luogo, considera che l’azione dello Stato (in quanto Stato minimo) è quella di garantire i diritti basilari della libertà e della proprietà, poiché l’impegno in altre e diverse funzioni (ad esempio: le politiche sociali) produrrebbe una crescita pericolosa del suo potere.
Se intendiamo la nozione di solidarietà come direttamente relazionata alla nozione di giustizia e di protezione dei meno fortunati della società, allora dovremo dire che questa tradizione non soltanto lascia da un lato i principi di solidarietà sociale, bensì dichiara un’opposizione diretta e persino banalizza la garanzia dei diritti economici, sociali e culturali. Diritti, questi, che hanno come correlato l’idea della solidarietà sociale e che chiedono allo Stato un’azione che va ben oltre quella che gli assegna la tradizione liberale.
L’idea del benessere e della garanzia dei diritti economici, sociali e culturali viene concepita da questa tradizione come una questione opzionale di assistenza umanitaria e non come una risposta obbligata alle domande di tutela dei diritti legittimi di tutti i cittadini. In questo senso, tutt’al più la solidarietà appare come una meritoria occupazione, tanto per lo Stato che per le persone ed in nessun modo come un dovere ed una ferrea obbligazione.
Cosa ha a che vedere tutto ciò con Internet?
Quando negli anni Sessanta Marshall McLuhan profetizzava la fine della «galassia Gutenberg» e l’avvento di una nuova èra delle comunicazioni fra le persone ed i paesi, concretizzato nel concetto del «villaggio globale» non era facile resistere al suo ottimismo. È indubbio, tuttavia, che negli ultimi decenni l’aggettivo «globale» è radicalmente mutato di segno quando è applicato alle relazioni fra persone e comunità. Davanti alle risonanze utopiche di libertà e soddisfazione individuale che presentava questa parola trenta o quarant’anni fa, oggi rimanda a sinistri processi macro-economici, alla mondializzazione della politica ed all’allontanamento delle persone, delle comunità e delle nazioni dai centri in cui vengono assunte le decisioni. Secondo l’accezione più vasta, l’aggettivo «globale» rimanda oggi ad una maniera standardizzata d’intendere le relazioni sociali ed economiche; la sua relazione suggerisce l’estensione al mondo intero del modo caratteristico (individualista e produttivista) di comportamento economico e sociale nei paesi «occidentali» (ovvero, del Nord del mondo).
La storia insegna: gli utilizzi di una nuova tecnologia di comunicazione si costruiscono lentamente ed implicano una serie di fattori le cui caratteristiche tecniche rappresentano soltanto un elemento. Gli utilizzi sono il risultato di un lungo processo di costruzione sociale e molto spesso riservano delle sorprese agli iniziatori dell’offerta tecnologica. Soltanto in tempi relativamente recenti, poco più di cinquecento anni fa, grazie al signor Gutenberg si è avuta a disposizione una tecnologia che ha consentito di recuperare, sebbene solo in parte, l’intercomunicazione perduta. La stampa ha reso possibile riannodare il dialogo fra le persone, sebbene in forma unidirezionale e, per motivi di costi, necessariamente di massa. I mezzi di comunicazione: prima la stampa, molto più tardi la radio e la televisione, hanno consentito di massificare l’informazione. Hanno profondamente segnato lo sviluppo della società, la diffusione delle idee ed il consolidamento dell’idea democratica. Hanno però avuto dei limiti. È su questo scenario, al quale sembriamo irrimediabilmente condannati, che si manifesta il grande mutamento.
Dopo trent’anni, alla fine lo sviluppo tecnologico ha dato ragione a McLuhann ed oggi il «villaggio globale» è già una realtà. I progressi tecnologici offrono delle considerevoli possibilità a questo proposito. Il grande progetto delle autostrade elettroniche deve essere interpretato in base a questi grandi interessi.
Ciò che è accaduto è che, dal piccolo villaggio dell’inizio della storia, quello che aveva predetto McLuhann tre decenni fa, l’umanità ha percorrso un gigantesco cammino. Però adesso, dando ragione al profeta canadese, il cerchio si sta chiudendo e le persone, in tutto il mondo, grazie all’introduzione di nuove tecnologie, iniziano a comunicare in modo diretto e ad inteargire esattamente come i suoi antenati di migliaia di anni fa. Senza censure e con costi limitati.
Per realizzarlo, è stato necessario un drammatico mutamento nella politica mondiale, includendo il crollo del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, affinché la superstrada dell’informazione cominciasse a concretizzarsi nella realtà. Oggi, grazie alla convergenza tecnologica, non solo disponiamo della televisione via cavo e via satellite, ma possiamo viaggiare attraverso l’archivio attualizzato in permanenza e più grande della storia dell’uomo: Internet. Lo stesso Esercito zapatista ha deciso di manifestare la propria lotta nell’eterodosso terreno dei mezzi di comunicazione, più che nel tradizionale e sempre più costoso campo di battaglia militare.
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Miramos al presente a través de un espejo retrovisor.
Marshall McLuhan
 
Que yo sepa, no es posible (todavía) obligar a nadie a tomar mate por correo.
Marcos
 
 
La aldea global
Una de las definiciones más manoseadas de los últimos tiempos es sin duda «aldea global» (global village). Efectivamente, en ciertos aspectos y para ciertos sectores, el mundo ha pasado a ser una aldea global. Las fronteras parecen haber desaparecido cuando de mover capitales o industrias de una parte a otra del planeta se trata. Pero el ciudadano de a pié no tiene la misma libertad de movimiento y, por tanto, es incorrecto generalizar.
Paralelamente al proceso de globalización económica que estamos viviendo, somos protagonistas de un proceso de globalización de la cultura y de las prácticas sociales con la consiguiente resignificación de conceptos y valores. Lo que es seguro es que el gran capital ha decidido invertir en el campo de la cultura y las comunicaciones. Los medios de comunicación, la posibilidad de traslados, la literatura, los deportes, todo contribuye para que cada vez el individuo esté más integrado en el mundo, y sienta que pertenece a una comunidad desterritorializada.
La «globalización» no es solamente la internacionalización creciente del comercio, el cual es un proceso presente entre nosotros desde el imperio romano y durante el período de los banqueros florentinos y venecianos. Es un proceso nuevo a través del cual algunos señores pudientes escriben las reglas del gobierno de una única economía global.
El Banco Mundial y el Fondo Monetario Internacional, para los países del hemisferio meridional y oriental, insisten en los siguientes elementos: máxima participación forzada en el sistema de la economía global, cortes en el presupuesto del Estado y altas tasas de interés, confianza en las exportaciones como prioridad estratégica para su economía, privatización de las sociedades y de los servicios públicos, liberalización de los flujos de capital.
La «globalización» fue organizada completamente alrededor de los principios del sistema económico llamado en Gran Bretaña de «thatcherismo», en Estados Unidos «reaganismo» y «neoliberalismo» en los demás países. El neoliberalismo puede ser comparado a una religión al poner toda su confianza en una doctrina que no está necesariamente apoyada en la experiencia. El dogma neoliberal cree que el capital solo debe ser puesto bajo la imposición fiscal en la medida en que sea generosamente remunerado porque esto creará inversiones, empleo y desarrollo benéfico para todos. En la práctica lo que pasa es todo el contrario.
El canadiense Herber Marshall McLuhan (1911-1980), llamado el profeta de los medios de comunicación, continúa siendo, aún hoy un profeta discutido. Y no sólo en su tierra. Pero conviene recordar que enfatizó la relación directa y circular que se establece entre la aparición de un medio y una forma de ver el mundo, haciendo que los cambios históricos cabalguen sobre las invenciones tecnológicas. Y no hay duda de que, día tras día, Internet va a cambiar nuestra forma de percibir las cosas. La comunidad que se desarrolla a través de este medio virtual no es nueva, y aunque a su comienzos está dominada principalmente por investigadores y universidades, ahora se está adentrando poco a poco en nuestro que-hacer diario. Personas de diferentes países tienen un medio de comunicación accesible y rápido. Barreras ideológicas se rompen y se mezclan.
Por ejemplo, el de Chiapas es sólo uno de los conflictos abiertos en el mundo entre formas de vida y modos de organización y México es sólo uno de los muy numerosos países dentro de cuyas fronteras se desarrollan hoy conflictos de este tipo; y entre los factores que explican la importancia que el conflicto chiapaneco ha adquirido en los medios de comunicación tanto mexicanos como internacionales es necesario mencionar el cuidado y la sabiduría con los que la Comandancia zapatista ha operado en el terreno informativo, buscando aliados y colaboradores en los nuevos foros abiertos por la reciente democratización de la tecnología comunicativa. Es evidente que el conflicto en sí reúne condiciones que multiplican la visibilidad de cuestiones hoy candentes para un sector creciente de los habitantes del planeta preocupado por el rumbo dominante que la globalización parece haber impuesto a regiones y poblaciones.
La tan mentada frase de la «aldea global», de Marshall McLuhan, como el achicamiento de las distancias, determinó que ideas y personas circulen virtual o físicamente a través del mundo uniformando gustos, preferencias y pautas culturales y sociales. Cuando antes existía una falta de información, ahora tenemos una sobredosis de la misma: universidades, bibliotecas, museos, manuales, libros, etc. todos «en línea». En este sentido, Internet desarrolla una cultura propia, basada en una sociedad virtual compuesta por personas de todas partes del mundo. Por esta razón, hay que estar listos para un cambio que se va a dar y que va a afectar nuestra sociedad tal como la conocemos.
Aun cuando no existe, como hace algunos años se creía, una relación mecánica entre la opinión del emisor de un mensaje electrónico y su aceptación acrítica por parte de los receptores, es indiscutible que dicha opinión tiene un peso considerable a la hora de presentar acontecimientos políticos o sociales y que el enfoque de los emisores sí condiciona parcialmente la visión que los televidentes acaban por tener de esos sucesos. La presentación que los medios televisivos estadunidenses hicieron de la llamada «guerra del Golfo»', por ejemplo, en todo el planeta convenció a millones de personas de lo presuntamente oportunos y justos que fueron los bombardeos de Estados Unidos a Irak, más allá de lo que cada quién pensara del régimen de Saddam Hussein y del pueblo iraquí.
Dejando la economía a un lado, en el terreno de la comunicación los artífices del «modelo globalizador»' omiten un detalle que ciertamente está lejos de ser pequeño: de continuar la actual tendencia, la información (y con ella en alguna medida tambien la noción de lo que sucede en el mundo) quedará en manos de unas pocas superempresas que difundirán una visión de los hechos que, deliberadamente o no, será la que mejor cuadre con sus intereses.
Si esto sucede nos encontraremos dentro de una sociedad por cierto electrónicamente globalizada, pero informada y entretenida por un aparato controlado por pocos, demasiado pocos integrantes de la sociedad global.
Internet es la primera institución anárquica exitosa de la historia: esta red mundial de redes de computadoras no tiene gobierno. Se puede pensar en ella como una ciudad llena de gente que camina por ella y que hace todo lo que la gente hace en una ciudad. Basta que dos computadoras se conecten para que armen una red incontrolable. Nos une cada vez más, anula fronteras y acerca rápidamente el sueño de la globalización, modificando nuestros hábitos de acceso a la información. Paradójicamente, Internet surgió como un proyecto del Departamento de la Defensa de los Estados Unidos para el caso de un ataque nuclear: necesitaban una red comunicacional sin centro, modo de seguir operando desde varios puntos a la vez luego de destruido el comando central. Una institución anárquica originada en los cuarteles. La dialéctica todavía existe, por suerte.
Como veremos más adelante, esta tecnología fue desarrollada principalmente por el gobierno de los Estados Unidos en base al concepto de que el dominio de la tecnología y de las comunicaciones es el arma más poderosa para dominar el mundo. Por medio de ella se influye el pensamiento y se pone a disposición del mundo los «beneficios» del sistema político y económico de los países industrializados y sobre todo de la American Way of Life. Fue esta necesidad bélica la que gatilló los trabajos para esta nueva industria que es hoy la computación. Y fueron consideraciones de defensa (en pleno período de la Guerra Fría) las que llevaron al gran paso adelante: la creación de redes mundiales de computadores interconectados. Si nació como un proyecto de investigación de las Fuerzas Armadas de Estados Unidos, luego fue oportunamente desarrollado y aprovechado por académicos universitarios que advirtieron su gran potencial para la comunicación e investigación universitarias. De este modo, gracias a que el estallido que se temió durante décadas entre las superpotencias no se produjo, la humanidad cuenta hoy con la más vasta red civil de comunicaciones de todos los tiempos.
Desde fines de la década del 80, hablar de Internet, la red de computadoras más grande del mundo, ha pasado a ser parte de la jerga común de la clase media estadounidense, de la que antes sólo disponían el Departamento de Defensa, los grandes centros de investigación científica, y las universidades. Internet está causando una nueva revolución en el sistema de comunicaciones y el acceso a la información.
La diversidad, entendida como pluralidad cultural, se enfrenta pero al creciente fenómeno de la globalización. Quizás en las comunicaciones, más que en ningún otro campo, sea tan notorio dicho crecimiento. Los medios de comunicación, sean hablados, escritos, visuales o cualquier mezcla posible de ellos, son los encargados de registrar la vida de los pueblos, de transmitir su memoria. La comunicación personal ha trascendido el núcleo familiar y el hábitat inmediato, para alcanzar dimensiones globales. La globalización de la información es uno de los adelantos de la humanidad, pero siempre y cuando no se constituya en un atentado contra la diversidad cultural; y el riesgo de que esto suceda es alto de verdad. Internet es uno de los inventos más «revolucionarios» y de mayor potencial en cuanto a la transmisión de información. Pero también puede representar un atentado contra la diversidad. Las relaciones humanas se «virtualizan». En el paradigma de lo virtual, lo que existe en realidad es imaginario y lo que no existe pasa a existir a partir de una subjetividad cibernética, es decir a partir de la relación del sujeto con el cyberespacio, un lugar que existe en algún lugar de los circuitos integrados de las redes de computación. Si llevamos este argumento al extremo, el mismo ser humano deja de existir para ser una realidad virtual, una imagen en una pantalla, un icono en el World Wide Web. Los inventos como éstos no son buenos o malos en sí, sino en la forma como se utilicen. Su enorme potencial y su verdadera globalización se ven frenados en la actualidad por el idioma: el inglés domina la red e impide que sea un lugar de comunicación a nivel planetario.
 
 
Una historia de la Guerra Fría
Internet ya forma parte de nuestro vocabulario, la mayoría de las personas han usado o han oído hablar de este «monstruo». Este medio ha supuesto una «revolución» sin precedentes en el mundo de la informática y de las comunicaciones. Así como ahora lo conocemos, este producto encierra una idea técnica clave, la de arquitectura abierta de trabajo en red: es una gran cantidad de pequeñas redes de computadoras y otras no tan pequeñas que se encuentran interconectadas entre sí, estas redes se encuentran distribuidas por todo el mundo, en la que se puede encontrar información y servicios de todo tipo. Los inventos del telégrafo, teléfono, radio y ordenador sentaron las bases para esta integración de capacidades nunca antes vivida. Internet es a la vez una oportunidad de difusión mundial, un mecanismo de propagación de la información y un medio de colaboración e interacción entre los individuos y sus ordenadores independientemente de su localización geográfica.
En la historia, representa uno de los ejemplos más exitosos de los beneficios de la inversión sostenida y del compromiso de investigación y desarrollo en infraestructuras informáticas. A raíz de la primitiva investigación en conmutación de paquetes, el gobierno, la industria y el mundo académico de Estados Unidos de Norteamérica han sido copartícipes de la evolución y desarrollo de esta nueva tecnología. Pero Internet hoy en día es una infraestructura informática ampliamente extendida. Su primer prototipo es a menudo denominado National Global or Galactic Information Infrastructure (Infraestructura de Información Nacional Global o Galáctica). Su historia es compleja y comprende muchos aspectos: tecnológico, organizacional y comunitario. Y su influencia alcanza no solamente al campo técnico de las comunicaciones computacionales sino también a toda la sociedad.
Cuando se plantea el problema de establecer la historia y los origenes de Internet, parece razonable considerar que ésta no parte de un punto preciso o un hecho aislado, sino que responde más bien a la convergencia y la sumatoria de conocimientos, investigaciones y trabajos que reconocen una prolongada secuencia de causalidad temporal, lo que es muy parecido a afirmar que todo hecho conocible depende, en último extremo, de la posición relativa que ocupe el observador. Ya finalizando la decada del 50, en pleno apogeo de la Guerra Fría entre los Estados Unidos de Norteamerica y la U.R.S.S. (además del gigante chino che se vuelve comunista también e la Revolución cubana a unas pocas millas de sus costas), el Departamento de Defensa comenzó a preocuparse por lo que podría ocurrir con el sistema de comunicación nacional si se desataba una guerra nuclear global. Así, esta red informática fue creada a partir de un proyecto del Departamento de Defensa de los Estados Unidos llamado Defense Advanced Research Project Network, iniciado en el año de 1969 y cuyo propósito principal era la investigación, desarrollo e implementación de protocolos de comunicación para redes de área amplia. Una de las armas más importantes en una guerra son las comunicaciones y es uno de los primeros objetivos que el enemigo intentaría destruir. Según el Pentágono, se suponía un gran peligro el hecho de que todas las comunicaciones dependieran de un gran centro neurálgico que podría ser destruido con una sola bomba, quedando así sin posibilidades ante el enemigo. Debido a todas estas circunstancias, la red fue diseñada con unas características muy especiales. El futuro del Day after podía estar tranquilo sólo con la resolución del problema.
En 1962 un investigador del gobierno de los Estados Unidos, Paul Baran, presentó un proyecto que daba solución al interrogante planteado por el Departamento de Defensa. En ese proyecto, Baran propuso un sistema de comunicaciones mediante computadoras conectadas en una red descentralizada. De manera que si uno o varios nodos importantes eran destruidos, los demás podían seguir comunicándose entre sí, sin ningún inconveniente.
Este proyecto se discutió por varios años y finalmente en 1969, la Advanced Research Projects Agency (ARPA) del Pentágono, creó la primera red de computadoras que se llamó ARPAnet. En la primer etapa sólo había cuatro computadoras conectadas a la red: la Universidad de California en Los Angeles (UCLA), el Instituto de Investigaciones de Stanford (SRI), la Universidad de California en Santa Barbara (UCSB) y la Universidad de Utah. Ya en 1971, se habían agregado once nodos más y para 1972 había un total de cuarenta computadoras conectadas en la red. Internet, así como muchos inventos de la tecnología, tiene sus orígenes en un proyecto militar, que consistía en lo siguiente: «Comunicaciones digitales en tiempo de guerra». Es una prueba más de la estrecha relación que existe entre comunicación (información) y guerra. Lo que se quería lograr era una red digital de comunicaciones que en tiempo de guerra siempre estuviera funcionando. Debido al temor de que alguna bomba, o un ataque, cortara sus medios de comunicación ellos querían desarrollar una especie de red en la cual los paquetes de información pudieran seguir rutas alternas para llevar la información. De manera que si una línea estaba fuera de servicio la información podía llegar a su destino usando otra ruta. Es una lástima que algo como Internet haya tenido sus orígenes en un plan de guerra. Pero, así es. Hoy en día, Internet es un servicio más para uso civil que surge de un avanzado proyecto militar, tal como lo son en la actualidad el rayo láser industrial, el radar, los satélites y otros inventos más.
En 1975 el manejo de las conexiones no militares se separó del ARPA y fue cuando surgió el nombre de Internet, acuñado y usado hasta nuestros días. Por extraño que parezca no existe una autoridad central que controle el funcionamiento de la red a partir de esta fecha, aunque existen grupos y organizaciones que se dedican a organizar de alguna forma el tráfico en ella. Este fue el principio de un largo periodo de experimentación y desarrollo para evolucionar y madurar el concepto y tecnología de Internet. Partiendo de las tres primeras redes (ARPAnet, radio y satélite) y de sus comunidades de investigación iniciales, el entorno experimental creció hasta incorporar esencialmente cualquier forma de red y una amplia comunidad de investigación y desarrollo.
Habiendo sobrepasado con mucho éxito los objetivos y metas que tenía en su origen, en el año 1990 dejó de funcionar la red de trabajo que dio origen a Internet (ARPAnet). Los usuarios de la red apenas lo notaron, ya que las funciones de ARPAnet no solamente continuaron, sino que mejoraron notablemente a través de nuevos órganos más representativos de la utilización actual de la red.
 
 
Internet y solidaridad
A raíz del caso Pinochet, en la discusión ética y política sobre los derechos humanos los conceptos de solidaridad, libertad e igualdad han cobrado actualidad. Para el liberalismo clásico, el valor supremo lo constituye el derecho a una esfera de libertad individual que ningún poder bajo ningún pretexto puede violar. La preocupación fundamental de esta tradición es la defensa del ámbito íntimo de los individuos y, en este sentido, muestra reservas hacia el concepto de solidaridad.
Desde nuestro punto de vista, esta tradición deja de lado los principios de solidaridad y bienestar social apoyándose en dos tesis fundamentales: en primer lugar, parte de la idea de un sujeto presocial que no se encuentra situado en un contexto determinado y que se relaciona instrumentalmente con el Estado para satisfacer sus intereses particulares y, en segundo lugar, considera que la acción del Estado, como Estado mínimo, es la de garantizar los derechos básicos de libertad y propiedad, pues el compromiso con otras funciones distintas, por ejemplo, las políticas sociales, produciría un crecimiento peligroso de su poder.
Si entendemos la noción de solidaridad directamente relacionada con la noción de justicia y de protección a los menos aventajados de la sociedad, entonces, tendríamos que decir que esta tradición no sólo deja de lado los principios de solidaridad social, sino que declara una oposición directa e incluso trivializa la garantía de los derechos económicos, sociales y culturales. Derechos estos que tienen como correlato la idea de solidaridad social y que demandan al Estado una actuación que va más allá de la que le otorga la tradición liberal.
La idea del bienestar y de la garantía de los derechos económicos, sociales y culturales es concebida por esta tradición como un asunto opcional de asistencia humanitaria y no como una respuesta obligada a las demandas por los derechos legítimos de todos los ciudadanos. En este sentido la solidaridad aparece a los sumo como un deber meritorio, tanto para el Estado como para las personas y de ninguna manera como un deber y una obligación estricta.
¿Qué tiene que ver todo esto con Internet?
Cuando en el decenio de 1960 Marshall McLuhan profetizaba el fin de la «galaxia Gutenberg» y el advenimiento de una nueva era de las comunicaciones entre personas y países, concretado en el concepto de la «aldea global» no era fácil resistirse a su optimismo. Es indudable, sin embargo, que en los últimos decenios el adjetivo «global» ha cambiado radicalmente de signo aplicado a las relaciones entre personas y comunidades. Frente a las resonancias utópicas de libertad y de satisfacción individual que presentaba la palabra hace treinta o cuarenta años, hoy en día remite a siniestros procesos macroeconómicos, a la mundialización de la política y al alejamiento de personas, comunidades y naciones con respecto a los centros de toma de decisión. Según la acepción más extendida, el adjetivo «global» remite hoy a una manera estandardizada de entender las relaciones sociales y económicas; su referencia sugiere la extensión al mundo entero del modo característico (individualista y productivista) de comportamiento económico y social en los países «occidentales» (o sea del Norte del mundo).
La historia nos lo enseña, los usos de una nueva tecnología de comunicación se construyen lentamente e implican una serie de factores cuyas características técnicas constituyen sólo un elemento. Los usos resultan de un largo proceso de construcción social y a menudo reservan sorpresas a los iniciadores de la oferta tecnológica. Sólo en tiempos relativamente recientes, poco más de hace quinientos años, gracias al señor Gutenberg, se dispuso de una tecnología que permitió recuperar, aunque sólo en parte, la intercomunicación perdida. La imprenta hizo posible la reanudación del diálogo entre las personas, aunque fuera más bien unidireccional y, por razones de costos, necesariamente masivo. Los medios de comunicación: primero la prensa, mucho más tarde la radio y la televisión, han permitido masificar la información. Han marcado profundamente el desarrollo de la sociedad, la difusión de las ideas y la consolidación de la idea democrática. Pero han tenido insuficiencias.
Es sobre este escenario, al que parecíamos irremediablemente condenados, donde se manifiesta el gran cambio.
Después de treinta años, finalmente el desarrollo tecnológico le dio la razón a McLuhan y hoy día la «aldea global» ya es realidad. Los progresos tecnológicos ofrecen posibilidades considerables a este respecto. El gran proyecto de las autopistas electrónicas debe ser interpretado a la luz de estos grandes intereses.
Lo que ha ocurrido es que, desde la pequeña aldea del comienzo de la historia hasta la que predijo McLuhan hace tres décadas, la humanidad debió efectuar un gigantesco recorrido. Pero ahora, dándole la razón al profeta canadiense, el círculo se está cerrando y las personas, en todo el mundo, gracias a la introducción de nuevas tecnologías, empiezan a comunicarse de manera directa y a interactuar del mismo modo que sus antepasados de hace miles de años. Sin censuras y con bajos gastos.
Para realizar esto, fue necesario un dramático cambio en la política mundial, incluyendo el derrumbe del Muro de Berlín y de la Unión Soviética, para que la supercarretera de la información empezara a concretarse en la realidad. Hoy, gracias a la convergencia tecnológica, no sólo disponemos de la televisión por cable y por satélite, sino que podemos transitar por el archivo permanentemente actualizado y más grande de la historia del hombre: Internet. El mismo Ejército zapatista decidió desplegar su contienda en el heterodoxo terreno de los medios, más que en el tradicional y siempre más costoso campo de batalla militar.
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We are looking at the present through a rearview mirror
Marshall McLuhan
 
As far as I know, it is not (yet) possible to force somebody to drink mate by mail
Marcos
 
 
The Global Village
One of the most over-used definitions in these last few years is doubtless that of «global village». As a matter of fact, in some ways and some sectors the world has indeed turned into a global village. The borders seem to have disappeared when it comes to moving capitals or industries from one corner of the planet to the other. But the ordinary citizen walks on foot and does not possess the same freedom of movements: therefore, it is wrong to generalize.
In parallel with the process of economic globalization that we are experiencing, we are the protagonists of a process of cultural and social globalization, with a consequent change in the sense of our ideals and values. Surely the big capital decided to invest a lot of money in the field of culture and communications. The mass-media, the possibility of transcribing, the literatures and the sports: all these elements co-operate to make the individual more and more integrated in this world and persuaded to belong to a community without a territory.
The «globalization» is not only the growing internationalization of trade, a process we have been knowing since the time of the bankers of Rome and Florence: it is a brand new process, used by some mighty people to establish the rules of government and of a single global economy. The World Bank and the International Monetary Fund insist on the following matters, as regards the countries of the Southern and Eastern hemispheres: maximum forced partecipation in the system of the global economy, cuts in the State budget and high interest rates, trust in the export as a strategic priority for their economy, privatization of public companies and services, liberalization of the flow of capitals.
The «globalization» was totally arranged around the principles of the economic system called «thatcherism» in England, «reaganism» in the United States and «neo-laissez-faire» in the remaining countries. The «neo-laissez-faire» can be compared to a religion completely trusting a doctrine not necessarily confirmed by experience. The dogma of neo-laissez-faire states that the capital can undergo the fiscal pressure only as far as it is munificently rewarded, no matter how, because only in this way it will create investments, jobs and benefits for everybody. But in practice what happens is the opposite. The Canadian Marshall McLuhan (1911-1980), considered the prophet of the mass-media, is still a matter of discussion, and not only in his country. But it is expedient to remember that he laid stress on the direct and circular relationship arising from the appearance of a medium and a way of considering the world, so that the historical movements start from technological inventions. And there are no doubts that day by day Internet will change more and more our way of understanding. The community developing from this virtual medium is not a new one; even if at the beginning it was mostly dominated by scholars and universities, now it is slowly pervading our daily life. People living in many countries possess an approachable and quick means of communications; the ideological barriers are broken and mixed up.
For instance, the clash in the Chiapas is only one of the many unsolved conflicts in the world between the living beings and the institutional organization of economics, and Mexico is only one of the many countries within whose borders clashes of this kind arise. Among the factors that can explain the importance of the Chiapas conflict by both the Mexican and the International mass-media, it is necessary to point out the carefulness and wisdom with which the Zapatist Command worked in the information field, by looking for allies and collaborators in the new spaces open by the recent democratization of the technology of communications. It is obvious that this conflict resumes many conditions laying stress on the importance of problems that nowadays are pressing for an increasing part of the inhabitants of this planet, worried by the dominant path imposed by the globalization to whole areas and peoples. Marshall McLuhan’s over-used sentence on the «global village», intended as a reduction of the distances, has made ideas and people circulate, either virtually or physically, all around the world, by conforming cultural and social tastes, preferences and rules. While before the informations were scanty, now we are getting an enormous amount of them: universities, libraries, museums, handbooks and books are all «on line». In this sense, Internet has developed a culture of its own, based on a virtual society composed of people from every corner of the world. Therefore, it is necessary to be ready for the future changes that will take place in the society as we know it.
Even if there are no mechanical relationships (as we believed a few years ago) between the opinion of the sender of an electronic message and its acritical acceptance by the receivers, it is doubtless that this opinion has a remarkable weight when it deals with political and social events, and that the sender’s point of view partially conditions the opinions of the audience about those events. For instance, the way the US television described the so-called «war in the Gulf» has persuaded millions of people all over the world that it was expedient and right for the USA to throw bombs over Iraq, far beyond what every single person thought about Saddam Hussein’s regimen and the Iraqi people. In the field of mass communications, when the creators of the «globalization model» put the economy aside, they forget a far from negligible detail: if the present trend goes on, the informations (and therefore somehow also the idea of what is happening in the world) will remain in the hands of few super-companies, which will broadcast the outlook of the facts that agrees best with their interests, be it on purpose or not. If this happens, we will find ourselves inside a society not only electronically globalized, but also levelled and controlled by few people: too few depositories of the global society.
Internet is the first successful anarchic institution in history: this world-wide web of computer networks has no government. We can compare it to a city full of people working and doing everything people usually do in a city. The connection of two computers is sufficient to organize an uncontrollable network. Paradoxically, Internet was born as a project of the U.S. Defence Department in case a nuclear attack took place: it was necessary to create a network of communication without a centre, to make it possible to operate at the same time from different points if the headquarter were destroyed. An anarchic institution born in the barracks; luckily, dialectics still exists.
As we will see later on, this technology was mainly developed by the US Government, and it is based on the idea that the control of technology and communications is the most powerful weapon to rule the world: by this control it is possible to influence the opinions and to spread all over the world the «benefits» of the political and economic system of the industrial countries and especially of the American Way of Life. This military need started the activities for the creation of informatics, today’s new industry. And the great leap forwards, that is, the creation of world-wide nets of interconnected computers, was due to defence considerations (during the Cold War). If this leap was born as a project of the US Armed Force, later on it was expediently developed and used by some University researchers, who understood its enormous potentiality for communications and university researches. As the explosion between the super-powers, though feared for decades, did not take place, today mankind possesses the largest civilian communication network of all times. From the end of the 80ies Internet, the largest computer net in the world, has become a part of the everyday language of the American middle class, while before only the Defence Department, the great centres of scientific research and the Universities could use it. Internet is creating a new revolution in the communication system and in the access to informations.
The diversity, meant as cultural plurality, is now trying to face the growing phenomenon of globalization. Probably this growth is more well-known in the field of communications than in any other sector. The mass-media, either spoken, written, visual or any possible mixture of these features, are the recorders of the life of the peoples, of the conveyance of their memory. The personal communications have surpassed the family and the immediate habitat and have reached global sizes. The globalization of informations is one of the conquests of mankind, but only when and if it does not turn into an attempt on cultural diversity, and the risk we are running is very high.
Internet is one of the most «revolutionary» inventions, with the highest potentiality as regards the spreading of informations. But it can also become an attempt on diversity. Human relationships become «virtual». In the paradigm of virtuality, what exists is actually imaginary, and what does not exist starts existing from a cybernetic subjectivity (that is, starting from the relationships of the person with the cyber-space, a place existing somewhere among the integrated circuits of the computer nets). If this matter is carried to extremes, the same human being stops existing and becomes a virtual reality, an image on the screen, an icon on the World Wide Web. Such inventions as these are neither good nor bad in themselves, they become good or bad according to the way they are used. Their enormous potentiality and their real globalization are now restrained by the language: the net is dominated by the English language and this prevents its becoming a real world-wide space of communications.
 
A story of the Cold War period
«Internet» is already an entry in our vocabulary: most people have used or heard aout this «monster». This medium has created an unprecedented «revolution» in the world of informatics and communications. As we know it nowadays, this product is based on a technical key idea: an open structure of work in the web. It is a large quantity of small (and not so small) computer nets interconnected among themselves and distributed all over the world, where services and informations of every kind can be found. The inventions of the telegraph, the telephone, the radio and the computer created the bases for this brand new integration of capacities. Internet is, at the same time, a possibility of world-wide spreading, a mechanism of conveyance of informations, and a medium of cooperation and interaction among the individuals and their computers, no matter where they are geographically situated. In history it represents one of the best examples of the benefits granted by the supported investment and by the engagement in the research and in the development of informatic infrastructures. Soon after the primitive research on the change-over of parcels, the government, the industry and the Academic sector of the United States took part together to the evaluation and development of this new structure. However, Internet is nowadays a widely spread informatic infrastructure. Its first prototype is often called National Global, or Galactic Information Infrastructure. Its story is complex and includes the technological, the organizative and the communitarian aspects, and it affects not only the technical sector of computerized communications, but also the whole of our society.
When we face the problem of establishing the history and origins of Internet, it seems quite reasonable to consider that it does not start from a precise moment or an isolated event, but it is more exactly due to the convergence and the sum of know-hows, researches and works acknowledging a long sequence of casualties in time; this is quite like stating that every cognizable event finally depends on the relative position of the observer. At the end of the 50ies, at the climax of the Cold War between USA and USSR (besides, the Chinese giant had become communist and the Cuban Revolution had taken place a few miles from the US coasts), the Department of Defence had already started worrying about what could happen to the national communication system if a total nuclear war broke out. Therefore, this informatic web was created on a project of the U.S. Department of Defence, called «Defence Advanced Research Project Network»; it started in 1969, studying, as its main purpose, the research, the development and the increase of the protocols of communications for widespread networks. During a war, the communications represent one of the most important weapons and one of the first targets that the enemy will try to destroy. For the Pentagon it was very dangerous to make all communications depend on a single main centre, which could be destroyed by a single bomb, thus leaving the USA without any possibility when facing the enemy. Considering these circumstances, the net was created with some very special features. The future ensuing the Day After could exist only if a solution were found to this problem. In 1962 Paul Baran, a researcher for the Government of the United States, issued a project providing a solution to the question put by the Department of Defence. Baran’s project proposed a communication system through different computers, connected in a decentralized network, so that if one or more important junctions were destroyed, the others could go on communicating without any inconvenience.
This project was discussed for many years and finally, in 1969, the Advanced Research Projects Agency (ARPA) of the Pentagon created the first computer network, called ARPAnet. In the first phase, only four computers were connected to this net: the University of California of Los Angeles (UCLA), the Stanford Research Institute (SRI), the University of California of Santa Barbara (UCSB) and the University of Utah. In 1971 eleven more junctions took place and in 1972 there where on the whole 40 computers connected to the network. As well as with many technological inventions, the origins of Internet can be traced up to a military project, consisting in «Digital Communications in Time of War». This is just one more proof of the close relationship between communications (informations) and war. What the government wanted to obtain was a digital network of communications that could constantly operate in war times. Afraid that a bomb or an attack could cut off its media, it wanted to develop a sort of network where the information parcels could follow alternative path to convey their informations, so that, if the line was out of order, the informations could be conveyed through another path. What a pity that something like Internet had started from a war project! But is is really so. Presently, Internet is a further service for civilian use arising from an advanced military project, such as the industrial laser beam, the radar, the satellites and other inventions.
In 1975 the management of the non-military connections separated from ARPA and took the name of Internet, used until today. However strange it may seem, since then no central authority has been controlling the operativity of the net, even if there are some groups and organizations that are trying to regulate its traffic somehow. That was the beginning of a long period of experimentation and development, granting the evolution and the ripening of Internet’s idea and technology. Starting from the first three networks (ARPAnet, radio and satellite) and from its first communities of research, the series of the experiments increased and ended by comprehending all forms of nets and a large community of research and development.
After successfully hitting the goals and targets of the beginning, in 1990 ARPAnet, the network that gave birth to Internet, stopped operating. The users of the Web scarcely noticed it, as the functions prevously granted by ARPAnet not only continued, but also improved remarkably, thanks to new organs that were more representative in the present utilization of the net.
 
Internet and Solidarity
Starting from the Pinochet case, in the ethical and political discussion regarding human rights, the ideas of solidarity, freedom and equality have once more been made topical. For the classical theory of laissez-faire, the supreme value consists in the right to a sphere of individual freedom that no power, under no possible pretext, can violate. The main worry of this tradition is the defence of the intimate sphere of the individuals, and, in this sense, it shows some reserves as regards the idea of solidarity.
From our point of view, this tradition sets aside the principles of solidarity and social well-being on the basis of two main theories: first of all, it starts from the idea of a pre-social subject who is not located in a precise context and whose relationship with the State is of exploitation, so to satisfy his personal interests; secondly, it believes that the State (considered as minimum-level State) has the sole function of guaranteeing the basic rights to freedom and private property, as its engagement in other different fields (for instance, social policies) would cause a dangerous growth of the statal power. If we consider the idea of solidarity as directly connected to the idea of justice and of protection of the weakest members of a society, then we must say that this tradition not only puts aside the principles of social solidarity, but also openly opposes (and even minimizes) the granting of economic, social and cultural rights. And these rights strongly stick to the idea of social solidarity and require the State to commit itself much more than the tradition of laissez-faire allows.
This tradition conceives the idea of the well-being and of the granting of economical, social and cultural rights as an optional problem of humanitarian assistance and not as a due answer to the demands of protection of the legal rights of all citizens. In this context, solidarity appears, at its best, as a worthy occupation both for the State and for the people, and not at all as a duty and an absolute obligation.
What has all this to do with Internet?
In the 60ies, when Marshall McLuhan prophesized the end of the «Gutenberg Galaxy» and the coming of a new era in the communications among the different peoples and countries, summoning it all up in the idea of the «global village», it was not easy to withstand his optimism. We cannot, however, doubt that in the last few decades the adjective «global» became something totally different when applied to the relationships between the people and the communities. Some thirty or forty years ago, this word utopistically reminded of freedom and individual satisfaction, while today it reminds of dark macro-economic processes, of the world-wide spreading of politics and of the removal of the people, the communities and the nations from the centres where the decision are taken. According to its broader meaning, the adjective «global» reminds today of a standardized way of understanding the social and economic relationships, suggesting the extension to the whole world of the typical economic and social behaviour (made of individualism and productiveness) of the «western» countries (that is, the North of the world). As history teaches, the utilizations of a new technology of communications are slowly built up and imply a series of factors whose technical features are just one of its elements. The utilizations are the result of a long process of social construction and often look surprising to the first users of new technologies. Only in relatively recent times, a bit more than 500 years ago, thanks to Mr. Gutenberg a new technology was made available, and it allowed to recover the lost intercommunications, even if only partly. The press made it possible to start once more a dialogue among the people, even if in a single direction and as a mass-medium, because of its costs. The mass-media (first the press, much later on the radio and the television) allowed the massification of the informations. They strongly marked the development of society, the spreading of ideas and the strengthening of the democratic idea: but they had their limits, too. The great change takes place in this scenery, to which we appear to be irremediably sentenced. Thirty years after, the technological development has proved McLuhan right at last, and now the «global village» is already a reality. The technological advances offer remarkable possibilities to this idea. The great project of electronical motorways must be interpreted at the light of these great interests.
What really happened is that, from the first village at the beginning of this story, such as McLuhan has prophesized 30 years ago, mankind made enormous leaps forward. But now the circle is closing, proving the Canadian prophet right, and people all over the world, thanks to the introduction of new technologies, now start communicating directly and interacting as their ancestors did thousands of years ago, without any censorships and with limited costs. To make this progress, a dramatic change in world-wide politics was necessary, including the distruction of the Berlin Wall and of Soviet Union, in order to make the motorway of information become possible and real. Thanks to the technological convergence, today we not only have the cable and the satellite television, but we can also travel through the biggest and permanent archives in the history of mankind: that is, Internet. The same Zapatist Army decided to display its struggle in the heterodox field of communication media, rather than in the traditional and more and more expensive military battlefield.
 
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[Translated by Margherita Giordano]
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