Il socialismo e l'uomo a Cuba

Ernesto Guevara
 

 

 

 
Versione italiana
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El socialismo y el hombre en Cuba
 
por Ernesto Guevara
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Socialism and Man in Cuba

by Ernesto Guevara
 
 

 

 

English translate
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Carlos Quijano
Settimanale Marcha
Rincón 577, Montevideo
Uruguay
 
Stimato compañero,
ho portato a termine queste note durante il viaggio attraverso l'Africa, animato dal desiderio di mantenere, anche se in ritardo, la mia promessa. Vorrei farlo, trattando il tema del titolo. Penso che possa essere di qualche interesse per i lettori uruguayani.
Spesso sentiamo sulla bocca dei portavoce del capitalismo, come argomento a sostegno della lotta ideologica contro il socialismo, l'affermazione secondo cui questo sistema sociale od il periodo di costruzione del socialismo, nel quale noi siamo impegnati, sarebbe caratterizzato dall'annullamento dell'individuo, sacrificato a favore dello Stato. Non ho certo la presunzione di confutare questa affermazione su una base strettamente teorica, ma di stabilire i fatti come si vivono oggi a Cuba ed aggiungere qualche nota di carattere generale. Tenterò in primo luogo di abbozzare a grandi linee la storia della nostra lotta rivoluzionaria prima e dopo la conquista del potere.
Com'è noto, la data esatta in cui sono cominciate le azioni rivoluzionarie che sarebbero culminate il 1° gennaio del 1959, è stata il 26 luglio del 1953. Un gruppo di uomini, guidati da Fidel Castro, ha attaccato all'alba di quel giorno la caserma Moncada, nella provincia d'Oriente. Questa azione è stata un vero e proprio fallimento, il quale si è trasformato in una catastrofe ed i superstiti sono finiti nelle patrie galere, per poi ricominciare di nuovo, appena vengono amnistiati, la lotta rivoluzionaria.
Durante questa fase, nella quale esistevano soltanto alcuni germi di socialismo, l'uomo è stato il fattore fondamentale. Si contava su di lui come individuo, dotato di una sua specificità, con tanto di nome e cognome; e proprio dalla sua capacità d'azione dipendeva il successo od il fallimento dell'azione intrapresa.
Si è giunti, poi, alla fase della lotta di guerriglia, che si è svolta in due distinti ambienti: il popolo, massa ancora sonnecchiante che doveva essere mobilitata e la sua avanguardia, i guerriglieri, elemento propulsore del movimento, generatore di coscienza rivoluzionaria e di entusiasmo combattivo. È stata questa avanguardia il fattore catalizzatore che ha determinato le condizioni soggettive indispensabili per la vittoria. Anche in questa fase, nel quadro di un processo di proletarizzazione del nostro pensiero, della rivoluzione che si stava verificando nelle nostre abitudini e nelle nostre menti, l'individuo è rimasto il fattore fondamentale. Ognuno dei combattenti della Sierra Maestra che ha assunto incarichi di rilievo fra le forze rivoluzionarie, possedeva una storia di fatti notevoli al proprio attivo ed in base a questi aveva conseguito i suoi gradi.
È stata questa la prima epoca eroica, nella quale si gareggiava per ottenere incarichi di sempre maggior responsabilità, che comportavano un maggior pericolo, senza altra soddisfazione che l'adempimento del proprio incarico.
Nella nostra opera di educazione rivoluzionaria, insistiamo spesso su questo tema formativo. Nel comportamento dei nostri guerriglieri si intravedeva già l'uomo del futuro.
Vi sono state altre circostanze, nella nostra storia, in cui si è avuta una tale dedizione totale alla causa della Rivoluzione. Durante la crisi d'ottobre o nei giorni del ciclone Flora, abbiamo visto atti di valore ed eccezionali sacrifici, compiuti da tutto il popolo. Trovare la formula per perpetuare nella vita di tutti i giorni questo comportamento eroico, è uno dei nostri compiti fondamentali dal punto di vista ideologico.
Nel gennaio del 1959, si è costituito il governo rivoluzionario, al cui interno partecipavano anche vari esponenti di quei ceti borghesi filo-imperialistici che si stavano arrendendo. La presenza dell'Ejército rebelde costituiva una garanzia per il mantenimento del potere, in quanto fattore fondamentale di forza.
In seguito si sono determinate delle serie contraddizioni, le quali sono state superate in un primo tempo, nel febbraio del 1959, quando Fidel Castro ha assunto la direzione del governo con la carica di Primo ministro. Questo processo è culminato nel luglio dello stesso anno, quando il presidente Urrutia, sotto alla pressione della massa, ha rassegnato le proprie dimissioni. È entrato allora nella storia della Rivoluzione cubana, con precise caratteristiche, un personaggio che vi ritornerà sistematicamente: la massa.
Questa multiforme entità non è, come qualcuno potrebbe credere, la somma aritmetica degli elementi di una stessa categoria (così ridotti, inoltre, dal sistema imposto) che si comporta come un docile gregge. È vero che segue senza esitazioni i suoi dirigenti, in particolare Fidel Castro; ma il grado in cui Fidel si è guadagnato questa fiducia, rappresenta l'interpretazione più precisa dei desideri popolari, delle aspirazioni della nostra popolazione e la lotta sincera per l'adempimento delle promesse fatte.
La massa ha partecipato alla Riforma agraria ed al difficile, pesante impegno di amministrare le imprese statali; è passata attraverso l'eroica esperienza di Playa Girón; si è forgiata nelle lotte contro le varie bande armate della Cia; ha vissuto uno dei momenti più importanti della storia moderna, vale a dire la crisi d'ottobre ed oggi continua a lavorare alla costruzione del socialismo.
Se si rimane ad un esame superficiale delle cose, potrebbe anche sembrare che coloro che parlano di sottomissione dell'individuo allo Stato abbiano ragione; la massa realizza con entusiasmo e disciplina senza pari i compiti che il governo gli affida, tanto sul piano economico, quanto su quello culturale, della difesa militare, dello sport e così via.
L'iniziativa parte, in genere, da Fidel Castro o dal Comando supremo della Rivoluzione e viene spiegata al popolo, il quale vi si adegua e la fa propria. Altre volte, il partito ed il governo fanno delle esperienze locali per renderle poi generali, seguendo la stessa via.
Tuttavia, lo Stato a volte commette degli errori. Quando si verifica uno di questi errori, si osserva una diminuzione dell'entusiasmo collettivo, che consegue alla diminuzione di quello stesso entusiasmo in ciascuno degli individui che formano la massa; il lavoro si paralizza sino a ridursi a livelli insignificanti: giunge perciò il momento di rettificare. Così è accaduto nel marzo del 1962, dinanzi alla politica settaria imposta al partito da Aníbal Escalante.
È chiaro che questo meccanismo è insufficiente a garantire una successione di misure appropriate e che occorre un vincolo più saldo con la massa. Dobbiamo renderlo migliore nel corso dei prossimi anni; ma, nel caso di iniziative provenienti dai livelli elevati del governo, per ora usiamo il metodo quasi intuitivo di auscultare le reazioni generali dinanzi alle questioni esposte. In questo, Fidel è un maestro ed il suo speciale sistema di comunicazione con il popolo può essere apprezzato soltanto vedendolo in atto. Nelle grandi manifestazioni pubbliche, ci troviamo di fronte a qualcosa di simile alla risonanza di un diapason: le vibrazioni dell'uno provocano quelle dell'altro. Fidel e la massa iniziano a vibrare in un dialogo d'intensità sempre crescente, sino a raggiungere l'apice in un finale improvviso, coronato dal nostro grido di lotta e di vittoria.
Ciò che è difficile da capire per chi non sta vivendo l'esperienza della Rivoluzione, è proprio questa stretta unità dialettica esistente fra l'individuo e la massa, in cui entrambi interagiscono ed, a sua volta, la massa, come insieme di individui, interagisce con i dirigenti.
Nel capitalismo, è possibile osservare alcuni fenomeni di questo genere quando sulla scena politica appaiono uomini capaci di spingere alla mobilitazione popolare; ma, se non si tratta di un autentico movimento popolare, nel qual caso non è completamente lecito parlare di capitalismo, il movimento durerà quanto la vita di chi lo ha messo in moto o sino alla fine delle illusioni popolari, imposta dalle leggi della società capitalistica. All'interno di questa, l'uomo viene guidato da un freddo ordinamento impersonale che, in generale, sfugge alla sua comprensione. L'essere umano alienato, possiede un invisibile cordone ombelicale che lo lega alla società nel suo complesso: la legge del valore, la quale agisce in ogni aspetto della sua vita, modellandogli la sua via ed il suo destino.
Cieche ed invisibili per il senso comune delle persone, le leggi del capitalismo agiscono sull'individuo senza che questo se ne renda conto, poiché egli vede soltanto l'ampiezza di un orizzonte che gli pare infinito. Così, almeno, lo presenta la propaganda capitalistica, la quale presume di ricavare dal caso Rockefeller - vero o meno che sia - una lezione sulle possibilità di successo. La miseria che occorre accumulare affinché si realizzi un esempio come questo e la somma di ignominie che implica una fortuna di queste dimensioni, non appaiono nel quadro e non sempre le forze popolari possono comprendere perfettamente questi concetti (a questo punto sarebbe necessario ricordare come, nei paesi imperialisti, gli operai vadano sempre più perdendo il loro spirito internazionale di classe, a causa dell'influenza di una certa complicità nello sfruttamento dei paesi dipendenti e come questo fatto, contemporaneamente, finisca per esaurire lo spirito di lotta della massa nelle loro nazioni; ma questo è un argomento che esula dalle finalità di queste note). È chiaro, tuttavia, il cammino ad ostacoli che un individuo con le qualità necessarie può apparentemente superare per giungere alla meta. Il premio si intravede in lontananza: il cammino è solitario. Ed, infine, è una corsa fra lupi: la propria vittoria può nascere soltanto sul fallimento degli altri.
Tenterò ora di definire l'individuo, protagonista di questo strano ed appassionante dramma che è la costruzione del socialismo, nella sua duplice qualità di essere singolo e di parte integrante della comunità. Penso che la cosa più semplice, sia quella di riconoscere la sua qualità di essere imperfetto, di prodotto non ancora portato a termine. Nella coscienza individuale, si trasmettono ancora al presente le tare del passato ed occorre fare un tenace lavoro per sradicarle. Il processo è duplice: da una parte agisce la società con la sua educazione diretta ed indiretta; dall'altra, è l'individuo che si sottopone ad un processo cosciente di autoeducazione.
La nuova società in formazione deve lottare, fra innumerevoli difficoltà, con il passato. Ciò si avverte non soltanto nella coscienza individuale, sulla quale pesano i residui di un'educazione costantemente orientata verso l'isolamento dell'individuo, ma anche per il carattere stesso di questo periodo di transizione, nel quale permangono i vecchi rapporti mercantili. La merce è la cellula economica della società capitalistica; sinché essa esisterà, i suoi effetti non mancheranno di farsi sentire sull'organizzazione della produzione e, quindi, sulla coscienza.
Nello schema di Marx, il periodo di transizione veniva considerato come il risultato finale di una radicale trasformazione del sistema capitalistico corroso dalle sue stesse contraddizioni; successivamente, Lenin ha intuito che altri paesi potevano staccarsi dall'albero imperialistico: precisamente i rami a sviluppo più debole, nei quali il capitalismo era abbastanza forte da far sentire in misura maggiore o minore i suoi effetti sul popolo, ma non abbastanza sviluppato affinché fossero le sue stesse contraddizioni, una volta esaurite tutte le possibilità, a far saltare il sistema.
I fattori che solitamente fanno andare in pezzi il sistema, sono la lotta di liberazione contro un oppressore straniero, la miseria generata da avvenimenti esterni come la guerra - le cui conseguenze vengono fatte ricadere dai ceti più abbienti sulle classi diseredate -, i movimenti di liberazione destinati a rovesciare i regimi neocolonialistici e via dicendo. Questi sono i fattori scatenanti più comuni. L'azione cosciente fa il resto.
In questi paesi, non si è ancora prodotta una completa educazione al lavoro sociale e la ricchezza, mancando il procedimento dell'appropriazione, è ancora fuori della portata della massa. A causa del sottosviluppo da un canto e della tradizionale fuga di capitali in direzione di paesi «più civili» dall'altro, un cambiamento rapido e senza sofferenze, è del tutto impensabile. Molta strada resta ancora da percorrere per edificare la base economica, mentre si fa vivacemente sentire la tentazione di cedere alla molla dell'interesse materiale, come elemento propulsore di uno sviluppo accelerato.
Si corre il rischio che gli alberi impediscano di vedere la foresta. Inseguendo la chimera di realizzare il socialismo con l'aiuto delle armi screditate che ci ha lasciato in eredità il capitalismo (la merce come cellula economica, il profitto, l'interesse materiale individuale come leva e così via), si può imboccare un vicolo senza uscita. Vi si giunge dopo aver percorso parecchio cammino, nel quale le strade si incrociano molte volte ed in cui è difficile rendersi conto di quando si è sbagliato direzione. Nel frattempo, la base economica adottata, ha minato sotterraneamente l'evoluzione della coscienza. Per costruire il comunismo, contemporaneamente alla base materiale occorre formare l'uomo nuovo.
Per questo, si deve scegliere con la massima accortezza lo strumento per mobilitare la massa, che deve essere fondamentalmente d'ordine morale, senza tuttavia trascurare un corretto uso degli incentivi materiali, di natura soprattutto sociale.
Nel momento in cui il pericolo è più grave, come ho già detto, potenziare gli stimoli morali è relativamente facile; ma, per mantenerli in tutta la loro efficacia, si deve saper sviluppare una coscienza nella quale le categorie dei valori acquisiscano nuove caratteristiche. La società nel suo insieme, deve trasformarsi in una gigantesca scuola.
Nelle sue grandi linee, questo fenomeno presenta alcune analogie con il processo formativo della coscienza capitalistica nella sua prima fase. Il capitalismo, è vero, fa ricorso alla forza, ma, contemporaneamente, educa le persone all'interno del sistema. La propaganda diretta viene realizzata da coloro che sono incaricati di dimostrare l'inevitabilità di un regime classista, fondato o su una pretesa origine divina, o sulla legge della natura come entità meccanica. Il che, placa la massa, convinta che il male che l'opprime sia di natura tale che contro di esso è impossibile lottare. In seguito, subentra la speranza ed è qui che il capitalismo si differenzia dai regimi di casta precedenti, i quali non lasciavano adito all'illusione di una via d'uscita.
Alcuni, tuttavia, continueranno a ritener valida la formula di casta; come premio, chi avrà obbedito, si vedrà aprire, dopo la morte, altri mondi meravigliosi nei quali, come vuole l'antica tradizione, i buoni saranno debitamente ricompensati. Per gli altri esiste una novità: la divisione in classi, è vero, è iniqua e funesta, ma chi saprà dare buona prova di operosità, di iniziativa e via dicendo, potrà uscire dalla classe alla quale appartiene. Questo processo e quello di autoeducazione al successo, sono entrambi profondamente ipocriti: rappresentano la dimostrazione interessata che una menzogna è una verità.
Nel nostro caso, l'educazione diretta riveste un'importanza molto maggiore. La spiegazione è tale da persuadere, poiché profondamente vera; è tale da non dover far ricorso a dei sotterfugi. Essa viene esercitata mediante l'apparato educativo dello Stato in funzione della cultura generale, tecnica ed ideologica, mediante organismi come il ministero dell'Educazione e l'apparato di propaganda del partito. L'educazione penetra fra la massa in modo tale che il nuovo preconizzato comportamento finisce con il divenire come una seconda pelle; poco a poco, la massa lo fa proprio ed esercita essa stessa una forte influenza su coloro che non vi si sono ancora adeguati. Questo è la forma indiretta di educazione della massa, di una potenza pari a quella dell'altro.
Si tratta, però, di un processo cosciente: l'individuo si trova giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, in stretto contatto con il nuovo potere sociale e, rendendosi conto che egli non vi si è ancora completamente adeguato, sotto l'influsso della pressione prodotta dall'educazione indiretta, si sforza di adeguarsi ad una situazione che ritiene giusta e che, sino a quel momento, non ha potuto raggiungere a causa dei propri limiti: ecco, allora, subentrare la fase di autoeducazione.
In questa fase di costruzione del socialismo, si può osservare la nascita dell'uomo nuovo. È un'immagine non ancora ben definita, né potrebbe esserlo, dal momento che il processo marcia, parallelamente allo sviluppo di nuove forma economiche. Dimentichiamoci per un istante di coloro che, per mancanza di educazione, sono indotti ad imboccare un cammino solitario, a soddisfare le loro egoistiche ambizioni. Vi sono altri che, anche all'interno di questa nuova atmosfera di avanzata collettiva, tendono a camminare isolati dalla massa della quale fanno parte. Ma non è questo l'importante. Il fatto più rilevante è che gli uomini stanno diventando sempre più consapevoli della necessità d'incorporarsi nella società e, contemporaneamente, del loro valore come motori di essa.
Oramai, non camminano più completamente da soli, lungo sentieri sperduti, in direzione di mete lontane. Seguono la loro avanguardia, rappresentata dal partito, dagli operai più coscienti, dagli uomini di punta che avanzano strettamente legati alla massa ed in stretto contatto con essa. Le avanguardie guardano avanti, verso il futuro ed il loro «premio», che non è più, però, qualcosa d'individuale, bensì è la nuova società nella quale gli uomini avranno caratteristiche dissimili: è la società dell'uomo comunista.
È un cammino lungo ed irto di difficoltà. In certi momenti si perde l'orientamento e si deve tornare indietro, in altri si cammina troppo in fretta, ed allora ci si allontana dalla massa; altre volte ancora si procede troppo lentamente e si sente sulla nuca il respiro di coloro che ci incalzano. Nella nostra ambizione di rivoluzionari, ci sforziamo di procedere il più lestamente possibile, aprendo nuove vie, ma sappiamo anche, perfettamente, che la massa deve sempre alimentarci e che potrà seguirci rapidamente soltanto se la stimoleremo con il nostro esempio.
Per quanto grande sia l'importanza data agli incentivi morali, il solo fatto dell'esistenza di una divisione in due gruppi fondamentali (trascurando naturalmente quello minoritario, di coloro che, per un motivo o per l'altro, non prendono parte all'edificazione socialista) è indice di una relativa carenza di sviluppo della coscienza sociale. Il gruppo d'avanguardia è ideologicamente più avanzato rispetto alla massa; quest'ultima conosce i nuovi valori, ma in modo parziale. Mentre fra i primi si produce un mutamento qualitativo che permette loro di votarsi al sacrificio in quanto avanguardia, la visione della seconda è solo parziale, per cui deve essere sottoposta a stimoli e pressioni di una certa intensità. È la dittatura del proletariato, la quale si esercita non solo sulla classe sconfitta, ma anche su ogni individuo della classe vincitrice.
Per raggiungere il pieno successo, si impone la necessità di una serie di meccanismi: le istituzioni rivoluzionarie. Nell'immagine delle folle che avanzano in direzione del futuro, è implicito il concetto di istituzionalizzazione, inteso come un insieme armonico di canali, scalini, barriere, apparecchi ben collaudati che consentono questa avanzata, che promuovono la selezione naturale di coloro che sono destinati a porsi all'avanguardia, che stabiliscono il premio o la punizione, rispettivamente per colui che adempie alle proprie responsabilità e per chi invece complotta contro la società in costruzione.
Ora, questa istituzionalizzazione della Rivoluzione, non è ancora stata raggiunta. Siamo tuttora alla ricerca di qualcosa di nuovo, grazie al quale si possa ottenere una perfetta identificazione fra il governo da una parte e la comunità nel suo insieme dall'altra, in armonia con le condizioni particolari della costruzione del socialismo ed evitando al massimo di trapiantare nella nuova società i luoghi comuni della democrazia borghese (ad esempio, le camere legislative). Si sono compiute alcune esperienze, rivolte a costruire poco a poco le istituzioni della Rivoluzione, ma senza eccessiva fretta. Più d'ogni altra cosa, ci è stato di freno il timore che un qualsiasi aspetto formale potesse allontanarci sia dalla massa che dall'individuo, facendoci perdere di vista la più importante e decisiva ambizione rivoluzionaria: quella di vedere, cioè, l'uomo liberato dalla propria alienazione.
Tuttavia, nonostante la carenza di istituzioni - mancanza che deve essere gradualmente superata - oggi è la massa a fare la storia, come un insieme consapevole di individui in lotta per la stessa causa. Nel socialismo, l'uomo, malgrado la sua apparente standardizzazione, è più completo; nonostante la mancanza di un meccanismo perfettamente adeguato allo scopo, la sua possibilità di esprimersi ed esercitare la propria influenza sull'apparato sociale è incomparabilmente superiore. Ciò nonostante, è indispensabile approfondire la sua partecipazione consapevole, individuale e collettiva, a tutti i meccanismi di direzione e di produzione ed ancorarla all'idea dell'indispensabilità dell'educazione tecnica ed ideologica, in modo tale che avverta che questi processi sono strettamente interdipendenti ed i loro progressi sono paralleli.
In tal modo, l'uomo diverrà perfettamente cosciente del proprio essere sociale; in altri termini, si realizzerà pienamente come creatura umana, dopo aver infranto le catene dell'alienazione. Ciò si tradurrà, concretamente, nella riconquista della propria natura per mezzo del lavoro liberato e nell'espressione della propria condizione umana tramite la cultura e l'arte.
Affinché l'uomo possa realizzarsi nel primo aspetto, però, il lavoro deve acquisire una nuova dimensione: la merce «uomo» non deve più esistere, mentre si attua un sistema che assegna una quota in cambio dell'adempimento del dovere sociale. I mezzi di produzione sono proprietà della società e la macchina è soltanto la trincea nella quale si adempie ai propri obblighi. L'uomo comincia a liberare la propria mente dallo sgradevole pensiero di dover soddisfare le proprie esigenze animali con il lavoro ed inizierà a realizzarsi nella propria opera e ad intendere la propria grandezza di uomo per mezzo dell'opera creata, per mezzo del lavoro compiuto.
In sostanza, cioè, non esiste più quella parte del suo essere considerata come forza-lavoro in vendita, che non gli appartiene più, ma al contrario si favorisce l'ascesa dell'individuo, la sua attiva partecipazione al vivere comune nel quale egli si riflette: l'adempimento della propria responsabilità sociale.
Dal canto nostro, stiamo facendo tutto quel che è in nostro potere per conferire al lavoro questa nuova funzione di dovere sociale e per collegarlo al progresso della tecnologia da un lato (il che consentirà nuove condizioni per una maggior libertà) ed al lavoro volontario dall'altro, ispirandoci al principio marxista per cui l'uomo realizza pienamente la propria condizione umana quando produce senza che a tale produzione venga costretto dalla necessità materiale di vendersi come merce.
Naturalmente, anche quando il lavoro è volontario, continua a presentare aspetti di coercizione; l'uomo non ha ancora trasformato tutta la costrizione che lo circonda in un riflesso condizionato di natura sociale e, per lo più, produce ancora sotto la pressione dell'ambiente («costrizione morale», come dice Fidel). Gli resta ancora da conquistare il piacere di un completo godimento spirituale della propria opera, senza la pressione diretta dell'ambiente sociale che lo circonda, ma legato ad esso dalle nuove abitudini. Questo sarà il comunismo. Ma questa metamorfosi non si realizza automaticamente, né nella coscienza, né nell'economia. Le mutazioni sono lente ed irregolari; a periodi di accelerazione, ne seguono altri di pausa od addirittura di regresso.
Come abbiamo notato in precedenza, inoltre, va considerato che non ci troviamo in un periodo di transizione puro e semplice, come lo vedeva Marx nella Critica al programma di Gotha, bensì in una fase nuova da lui non prevista: la prima fase di passaggio al comunismo e di edificazione del socialismo. Un passaggio che avviene fra violente lotte di classe, durante il quale sopravvivono taluni elementi di capitalismo che rendono difficoltosa una giusta comprensione della sua essenza.
Se a ciò si aggiunge lo scolasticismo che ha frenato l'evoluzione della filosofia marxista ed ostacolato l'analisi sistematica del periodo, la cui economia politica non si è sviluppata, dobbiamo riconoscere che siamo ancora in fasce e che dovremo impegnarci in un attento e serio studio delle caratteristiche fondamentali di tale periodo, prima di poter elaborare una teoria economica e politica di maggior respiro.
Indubbiamente, la teoria che elaboreremo, considererà inevitabilmente come principali pilastri della costruzione, la formazione dell'uomo nuovo ed il progresso della tecnologica. V'è ancora molta strada da percorrere in ambedue questi settori, ma bisogna riconoscere che minori giustificazioni ha, rispetto al primo, il ritardo che da noi si registra in quello della tecnologica come base fondamentale, poiché, in questo settore, non siamo costretti a procedere a tentoni ma, almeno per un buon tratto, possiamo seguire la via già percorsa dai paesi più sviluppati del mondo. Proprio per questo, Fidel si batte con tanta insistenza sulla necessità della formazione tecnologica e scientifica di tutto il nostro popolo e, soprattutto, della sua avanguardia.
Dove è più facile scorgere la scissione fra necessità materiali e spirituali è nel campo delle idee che riguardano attività non produttive. Da molto tempo oramai, l'uomo tenta di liberarsi dall'alienazione, facendo ricorso alla cultura ed all'arte. Ma egli muore giorno dopo giorno durante le otto e più ore che corrispondono alla sua essenza di «merce», per poi rinascere nella propria attività spirituale. Questo, però, è un rimedio che reca in sé i germi del morbo stesso: è un essere solitario che ricerca la comunione con la natura. Difende il proprio individualismo oppresso dall'ambiente e reagisce di fronte alle idee estetiche come un essere isolato, la cui aspirazione è quella di restare immacolato.
Questo, però, è soltanto un tentativo di fuga. La legge del valore non è più il semplice riflesso dei rapporti di produzione: i capitalisti monopolistici le hanno eretto tutto intorno una complessa impalcatura che la trasforma in una docile schiava, anche se i mezzi da loro impiegati sono puramente empirici. La sovrastruttura impone un preciso tipo di arte, al quale vengono educati gli artisti. I ribelli finiscono anch'essi per essere dominati dal meccanismo: soltanto gli esseri dotati di un talento eccezionale possono realizzare realmente un'opera propria. Gli altri, o si trasformano in vili salariati, o vengono stritolati.
Si inventa la sperimentazione artistica, considerata come l'incarnazione stessa della libertà, ma questa «ricerca» ha i suoi precisi limiti, inavvertibili sin quando non ci si va a sbattere contro, sino a quando, cioè, non si affrontano i problemi reali dell'uomo e della sua alienazione. L'angoscia irrazionale od il passatempo volgare sono altrettante valvole di sfogo per l'inquietudine umana; si combatte con ogni mezzo l'idea di fare dell'arte un'arma di denuncia. Se si rispettano le regole del gioco, si viene ricompensati con lauti onori; quegli stessi che otterrebbe una scimmia addomesticata che fa le capriole. Conditio sine qua non è che non si tenti di fuggire dalla gabbia, la quale esiste, anche se appare invisibile.
Allorché la Rivoluzione ha preso il potere, si è assistito alla fuga in massa di coloro che erano totalmente addomesticati; gli altri, rivoluzionari o no, hanno visto di fronte a loro un cammino nuovo da imboccare. La ricerca artistica ne ha ricevuto un nuovo e considerevole impulso. Tuttavia, le strade erano più o meno tracciate e dietro al termine «libertà», si celava l'idea della fuga. Gli stessi rivoluzionari hanno molto spesso questo mantenuto atteggiamento, chiaro riflesso dell'idealismo borghese nella coscienza umana.
Nei paesi che sono passati attraverso un processo simile, si è tentato di combattere queste tendenze con un dogmatismo esagerato. La cultura in generale è stata praticamente trasformata in un tabù e si è proclamata, come massima aspirazione culturale, la rappresentazione formalmente esatta della natura, la quale si è poi tramutata in una rappresentazione meccanica della realtà sociale che si voleva mostrare: la società ideale, quasi senza conflitti né contraddizioni, che si tentava di formare.
Il socialismo è ancora giovane e, come tale, commette degli errori. A volte, noi rivoluzionari non possediamo le necessarie conoscenze e quell'audacia intellettuale necessaria per affrontare il grande problema della formazione di un uomo nuovo con metodi differenti da quelli tradizionali, i quali risentono profondamente dell'influenza della società che a suo tempo li ha formati. (Ed ecco tornare ad emergere il problema del rapporto fra forma e contenuto). V'è un notevole disorientamento, in questo campo, tanto più che siamo profondamente assorbiti dagli altrettanto grossi problemi dell'edificazione materiale. Non vi sono artisti di grande valore, che godano anche di notevole prestigio rivoluzionario. Sono i militanti del partito che debbono assumersi questo compito, per tentare di raggiungere l'obiettivo fondamentale: quello di educare il popolo.
Ecco, quindi, che si va alla ricerca di una semplificazione: di ciò che capiscono tutti, che è anche quello che comprendono i funzionari di partito. La vera, autentica ricerca artistica perde ogni carica vitale, di modo che il problema della cultura generale si riduce ad una riappropriazione del presente socialista e del passato oramai morto (quindi, non pericoloso). Nasce, così, il realismo socialista, a fondamento del quale si trova l'arte del secolo passato. Anche quella realista del XIX secolo era, però, arte di classe e più tipicamente capitalistica, credo, di quanto non lo sia quella decadente del XX secolo, dalla quale traspare l'angoscia dell'uomo alienato.
Nel campo della cultura, il capitalismo ha dato oramai tutto ciò che poteva e non rimane altro che il sentore di un cadavere oramai putrido: in arte, la sua decadenza di oggi. Ma perché ostinarsi a ritenere le forme congelate del realismo socialista come l'unica ricetta efficace? Certo, non si può contrapporre al realismo socialista la «libertà», poiché questa ancora non esiste e non esisterà sino a quando la società nuova non si sarà interamente sviluppata; ma guai a pretendere di condannare tutte le manifestazioni artistiche successive alla prima metà del XIX secolo dall'alto trono pontificio del realismo ad oltranza, poiché, così facendo, si incorrerebbe in un errore proudhoniano, di ritorno al passato, soffocando in una camicia di forza l'espressione artistica dell'uomo che sta sorgendo e che si sta sviluppando nei nostri giorni. Non si è ancora sviluppato un meccanismo ideologico e culturale che riesca a sollecitare la ricerca e che possa estirpare la gramigna, quella mala pianta che si moltiplica tanto agevolmente sul terreno concimato dalle sovvenzioni statali.
Da noi, nel nostro paese, non si è incorsi nell'errore del meccanicismo realista, bensì in un altro di segno contrario. Questo è accaduto perché non si è compresa la necessità di formare l'uomo nuovo, che non rappresenti né le idee del XIX secolo, né quelle del nostro secolo decadente e malato. È l'uomo del XXI secolo quello che dobbiamo formare, sebbene questa sia ancora un'aspirazione soggettiva e non sistematizzata. Proprio per questo motivo, è uno dei punti nodali del nostro studio e della nostra attività e nella misura in cui riusciremo ad ottenere dei risultati concreti su una base teorica o, viceversa, ne ricaveremo conclusioni teoriche di largo respiro dalla nostra analisi concreta, potremo dire di aver dato un valido contributo al marxismo-leninismo ed alla causa dell'umanità.
La reazione contro l'uomo del XIX secolo, ci ha fatto ricadere nel decadentismo del XX secolo; un errore che potremmo definire veniale, a patto, però, di superarlo decisamente se non vogliamo aprire una larga breccia al revisionismo. La grande massa si sta sviluppando, le idee nuove si stanno aprendo con impeto la strada all'interno della società, le possibilità concrete di un pieno ed integrale sviluppo di tutte le sue componenti rendono l'opera molto più feconda. Il presente è di lotta, ma nostro sarà il futuro.
Per riassumere, il torto di molti nostri intellettuali ed artisti, risiede in un peccato d'origine: nel non essere, cioè, autenticamente rivoluzionari. Si può anche tentare d'innestare un olmo affinché produca delle pere, ma, al contempo, si debbono piantare pure dei peri. Le nuove generazioni saranno monde dal peccato originale. Sarà tanto maggiore la possibilità che nascano artisti eccezionali, quanto più ampi saranno divenuti il campo della cultura e la possibilità di espressione. Il nostro compito consiste nell'impedire che la presente generazione, corrotta dai suoi conflitti, degeneri e faccia degenerare quelle future, nell'impedire che si creino dei docili salariati del pensiero ufficiale o «borsisti» che vegetino protetti dai finanziamenti statali e godano di una libertà fra virgolette. È oramai giunto il tempo in cui i rivoluzionari debbono intonare il canto dell'uomo nuovo con l'autentica voce del popolo. Anche se è questo un processo che richiede tempo.
Nella nostra società, la gioventù ed il partito rivestono un'importanza rilevantissima. Soprattutto i giovani sono importanti, in quanto costituiscono una creta malleabile con la quale è possibile formare l'uomo nuovo, mondo dalle tare del passato. La gioventù viene trattata in piena armonia con le nostre ambizioni. La sua educazione è sempre più completa, né trascuriamo di integrarla al lavoro sin dai primi istanti. I nostri studenti, durante le vacanze, si dedicano al lavoro manuale, o l'esercitano addirittura anche durante lo studio. Il lavoro è in certi casi un premio, in altri uno strumento di educazione, ma non è mai una punizione. Sta nascendo una generazione nuova.
Il partito è un'organizzazione d'avanguardia della quale entrano a far parte i lavoratori migliori, su proposta dei loro stessi compañeros. È minoritario, ma gode di una grande autorità per l'alta qualità dei suoi esponenti. Quello a cui noi aspiriamo, è che esso divenga di massa, ma solo quando essa avrà raggiunto il livello di sviluppo dell'avanguardia, solo quando, cioè, sarà stata educata per il comunismo. È in direzione di questa formazione che dobbiamo indirizzare la nostra attività. Il partito è l'esempio vivente; i suoi quadri dirigenti debbono essere un modello di laboriosità e di spirito di sacrificio; con la loro azione debbono trascinare la massa verso il compimento degli obiettivi rivoluzionari e questo significa anni di aspra lotta contro le difficoltà dell'edificazione, contro i nemici di classe, contro le tare del passato, contro l'imperialismo...
Vorrei ora soffermarmi sulla funzione che svolge la personalità umana, dell'uomo come individuo nella direzione della massa che scrive la storia. È la nostra esperienza, non una ricetta. Fidel ha dato impulso alla Rivoluzione nei primi anni ed, in seguito, le ha sempre dato l'indirizzo, il tono; ma oggi vi sono molti rivoluzionari che si sviluppano all'unisono con il nostro massimo dirigente ed una massa notevole che segue i suoi dirigenti, poiché ha fiducia in loro, una fede dovuta alla loro capacità di farsi interpreti delle sue aspirazioni.
Il problema non è di sapere quanti chili di carne si mangiano o quante volte all'anno ciascuno di noi può andare a fare una bella gita sulla spiaggia, né di quante belle cose provenienti dall'estero si possono comperare con l'attuale salario. Quel che importa, piuttosto, è far sì che l'individuo si senta più completo, più ricco interiormente e con un maggior senso di responsabilità. Nel nostro paese, ciascun cittadino sa bene che questa epoca eroica che gli vien dato di vivere, è un periodo di sacrifici e sa che cosa voglia dire «sacrificio». I primi l'hanno appreso sulla Sierra Maestra ed in tutti i luoghi nei quali si era tenuti a combattere; poi l'abbiamo conosciuto in tutto il paese. Cuba è l'avanguardia dell'America Latina e proprio perché occupa il posto più avanzato, proprio perché indica alla grande massa dei latinoamericani il cammino che conduce alla completa libertà, deve fare dei sacrifici. All'interno del paese, i nostri dirigenti hanno l'obbligo di assolvere al loro ruolo d'avanguardia e, occorre dirlo francamente, in una Rivoluzione vera, alla quale si consacra tutto senza attendersi alcuna ricompensa materiale, la missione del rivoluzionario d'avanguardia è in pari tempo magnifica ed angosciosa.
Permettimi di dire, a costo di sembrar ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore. Non si può concepire un vero rivoluzionario senza tale qualità. È, forse, proprio questo uno dei drammi più dolorosi di un dirigente: dover avere, oltre ad uno spirito appassionato, una mente lucida e fredda e saper prendere decisioni anche terribili senza battere ciglio. I nostri rivoluzionari d'avanguardia debbono idealizzare questo amore per l'umanità, per le cause più sacre e renderlo unico, indivisibile. Non possono scendere con la loro piccola dose d'amore quotidiano nei confronti dei luoghi nei quali l'esercita l'uomo comune.
I dirigenti rivoluzionari hanno dei figli che, sin dal primo balbettio, non imparano a nominare il padre; mogli che debbono partecipare al sacrificio della loro vita, per portare sino in fondo la Rivoluzione; amici la cui cerchia è quella, e solo quella, dei compañeros di lotta. Non v'è vita all'infuori d'essa.
In queste condizioni, bisogna possedere una gran dose di umanità, un grande senso di giustizia e di verità per non incorrere in estremismi dogmatici od in aridi scolasticismi, per non isolarsi dalla massa. Giorno dopo giorno bisogna lottare affinché questo amore per l'umanità vivente si trasformi in fatti concreti, in azioni che servano da stimolo, che riescano a mobilitare.
Il rivoluzionario, motore ideologico della Rivoluzione in seno al partito, si consuma quotidianamente in questa incessante attività, la quale avrà termine soltanto con la sua morte, a meno che l'edificazione socialista non avvenga su scala mondiale.
Se, una volta che i compiti più urgenti siano stati realizzati su scala locale, la sua aspirazione di rivoluzionario si indebolisce, se dimentica l'internazionalismo proletario, la Rivoluzione da lui diretta cessa di essere una forza propulsiva e si annulla in un comodo letargo, dal quale si affretta a trarre profitto il nostro irriducibile nemico, l'imperialismo, per riguadagnare terreno. L'internazionalismo proletario è un dovere, ma è anche un'esigenza rivoluzionaria. È così che educhiamo il nostro popolo.
Naturalmente, nelle circostanze attuali, sono insiti taluni rischi. Non soltanto quello del dogmatismo, non soltanto quello di congelare i rapporti con la massa proprio a metà della grande impresa. V'è anche il pericolo delle debolezze nelle quali si può cadere. Non appena un uomo pensa che per dedicare la propria esistenza alla Rivoluzione, non può però consentire che la propria mente venga distratta dalla preoccupazione che a suo figlio manchi una certa cosa, che le scarpe dei bambini sono rotte, che la sua famiglia manca di un certo benessere, permette, con questo ragionamento, che i germi di una futura corruzione lo contagino.
Per quanto ci riguarda, abbiamo stabilito che i nostri figli debbono avere o mancare di tutto quello che hanno o di cui mancano i figli dell'uomo comune; la nostra famiglia deve comprenderlo e lottare per questo. La Rivoluzione si fa grazie all'uomo, il quale deve però forgiare, giorno dopo giorno, il proprio spirito rivoluzionario.
Questo è il nostro cammino. Alla testa della fortissima colonna - non ci vergognamo e non abbiamo timore di dirlo - v'è Fidel, poi gli elementi migliori del partito e subito dietro a loro, tanto vicino da far sentire la sua immane forza, v'è il popolo nel suo insieme: un'incrollabile struttura di individui che tendono in direzione di un obiettivo comune, che sono divenuti consapevoli di ciò che occorre fare; uomini che quotidianamente si battono per uscire dal regno della necessità per entrare in quello della libertà.
Questa immensa moltitudine è in marcia; il suo ordine corrisponde alla coscienza della sua necessità; non si tratta più di una forza dispersa in migliaia di particelle disseminate nello spazio come i frammenti di una granata, alla frenetica ricerca di un qualunque mezzo che le consenta di raggiungere, in una lotta accanita contro i propri fratelli, una certa posizione, quel qualcosa che le dia sicurezza di fronte all'incerto futuro.
Ci attendono parecchi sacrifici, lo sappiamo e neppure ignoriamo che dovremo pagare a caro prezzo l'eroico fatto di rappresentare una nazione d'avanguardia. Noi dirigenti siamo consapevoli di esser tenuti a pagare un grosso prezzo per avere il diritto di dire che siamo alla testa di un popolo che a sua volta guida l'America. Tutti ed ognuno di noi, indistintamente, dobbiamo pagare la nostra quota di sacrificio, nella consapevolezza che il premio sarà la soddisfazione del proprio dovere compiuto, coscienti di avanzare tutti assieme verso l'uomo nuovo che si intravede all'orizzonte.
A questo punto, mi sia consentito di trarre alcune conclusioni.
Noi socialisti siamo più liberi, poiché ci realizziamo più pienamente e siamo più completi perché siamo più liberi.
Lo scheletro della nostra libertà è oramai formato; mancano ancora, soltanto, la sostanza proteica ed il rivestimento: ma li creeremo.
La nostra libertà ed il suo sostegno quotidiano, hanno il colore del sangue e sono pregni di sacrificio.
Il nostro sacrificio è cosciente: è il tributo da pagare per la libertà che stiamo costruendo. Il cammino è lungo ed in parte inesplorato; siamo ben coscienti dei nostri limiti. Ma creeremo l'uomo del XXI secolo: noi stessi.
Ci forgeremo con l'azione quotidiana, formando un uomo nuovo con una tecnica nuova.
La personalità, in quanto incarna le massime virtù e le aspirazioni del popolo e non si allontana dal cammino, svolge un ruolo di mobilitazione e di direzione.
Coloro che preparano il terreno sono il gruppo d'avanguardia, i migliori fra i migliori: il partito.
La creta fondamentale di questa nostra opera è la gioventù: in essa riponiamo le nostre speranze, affinché un giorno possa prendere la bandiera dalle nostre mani.
Se questa mia balbettante lettera servirà a chiarire qualcosa, avrò raggiunto lo scopo per il quale la invio.
Ricevi il nostro saluto rituale, come una stretta di mano od un'Ave Maria purissima:
¡Patria o muerte!
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[Traduzione di Remo Mazzacurati]
 
La biografia di Ernesto Guevara
 
Carlos Quijano
Settimanale Marcha
Rincón 577, Montevideo
Uruguay
 
Estimado compañero
acabo estas notas en viaje por el Africa, animado del deseo de cumplir, aunque tardíamente, mi promesa. Quisiera hacerlo tratando el tema del título. Creo que pudiera ser interesante para los lectores uruguayos.
Es común escuchar de boca de los voceros capitalistas, como un argumento en la lucha ideológica contra el socialismo, la afirmación de que este sistema social o el período de construcción del socialismo al que estamos nosotros abocados, se caracteriza por la abolición del individuo en aras del Estado. No pretenderé refutar esta afirmación sobre una base meramente teórica, sino establecer los hechos tal cual se viven en Cuba y agregar comentarios de índole general. Primero esbozaré a grandes rasgos la historia de nuestra lucha revolucionaria antes y después de la toma del poder. Como es sabido, la fecha precisa en que se iniciaron las acciones revolucionarias que culminarían el primero de enero de 1959, fue el 26 de julio de 1953. Un grupo de hombres dirigidos por Fidel Castro atacó la madrugada de ese día el Cuartel Moncada, en la provincia de Oriente. El ataque fue un fracaso, el fracaso se transformó en desastre y los sobrevivientes fueron a parar a la cárcel, para reiniciar, luego de ser amnistiados, la lucha revolucionaria.
Durante este proceso, en el cual solamente existían gérmenes de socialismo, el hombre era un factor fundamental. En él se confiaba, individualizado, específico, con nombre y apellido, y de su capacidad de acción dependía el triunfo o el fracaso del hecho encomendado.
Llegó la etapa de la lucha guerrillera. Esta se desarrolló en dos ambientes distintos: el pueblo, masa todavía dormida a quien había que movilizar, y su vanguardia, la guerrilla, motor impulsor de la movilización, generador de conciencia revolucionaria y de entusiasmo combativo. Fue esta vanguardia el agente catalizador, el que creó las condiciones subjetivas necesarias para la victoria. También en ella, en el marco del proceso de proletarización de nuestro pensamiento, de la revolución que se operaba en nuestros hábitos, en nuestras mentes, el individuo fue el factor fundamental. Cada uno de los combatientes de la Sierra Maestra que alcanzara algún grado superior en las fuerzas revolucionarias, tiene una historia de hechos notables en su haber.
En base a éstos lograba sus grados.
Fue la primera época heroica, en la cual se disputaban por lograr un cargo de mayor responsabilidad, de mayor peligro, sin otra satisfacción que el cumplimiento del deber. En nuestro trabajo de educación revolucionaria, volvemos a menudo sobre este tema aleccionador. En la actitud de nuestros combatientes se vislumbra al hombre del futuro.
En otras oportunidades de nuestra historia se repitió el hecho de la entrega total a la causa revolucionaria. Durante la crisis de octubre o en los días del ciclón «Flora», vimos actos de valor y sacrificio excepcionales
realizados por todo un pueblo. Encontrar la fórmula para perpetuar en la vida cotidiana esa actitud heroica, es una de nuestras tareas fundamentales desde el punto de vista ideológico.
En enero de 1959 se estableció el gobierno revolucionario con la participación en él de varios miembros de la burguesía entreguista. La presencia del Ejército Rebelde constituía la garantía de poder, como factor fundamental de fuerza.
Se produjeron en seguida contradicciones serias, resueltas, en primera instancia, en febrero del 59, cuando Fidel Castro asumió la jefatura de gobierno con el cargo de primer ministro. Culminaba el proceso en julio del mismo año, al renunciar el presidente Urrutia ante la presión de las masas.
Aparecía en la historia de la Revolución Cubana, ahora con caracteres nítidos, un personaje que se repetirá sistemáticamente: la masa.
Este ente multifacético no es, como se pretende, la suma de elementos de la misma categoría (reducidos a la misma categoría, además por el sistema impuesto), que actúa como un manso rebaño. Es verdad que sigue sin vacilar a sus dirigentes, fundamentalmente a Fidel Castro, pero el grado en que él ha ganado esa confianza responde precisamente a la interpretación cabal de los deseos del pueblo, de sus aspiraciones, y a la lucha sincera por el cumplimiento de las promesas hechas.
La masa participó en la Reforma Agraria y en el difícil empeño de la administración de las empresas estatales; pasó por la experiencia heroica de Playa Girón; se forjó en las luchas contra las distintas bandas de bandidos armadas por la CIA; vivió una de las definiciones más importantes de los tiempos modernos en la crisis de octubre y sigue hoy trabajando en la construcción del socialismo.
Vistas las cosas desde un punto de vista superficial, pudiera parecer que tienen razón aquellos que hablan de la supeditación del individuo al Estado; la masa realiza con entusiasmo y disciplina sin iguales las tareas que el gobierno fija, ya sean de índole económica, cultural, de defensa, deportiva, etcétera. La iniciativa parte en general de Fidel o del alto mando de la Revolución y es explicada al pueblo que la toma como suya. Otras veces, experiencias locales se toman por el partido y el gobierno para hacerlas generales, siguiendo el mismo procedimiento.
Sin embargo, el Estado se equivoca a veces. Cuando una de esas equivocaciones se produce, se nota una disminución del entusiasmo colectivo por efectos de una disminución cuantitativa de cada uno de los elementos que la forman, y el trabajo se paraliza hasta quedar reducido a magnitudes insignificantes; es el instante de rectificar.
Así sucedió en marzo de 1962 ante la política sectaria impuesta al partido por Aníbal Escalante.
Es evidente que el mecanismo no basta para asegurar una sucesión de medidas sensatas y que falta una conexión más estructurada con la masa. Debemos mejorarlo durante el curso de los próximos años, pero, en el caso de las iniciativas surgidas en los estratos superiores del gobierno, utilizamos por ahora el método casi intuitivo de auscultar las reacciones generales frente a los problemas planteados.
Maestro en ello es Fidel, cuyo particular modo de integración con el pueblo sólo puede apreciarse viéndolo actuar. En las grandes concentraciones públicas se observa algo así como el diálogo de dos diapasones cuyas vibraciones provocan otras nuevas en el interlocutor. Fidel y la masa comienzan a vibrar en un diálogo de intensidad creciente hasta alcanzar el clímax en un final abrupto, coronado por nuestro grito de lucha y de victoria.
Lo difícil de entender para quien no viva la experiencia de la Revolución es esa estrecha unidad dialéctica existente entre el individuo y la masa, donde ambos se interrelacionan y, a su vez, la masa, como conjunto de individuos, se interrelaciona con los dirigentes.
En el capitalismo se pueden ver algunos fenómenos de este tipo cuando aparecen políticos capaces de lograr la movilización popular, pero si no se trata de un auténtico movimiento social, en cuyo caso no es plenamente lícito hablar de capitalismo, el movimiento vivirá lo que la vida de quien lo impulse o hasta el fin de las ilusiones populares, impuesto por el rigor de la sociedad capitalista. En ésta, el hombre está dirigido por un frío ordenamiento que, habitualmente, escapa al dominio de su comprensión. El ejemplar humano, enajenado, tiene un invisible cordón umbilical que le liga a la sociedad en su conjunto: la ley del valor. Ella actúa en todos los aspectos de su vida, va modelando su camino y su destino.
Las leyes del capitalismo, invisibles para el común de las gentes y ciegas, actúan sobre el individuo sin que éste se percate. Sólo ve la amplitud de un horizonte que aparece infinito. Así lo presenta la propaganda capitalista que pretende extraer del caso Rockefeller - verídico o no -, una lección sobre las posibilidades de éxito. La miseria que es necesario acumular para que surja un ejemplo así y la suma de ruindades que conlleva una fortuna de esa magnitud, no aparecen en el cuadro y no siempre es posible a las fuerzas populares aclarar estos conceptos. (Cabría aquí la disquisición sobre cómo en los países imperialistas los obreros van perdiendo su espíritu internacional de clase al influjo de una cierta complicidad en la explotación de los países dependientes y cómo este hecho, al mismo tiempo, lima el espíritu de lucha de las masas en el propio país, pero ése es un tema que sale de la intención de estas notas).
De todos modos, se muestra el camino con escollos que, aparentemente, un individuo con las cualidades necesarias puede superar para llegar a la meta. El premio se avizora en la lejanía; el camino es solitario. Además, es una carrera de lobos: solamente se puede llegar sobre el fracaso de otros.
Intentaré, ahora, definir al individuo, actor de ese extraño y apasionante drama que es la construcción del socialismo, en su doble existencia de ser único y miembro de la comunidad.
Creo que lo más sencillo es reconocer su cualidad de no hecho, de producto no acabado. Las taras del pasado se trasladan al presente en la conciencia individual y hay que hacer un trabajo continuo para erradicarlas.
El proceso es doble, por un lado actúa la sociedad con su educación directa e indirecta, por otro, el individuo se somete a un proceso consciente de autoeducación.
La nueva sociedad en formación tiene que competir muy duramente con el pasado. Esto se hace sentir no sólo en la conciencia individual, en la que pesan los residuos de una educación sistemáticamente orientada al aislamiento del individuo, sino también por el carácter mismo de este periodo de transición, con persistencia de las relaciones mercantiles. La mercancía es la célula económica de la sociedad capitalista; mientras exista, sus efectos se harán sentir en la organización de la producción y, por ende, en la conciencia.
En el esquema de Marx se concebía el periodo de transición como resultado de la transformación explosiva del sistema capitalista destrozado por sus contradicciones; en la realidad posterior se ha visto cómo se desgajan del árbol imperialista algunos países que constituyen las ramas débiles, fenómeno previsto por Lenin. En éstos, el capitalismo se ha desarrollado lo suficiente como para hacer sentir sus efectos, de un modo u otro, sobre el pueblo, pero no son propias contradicciones las que, agotadas todas las posibilidades, hacen saltar el sistema. La lucha de liberación contra un opresor externo, la miseria provocada por accidentes extraños, como la guerra, cuyas consecuencias hacen recaer las clases privilegiadas sobre los explotados, los movimientos de liberación destinados a derrocar regímenes neocoloniales, son los factores habituales de desencadenamiento. La acción consciente hace el resto.
En estos países no se ha producido todavía una educación completa para el trabajo social y la riqueza dista de estar al alcance de las masas mediante el simple proceso de apropiación. El subdesarrollo por un lado y la habitual fuga de capitales hacia países «civilizados» por otro, hacen imposible un cambio rápido y sin sacrificios. Resta un gran tramo a recorrer en la construcción de la base económica y la tentación de seguir los caminos trillados del interés material, como palanca impulsora de un desarrollo acelerado, es muy grande.
Se corre el peligro de que los árboles impidan ver el bosque. Persiguiendo la quimera de realizar el socialismo con la ayuda de las armas melladas que nos legara el capitalismo (la mercancía como célula económica, la rentabilidad, el interés material individual como palanca, etcétera), se puede llegar a un callejón sin salida. Y se arriba allí tras de recorrer una larga distancia en la que los caminos se entrecruzan muchas veces y donde es difícil percibir el momento en que se equivocó la ruta. Entre tanto, la base económica adaptada ha hecho su trabajo de zapa sobre el desarrollo de la conciencia. Para construir el comunismo, simultáneamente con la base material hay que hacer al hombre nuevo.
De allí que sea tan importante elegir correctamente el instrumento de movilización de las masas. Ese instrumento debe ser de índole moral, fundamentalmente, sin olvidar una correcta utilización del estímulo material, sobre todo de naturaleza social.
Como ya dije, en momentos de peligro extremo es fácil potenciar los estímulos morales; para mantener su vigencia, es necesario el desarrollo de una conciencia en la que los valores adquieran categorías nuevas. La sociedad en su conjunto debe convertirse en una gigantesca escuela.
Las grandes líneas del fenómeno son similares al proceso de formación de la conciencia capitalista en su primera época. El capitalismo recurre a la fuerza, pero, además, educa a la gente en el sistema. La propaganda directa se realiza por los encargados por explicar la ineluctabilidad de un régimen de clase, ya sea de origen
divino o por imposición de la naturaleza como ente mecánico. Esto aplaca a las masas que se ven oprimidas por un mal contra el cual no es posible la lucha.
A continuación viene la esperanza, y en esto se diferencia de los anteriores regímenes de casta que no daban salida posible.
Para algunos continuará vigente todavía la fórmula de casta: el premio a los obedientes consiste en el arribo, después de la muerte, a otros mundos maravillosos donde los buenos son premiados, con lo que se sigue la vieja tradición. Para otros, la innovación: la separación en clases es fatal, pero los individuos pueden salir de aquélla a que pertenecen mediante el trabajo, la iniciativa, etcétera. Este proceso, y el de autoeducación para el triunfo, deben ser profundamente hipócritas; es la demostracion interesada de que una mentira es verdad.
En nuestro caso, la educación directa adquiere una importancia mucho mayor. La explicación es convincente porque es verdadera; no precisa de subterfugios. Se ejerce a través del aparato educativo del Estado en función de la cultura general, técnica e ideológica, por medio de organismos tales como el Ministerio de Educación y el aparato de divulgación del partido. La educación prende en las masas y la nueva actitud preconizada tiende a convertirse en hábito; la masa la va haciendo suya y presiona a quienes no se han educado todavía. Esta es la forma indirecta de educar a las masas, tan poderosa como aquella otra.
Pero el proceso es consciente; el individuo recibe continuamente el impacto del nuevo poder social y percibe que no está completamente adecuado a él. Bajo el influjo de la presión que supone la educación indirecta, trata de acomodarse a una situación que siente justa y cuya propia falta de desarrollo le ha impedido hacerlo hasta ahora. Se autoeduca.
En este periodo de construcción del socialismo podemos ver el hombre nuevo que va naciendo. Su imagen no está todavía acabada; no podría estarlo nunca ya que el proceso marcha paralelo al desarrollo de formas económicas nuevas. Descontando aquellos cuya falta de educación los hace tender al camino solitario, a la autosatisfacción de sus ambiciones, los hay que aun dentro de este nuevo panorama de marcha conjunta, tienen tendencia a caminar aislados de la masa que acompañan. Lo importante es que los hombres van adquiriendo cada día más conciencia de la necesidad de su incorporación a la sociedad y, al mismo tiempo, de su importancia como motores de la misma.
Ya no marchan completamente solos, por veredas extraviadas, hacia lejanos anhelos. Siguen a su vanguardia, constituida por el partido, por los obreros de avanzada, por los hombres de avanzada que caminan ligados a las masas y en estrecha comunión con ellas. Las vanguardias tienen su vista puesta en el futuro y en su recompensa, pero ésta no se vislumbra como algo individual; el premio es la nueva sociedad donde los hombres tendrán características distintas; la sociedad del hombre comunista.
El camino es largo y lleno de dificultades. A veces, por extraviar la ruta, hay que retroceder; otras, por caminar demasiado aprisa, nos separamos de las masas; en ocasiones por hacerlo lentamente, sentimos el aliento cercano de los que nos pisan los talones. En nuestra ambición de revolucionarios, tratamos de caminar tan aprisa como sea posible, abriendo caminos, pero sabemos que tenemos que nutrirnos de la masa y que ésta sólo podrá avanzar más rápido si la alentamos con nuestro ejemplo.
A pesar de la importancia dada a los estímulos morales, el hecho de que exista la división en dos grupos principales (excluyendo, claro está, a la fracción minoritaria de los que no participan, por una razón u otra en la construcción del socialismo), indica la relativa falta de desarrollo de la conciencia social. El grupo de vanguardia es ideológicamente más avanzado que la masa; ésta conoce los valores nuevos, pero insuficientemente. Mientras en los primeros se produce un cambio cualitativo que les permite ir al sacrificio en su función de
avanzada, los segundos sólo ven a medias y deben ser sometidos a estímulos y presiones de cierta intensidad; es la dictadura del proletariado ejerciéndose no sólo sobre la clase derrotada, sino también individualmente, sobre la clase vencedora.
Todo esto entraña para su éxito total, la necesidad de una serie de mecanismos, las instituciones revolucionarias. En la imagen de las multitudes marchando hacia el futuro, encaja el concepto de institucionalización como el de un conjunto armónico de canales, escalones, represas, aparatos bien aceitados que permiten esa marcha, que permitan la selección natural de los destinados a caminar en la vanguardia y que adjudiquen el premio y el castigo a los que cumplen o atenten contra la sociedad en construcción.
Esta institucionalidad de la revolución todavía no se ha logrado. Buscamos algo nuevo que permita la perfecta identificación entre el gobierno y la comunidad en su conjunto, ajustada a las condiciones peculiares de la construcción del socialismo y huyendo al máximo de los lugares comunes de la democracia burguesa, trasplantados a la sociedad en formación (como las cámaras legislativas, por ejemplo). Se han hecho algunas experiencias dedicadas a crear paulatinamente la institucionalización de la Revolución, pero sin demasiada prisa. El freno mayor que hemos tenido ha sido el miedo a que cualquier aspecto formal nos separe de las masas y del individuo, nos haga perder de vista la última y más importante ambición revolucionaria que es ver al hombre liberado de su enajenación.
No obstante la carencia de instituciones, lo que debe superarse gradualmente, ahora las masas hacen la historia como el conjunto consciente de individuos que luchan por una misma causa. El hombre, en el socialismo a pesar de su aparente estandarización, es más completo; a pesar de la falta del mecanismo perfecto para ello, su
posibilidad de expresarse y hacerse sentir en el aparato social es infinitamente mayor.
Todavía es preciso acentuar su participación consciente, individual y colectiva, en todos los mecanismos de dirección y de producción y ligarla a la idea de la necesidad de la educación técnica e ideológica, de manera que sienta cómo estos procesos son estrechamente interdependientes y sus avances son paralelos. Así logrará la total conciencia de su ser social, lo que equivale a su realización plena como criatura humana, rotas las cadenas de la enajenación.
Esto se traducirá concretamente en la reapropiación de su naturaleza a través del trabajo liberado y la expresión de su propia condición humana a través de la cultura y el arte.
Para que se desarrolle en la primera, el trabajo debe adquirir una condición nueva; la mercancía hombre cesa de existir y se instala un sistema que otorga una cuota por el cumplimiento del deber social. Los medios de producción pertenecen a la sociedad y la máquina es sólo la trinchera donde se cumple el deber. El hombre comienza a liberar su pensamiento de hecho enojoso que suponía la necesidad de satisfacer sus necesidades animales mediante el trabajo. Empieza a verse retratado en su obra y a comprender su magnitud humana a través del objeto creado, del trabajo realizado. Esto ya no entraña dejar una parte de su ser en forma de fuerza de trabajo vendida, que no le pertenece más, sino que significa una emanación de sí mismo, un aporte a la vida común en que se refleja; el cumplimiento de su deber social.
Hacemos todo lo posible por darle al trabajo esta nueva categoría de deber social y unirlo al desarrollo de la técnica, por un lado, lo que dará condiciones para una mayor libertad, y al trabajo voluntario por otro, basados en la apreciación marxista de que el hombre realmente alcanza su plena condición humana cuando produce sin la compulsión de la necesidad física de venderse como mercancía.
Claro que todavía hay aspectos coactivos en el trabajo, aun cuando sea voluntario; el hombre no ha transformado toda la coerción que lo rodea en reflejo condicionado de naturaleza social y todavía produce, en muchos casos, bajo la presión del medio (compulsión moral, la llama Fidel). Todavía le falta el lograr la completa recreación espiritual ante su propia obra, sin la presión directa del medio social, pero ligado a él por los nuevos hábitos. Esto será el comunismo.
El cambio no se produce automáticamente en la conciencia, como no se produce tampoco en la economía. Las variaciones son lentas y no son rítmicas; hay periodos de aceleración, otros pausados e incluso, de retroceso.
Debemos considerar, además, como apuntáramos antes, que no estamos frente al período de transición puro, tal como lo viera Marx en la Crítica del programa de Gotha, sino a una nueva fase no prevista por él; primero período de transición del comunismo o de la construcción del socialismo.
Este transcurre en medio de violentas luchas de clase y con elementos de capitalismo en su seno que oscurecen la comprensión cabal de su esencia.
Si a esto se agrega el escolasticismo que ha frenado el desarrollo de la filosofía marxista e impedido el tratamiento sistemático del período, cuya economía política no se ha desarrollado, debemos convenir en que todavía estamos en pañales y es preciso dedicarse a investigar todas las características primordiales del mismo antes de elaborar una teoría económica y política de mayor alcance.
La teoría que resulte dará indefectiblemente preeminencia a los dos pilares de la construcción: la formación del hombre nuevo y el desarrollo de la técnica. En ambos aspectos nos falta mucho por hacer, pero es menos excusable el atraso en cuanto a la concepción de la técnica como base fundamental, ya que aquí no se trata de avanzar a ciegas sino de seguir durante un buen tramo el camino abierto por los países más adelantados del mundo. Por ello Fidel machaca con tanta insistencia sobre la necesidad de la formación tecnológica y científica de todo nuestro pueblo y más aún, de su vanguardia.
En el campo de las ideas que conducen a actividades no productivas, es más fácil ver la división entre necesidad
material y espiritual. Desde hace mucho tiempo el hombre trata de liberarse de la enajenación mediante la cultura y el arte. Muere diariamente las ocho y más horas en que actúa como mercancía para resucitar en su creación espiritual. Pero este remedio porta los gérmenes de la misma enfermedad; es un ser solitario el que busca comunión con la naturaleza. Defiende su individualidad oprimida por el medio y reacciona ante las ideas estéticas como un ser único cuya aspiración es permanecer inmaculado.
Se trata sólo de un intento de fuga. La ley del valor no es ya un mero reflejo de las relaciones de producción; los capitalistas monopolistas la rodean de un complicado andamiaje que la convierte en una sierva dócil, aun cuando los métodos que emplean sean puramente empíricos. La superestructura impone un tipo de arte en el cual hay que educar a los artistas. Los rebeldes son dominados por la maquinaria y sólo los talentos excepcionales podrán crear su propia obra. Los restantes devienen asalariados vergonzantes o son triturados.
Se inventa la investigación artística a la que se da como definitoria de la libertad, pero esta «investigación» tiene sus límites, imperceptibles hasta el momento de chocar con ellos, vale decir, de plantearse los reales problemas del hombre y su enajenación. La angustia sin sentido o el pasatiempo vulgar constituyen válvulas cómodas a la inquietud humana; se combate la idea de hacer del arte un arma de denuncia.
Si se respetan las leyes del juego se consiguen todos los honores; los que podría tener un mono al inventar piruetas. La condición es no tratar de escapar de la jaula invisible.
Cuando la Revolución tomó el poder se produjo el éxodo de los domesticados totales; los demás, revolucionarios o no, vieron un camino nuevo. La investigación artística cobró nuevo impulso. Sin embargo, las rutas estaban más o menos trazadas y el sentido del concepto fúgase escondió tras la palabra libertad. En los propios revolucionarios se mantuvo muchas veces esta actitud, reflejo del idealismo burgués en la conciencia.
En países que pasaron por un proceso similar se pretendió combatir estas tendencias con un dogmatismo exagerado. La cultura general se convirtió casi en un tabú y se proclamó el súmmum de la aspiración cultural una representación formalmente exacta de la naturaleza, convirtiéndose ésta, luego, en una representación mecánica de la realidad social que se quería hacer ver; la sociedad ideal, casi sin conflictos ni contradicciones, que se buscaba crear.
El socialismo es joven y tiene errores. Los revolucionarios carecemos, muchas veces, de los conocimientos y la audacia intelectual necesarias para encarar la tarea del desarrollo de un hombre nuevo por métodos distintos a los convencionales y los métodos convencionales sufren de la influencia de la sociedad que los creó. (Otra vez se plantea el tema de la relación entre forma y contenido). La desorientación es grande y los problemas de la construcción material nos absorben. No hay artistas de gran autoridad que, a su vez, tengan gran autoridad revolucionaria.
Los hombres del partido deben tomar esa tarea entre las manos y buscar el logro del objetivo principal: educar al pueblo.
Se busca entonces la simplificación, lo que entiende todo el mundo, que es lo que entienden los funcionarios. Se anula la auténtica investigación artística y se reduce el problema de la cultura general a una apropiación del presente socialista y del pasado muerto (por tanto no peligroso). Así nace el realismo socialista sobre las bases del arte del siglo pasado.
Pero el arte realista del siglo XIX, también es de clase, más puramente capitalista, quizás, que este arte decadente del siglo XX, donde se transparenta la angustia del hombre enajenado. El capitalismo en cultura ha dado todo de sí y no queda de él sino el anuncio de un cadáver maloliente; en arte, su decadencia de hoy. Pero, ¿por qué pretender buscar en las formas congeladas del realismo socialista la única receta válida? No se puede oponer al realismo socialista «la libertad», porque ésta no existe todavía, no existirá hasta el completo desarrollo de la sociedad nueva; pero no se pretenda condenar a todas las formas de arte posteriores a la primera mitad del siglo XIX desde el trono pontificio del realismo a ultranza, pues se caería en un error proudhoniano de retorno al pasado, poniéndole camisa de fuerza a la expresión artística del hombre que nace y se construye hoy.
Falta el desarrollo de un mecanismo ideológico-cultural que permita la investigación y desbroce la mala hierba, tan fácilmente multiplicable en el terreno abonado de la subvención estatal.
En nuestro país, el error del mecanismo realista no se ha dado, pero sí otro de signo contrario. Y ha sido por no comprender la necesidad de la creación del hombre nuevo, que no sea el que represente las ideas del siglo XIX, pero tampoco las de nuestro siglo decadente y morboso. El hombre del siglo XXI es el que debemos crear, aunque todavía es una aspiración subjetiva y no sistematizada. Precisamente éste es uno de los puntos fundamentales de nuestro estudio y de nuestro trabajo y en la medida en que logremos éxitos concretos sobre una base teórica o, viceversa, extraigamos conclusiones teóricas de carácter amplio sobre la base de nuestra investigación concreta, habremos hecho un aporte valioso al marxismo-leninismo, a la causa de la humanidad.
La reacción contra el hombre del siglo XIX, nos ha traído la reincidencia en el decadentismo del siglo XX; no es un error demasiado grave, pero debemos superarlo, so pena de abrir un ancho cauce al revisionismo.
Las grandes multitudes se van desarrollando, las nuevas ideas van alcanzando adecuado ímpetu en el seno de la sociedad, las posibilidades materiales de desarrollo integral de absolutamente todos sus miembros, hacen mucho más fructífera la labor. El presente es de lucha; el futuro es nuestro.
Resumiendo, la culpabilidad de muchos de nuestros intelectuales y artistas reside en su pecado original; no son auténticamente revolucionarios. Podemos intentar injertar el olmo para que dé peras; pero simultáneamente hay que sembrar perales. Las nuevas generaciones vendrán libres del pecado original. Las probabilidades de que surjan artistas excepcionales serán tanto mayores cuanto más se haya ensanchado el campo de la cultura y la posibilidad de expresión. Nuestra tarea consiste en impedir que la generación actual dislocada por conflictos, se pervierta y pervierta a las nuevas. No debemos crear asalariados dóciles al pensamiento oficial ni «becarios» que vivan al amparo del presupuesto, ejerciendo una libertad entre comillas. Ya vendrán los revolucionarios que entonen el canto del hombre nuevo con la auténtica voz del pueblo. Es un proceso que requiere tiempo.
En nuestra sociedad, juegan un gran papel la juventud y el partido.
Particularmente importante es la primera; por ser la arcilla maleable con que se puede construir al hombre nuevo sin ninguna de las taras anteriores.
Ella recibe un trato acorde con nuestras ambiciones. Su educación es cada vez más completa y no olvidamos su integración al trabajo desde los primeros instantes. Nuestros becarios hacen trabajo físico en sus vacaciones o simultáneamente con el estudio. El trabajo es un premio en ciertos casos, un instrumento de educación, en otros, jamás un castigo. Una nueva generación nace.
El partido en una organización de vanguardia. Los mejores trabajadores son propuestos por sus compañeros para integrarlo. Este es minoritario pero de gran autoridad por la calidad de sus cuadros. Nuestra aspiración es que el partido sea de masas, pero cuando las masas hayan alcanzado el nivel de desarrollo de la vanguardia, es decir, cuando estén educadas para el comunismo. Y a esa educación va encaminado el trabajo. El partido es el ejemplo vivo; sus cuadros deben dictar cátedras de laboriosidad y sacrificio, deben llevar, con su acción, a las masas, al fin de la tarea revolucionaria, lo que entraña años de duro bregar contra las dificultades de la construcción, los enemigos de clase, las lacras del pasado, el imperialismo...
Quisiera explicar ahora el papel que juega la personalidad, el hombre como individuo dirigente de las masas que hacen la historia. Es nuestra experiencia, no una receta.
Fidel dio a la Revolución el impulso en los primeros años, la dirección, la tónica siempre, pero hay un buen grupo de revolucionarios que se desarrollan en el mismo sentido que el dirigente máximo y una gran masa que sigue a sus dirigentes porque les tiene fe; y les tiene fe, porque ellos han sabido interpretar sus anhelos.
No se trata de cuántos kilogramos de carne se come o de cuántas veces por año pueda ir alguien a pasearse en la playa, ni de cuántas bellezas que vienen del exterior puedan comprarse con los salarios actuales. Se trata, precisamente, de que el individuo se sienta más pleno, con mucha más riqueza interior y con mucha más responsabilidad. El individuo de nuestro país sabe que la época gloriosa que le toca vivir es de sacrificio; conoce el sacrificio.
Los primeros lo conocieron en la Sierra Maestra y dondequiera que se luchó; después lo hemos conocido en toda Cuba. Cuba es la vanguardia de América y debe hacer sacrificios porque ocupa el lugar de avanzada, porque indica a las masas de América Latina el camino de la libertad plena.
Dentro del país, los dirigentes tienen que cumplir su papel de vanguardia; y, hay que decirlo con toda sinceridad, en una revolución verdadera, a la que se le da todo, de la cual no se espera ninguna retribución material, la tarea del revolucionario de vanguardia es a la vez magnífica y angustiosa.
Déjeme decirle, a riesgo de parecer ridículo, que el revolucionario verdadero está guiado por grandes sentimientos de amor. Es imposible pensar en un revolucionario auténtico sin esta cualidad. Quizás sea uno de los grandes dramas del dirigente; éste debe unir a un espíritu apasionado una mente fría y tomar decisiones dolorosas sin que se contraiga un músculo. Nuestros revolucionarios de vanguardia tienen que idealizar ese amor a los pueblos, a las causas más sagradas y hacerlo único, indivisible. No pueden descender con su pequeña dosis de cariño cotidiano hacia los lugares donde el hombre común lo ejercita.
Los dirigentes de la revolución tienen hijos que en sus primeros balbuceos, no aprenden a nombrar al padre; mujeres que deben ser parte del sacrificio general de su vida para llevar la revolución a su destino; el marco de los amigos responde estrictamente al marco de los compañeros de revolución. No hay vida fuera de ella.
En esas condiciones, hay que tener una gran dosis de humanidad, una gran dosis de sentido de la justicia y de la verdad para no caer en extremos dogmáticos, en escolasticismos fríos, en aislamiento de las masas. Todos los días hay que luchar porque ese amor a la humanidad viviente se transforme en hechos concretos, en actos que sirvan de ejemplo, de movilización.
El revolucionario, motor ideológico de la revolución dentro de su partido, se consume en esa actividad ininterrumpida que no tiene más fin que la muerte, a menos que la construcción se logre en escala mundial. Si su afán de revolucionario se embota cuando las tareas más apremiantes se ven realizadas a escala local y se olvida el internacionalismo proletario, la revolución que dirige deja de ser una fuerza impulsora y se asume en una cómoda modorra, aprovechada por nuestros enemigos irreconciliables, el imperialismo, que gana terreno. El internacionalismo proletario es un deber pero también es una necesidad revolucionaria. Así educamos a nuestro pueblo.
Claro que hay peligros presentes en las actuales circunstancias. No sólo el del dogmatismo, no sólo el de congelar las relaciones con las masas en medio de la gran tarea; también existe el peligro de las debilidades en que se puede caer. Si un hombre piensa que, para dedicar su vida entera a la revolución, no puede distraer su mente por la preocupación de que a un hijo le falte determinado producto, que los zapatos de los niños estén rotos, que su familia carezca de determinado bien necesario, bajo este razonamiento deja infiltrarse los gérmenes de la futura corrupción.
En nuestro caso, hemos mantenido que nuestros hijos deben tener y carecer de lo que tienen y de lo que carecen los hijos del hombre común; y nuestra familia debe comprenderlo y luchar por ello. La revolución se hace a través del hombre, pero el hombre tiene que forjar día a día su espíritu revolucionario.
Así vamos marchando. A la cabeza de la inmensa columna - no nos avergüenza ni nos intimida el decirlo - va Fidel, después, los mejores cuadros del partido, e inmediatamente, tan cerca que se siente su enorme fuerza, va el pueblo en su conjunto; sólida armazón de individualidades que caminan hacia su fin común; individuos que han alcanzado la conciencia de lo que es necesario hacer; hombres que luchan por salir del reino de la necesidad y
entrar al de la libertad.
Esa inmensa muchedumbre se ordena; su orden responde a la conciencia de la necesidad del mismo; ya no es fuerza dispersa, divisible en miles de fracciones disparadas al espacio como fragmentos de granada, tratando de alcanzar por cualquier medio, en lucha reñida con sus iguales una posición, algo que permita apoyo frente al futuro incierto.
Sabemos que hay sacrificios delante nuestro y que debemos pagar un precio por el hecho heroico de constituir una vanguardia como nación. Nosotros, dirigentes, sabemos que tenemos que pagar un precio por tener derecho a decir que estamos a la cabeza del pueblo que está a la cabeza de América.
Todos y cada uno de nosotros paga puntualmente su cuota de sacrificio, conscientes de recibir el premio en la satisfacción del deber cumplido, conscientes de avanzar con todos hacia el hombre nuevo que se vislumbra en el horizonte.
Permítame intentar unas conclusiones: Nosotros, socialistas, somos más libres porque somos más plenos; somos más plenos por ser más libres.
El esqueleto de nuestra libertad completa está formado, falta la sustancia proteica y el ropaje; los crearemos.
Nuestra libertad y su sostén cotidiano tienen color de sangre y están henchidos de sacrificio.
Nuestro sacrificio es consciente; cuota para pagar la libertad que construimos.
El camino es largo y desconocido en parte; conocemos nuestras limitaciones. Haremos el hombre del siglo XXI: nosotros mismos.
Nos forjaremos en la acción cotidiana, creando un hombre nuevo con una nueva técnica.
La personalidad juega el papel de movilización y dirección en cuanto que encarna las más altas virtudes y aspiraciones del pueblo y no se separa de la ruta.
Quien abre el camino es el grupo de vanguardia, los mejores entre los buenos, el partido.
La arcilla fundamental de nuestra obra es la juventud; en ella depositamos nuestra esperanza y la preparamos para tomar de nuestras manos la bandera.
Si esta carta balbuceante aclara algo, ha cumplido el objetivo con que la mando.
Reciba nuestro saludo ritual, como un apretón de manos o un «Ave María Purísima»:
¡Patria o muerte!
 
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La biografía de Ernesto Guevara
 
Carlos Quijano
Settimanale Marcha
Rincón 577, Montevideo
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Dear compañero:
Though belatedly, I am completing these notes in the course of my trip through Africa, hoping in this way to keep my promise. I would like to do so by dealing with the theme set forth in the title above. I think it may be of interest to Uruguayan readers.
A common argument from the mouths of capitalist spokesmen, in the ideological struggle against socialism, is that socialism, or the period of building socialism into which we have entered, is characterized by the subordination of the individual to the state. I will not try to refute this argument solely on theoretical grounds, but I will try to establish the facts as they exist in Cuba and then add comments of a general nature. Let me begin by sketching the history of our revolutionary struggle before and after the taking of power.
As is well known, the exact date on which the revolutionary struggle began - which would culminate January 1st, 1959 - was the 26th of July, 1953. A group of men commanded by Fidel Castro attacked the Moncada barracks in Oriente Province on the morning of that day. The attack was a failure; the failure became a disaster; and the survivors ended up in prison, beginning the revolutionary struggle again after they were freed by an amnesty.
In this stage, in which there was only the germ of socialism, man was the basic factor. We put our trust in him - individual, specific, with a first and last name - and the triumph or failure of the mission entrusted to him depended on his capacity for action.
Then came the stage of guerrilla struggle. It developed in two distinct elements: the people, the still sleeping mass which it was necessary to mobilize; and its vanguard, the guerrillas, the motor force of the movement, the generator of revolutionary consciousness and militant enthusiasm. It was this vanguard, this catalyzing agent, which created the subjective conditions necessary for victory.
Here again, in the course of the process of proletarianizing our thinking, in this revolution which took place in our habits and our minds, the individual was the basic factor. Every one of the fighters of the Sierra Maestra who reached an upper rank in the revolutionary forces has a record of outstanding deeds to his credit. They attained their rank on this basis. It was the first heroic period and in it they contended for the heaviest responsibilities, for the greatest dangers, with no other satisfaction than fulfilling a duty.
In our work of revolutionary education we frequently return to this instructive theme. In the attitude of our fighters could be glimpsed the man of the future.
On other occasions in our history the act of total dedication to the revolutionary cause was repeated. During the October crisis and in the days of Hurricane Flora we saw exceptional deeds of valor and sacrifice performed by an entire people. Finding the formula to perpetuate this heroic attitude in daily life is, from the ideological standpoint, one of our fundamental tasks.
In January, 1959, the Revolutionary Government was established with the participation of various members of the
treacherous bourgeoisie. The existence of the Rebel Army as the basic factor of force constituted the guarantee of power.
Serious contradictions developed subsequently. In the first instance, in February, 1959, these were resolved when Fidel Castro assumed leadership of the government with the post of Prime Minister. This stage culminated in July of the same year with the resignation under mass pressure of President Urrutia.
There now appeared in the history of the Cuban Revolution a force with well-defined characteristics which would systematically reappear - the mass.
This many-faceted agency is not, as is claimed, the sum of units of the self-same type, behaving like a tame flock of sheep, and reduced, moreover, to that type by the system imposed from above. It is true that it follows its leaders, basically Fidel Castro, without hesitation; but the degree to which he won this trust corresponds precisely to the degree that he interpreted the people's desires and aspirations correctly, and to the degree that he made a sincere effort to fulfill the promises he made.
The mass participated in the agrarian reform and in the difficult task of the administration of state enterprises; it went through the heroic experience of Playa Giron; it was hardened in the battles against various bands of bandits armed by the CIA; it lived through one of the most important decisions of modern times during the October crisis; and today it continues to work for the building of socialism.
Viewed superficially, it might appear that those who speak of the subordination of the individual to the state are right. The mass carries out with matchless enthusiasm and discipline the tasks set by the government, whether
economic in character, cultural, defensive, athletic, or whatever.
The initiative generally comes from Fidel or from the Revolutionary High Command, and is explained to the people who adopt it as theirs. In some cases the party and government utilize a local experience which may be of general value to the people, and follow the same procedure.
Nevertheless, the state sometimes makes mistakes. When one of these mistakes occurs, a decline in
collective enthusiasm is reflected by a resulting quantitative decrease of the contribution of each individual, each of the elements forming the whole of the masses. Work is so paralyzed that insignificant quantities are produced. It is time to make a correction. That is what happened in March, 1962, as a result of the sectarian policy imposed on the party by Aníbal Escalante.
Clearly this mechanism is not adequate for insuring a succession of judicious measures. A more structured connection with the masses is needed and we must improve it in the course of the next years. But as far as initiatives originating in the upper strata of the government are concerned, we are presently utilizing the almost intuitive method of sounding out general reactions to the great problems we confront. In this Fidel is a master, whose own special way of fusing himself with the people can be appreciated only by seeing him in action. At the great public mass meetings one can observe something like a counterpoint between two musical melodies whose vibrations provoke still newer notes. Fidel and the mass begin to vibrate together in a dialogue of growing intensity until they reach the climax in an abrupt conclusion culminating in our cry of struggle and victory.
The difficult thing for someone not living the experience of the revolution to understand is this close dialectical unity between the individual and the mass, in which the mass, as an aggregate of individuals, is interconnected with its leaders.
Some phenomena of this kind can be seen under capitalism, when politicians capable of mobilizing popular opinion appear, but these phenomena are no treally genuine social movements. (If they were, it would not be entirely correct
to call them capitalist). These movements only live as long as the persons who inspire them, or until the harshness of capitalist society puts an end to the popular illusions which made them possible.
Under capitalism man is controlled by a pitiless code of laws which is usually beyond his comprehension. The alienated human individual is tied to society in its aggregate by an invisible umbilical cord - the law of value. It is operative in all aspects of his life, shaping its course and destiny.
The laws of capitalism, blind and invisible to the majority, act upon the individual without his thinking about it. He sees only the vastness of a seemingly infinite horizon before him. That is how it is painted by capitalist propagandists who purport to draw a lesson from the example of Rockefeller - whether or not it is true - about the possibilities of success.
The amount of poverty and suffering required for the emergence of a Rockefeller, and the amount of depravity that the accumulation of a fortune of such magnitude entails, are left out of the picture, and it is not always possible to make the people in general see this.
(A discussion of how the workers in the imperialist countries are losing the spirit of working-class
internationalism due to a certain degree of complicity in the exploitation of the dependent countries, and how this weakens the combativity of the masses in the imperialist countries, would be appropriate here; but that is a theme which goes beyond the aim of these notes).
In any case the road to success is pictured as one beset with perils but which, it would seem, an individual with the proper qualities can overcome to attain the goal. The reward is seen in the distance; the way is lonely. Further on it is a route for wolves; one can succeed only at the cost of the failure of others.
I would now like to try to define the individual, the actor in this strange and moving drama of the building of socialism, in his dual existence as a unique being and as a member of society.
I think it makes the most sense to recognize his quality of incompleteness, of being an unfinished product. The sermons of the past have been transposed to the present in the individual consciousness, and a continual labor is necessary to eradicate them. The process is two-sided: On the one side, society acts through direct and indirect education; on the other, the individual subjects himself to a process of conscious self-education.
The new society being formed has to compete fiercely with the past. The latter makes itself felt in the consciousness in which the residue of an education systematically oriented towards isolating the individual still weighs heavily, and also through the very character of the transitional period in which the market relationships of the past still persist. The commodity is the economic cell of capitalist society; so long as it exists its effects will make themselves felt in the organization of production and, consequently, in consciousness.
Marx outlined the period of transition as a period which results from the explosive transformation of the capitalist system of a country destroyed by its own contradictions. However in historical reality we have seen that some countries, which were weak limbs of the tree of imperialism, were torn off first - a phenomenon foreseen by Lenin.
In these countries capitalism had developed to a degree sufficient to make its effects felt by the people in one way or another; but, having exhausted all its possibilities, it was not its internal contradictions which caused these systems to explode. The struggle for liberation from a foreign oppressor, the misery caused by external events like war whose consequences make the privileged classes bear down more heavily on the oppressed, liberation movements aimed at the overthrow of neo-colonial regimes - these are the usual factors in this kind of explosion. Conscious action does the rest.
In these countries a complete education for social labor has not yet taken place, and wealth is far from being within the reach of the masses simply through the process of appropriation. Underdevelopment on the one hand, and the inevitable flight of capital on the other, make a rapid transition impossible without sacrifices. There remains a long way to go in constructing the economic base, and the temptation to follow the beaten track of material interest as the moving lever of accelerated development is very great.
There is the danger that the forest won't be seen for the trees. Following the will-o'-the-wisp method of achieving socialism with the help of the dull instruments which link us to capitalism (the commodity as the economic cell, profitability, individual material interest as a lever, etc.) can lead into a blind alley.
Further, you get there after having traveled a long distance in which there were many crossroads and it is hard to figure out just where it was that you took the wrong turn. The economic foundation which has been armed has already done its work of undermining the development of consciousness. To build communism, you must build new men as well as the new economic base.
Hence it is very important to choose correctly the instrument for mobilizing the masses. Basically, this instrument must be moral in character, without neglecting, however, a correct utilization of the material stimulus - especially of a social character.
As I have already said, in moments of great peril it is easy to muster a powerful response to moral stimuli; but for them to retain their effect requires the development of a consciousness in which there is a new priority of values. Society as a whole must be converted into a gigantic school.
In rough outline this phenomenon is similar to the process by which capitalist consciousness was formed in its initial epoch. Capitalism uses force but it also educates the people to its system. Direct propaganda is carried out by those entrusted with explaining the inevitability of class society, either through some theory of divine origin or through a mechanical theory of natural selection.
This lulls the masses since they see themselves as being oppressed by an evil against which it is impossible to struggle. Immediately following comes hope of improvement - and in this, capitalism differed from the preceding caste systems which offered no possibilities for advancement.
For some people, the ideology of the caste system will remain in effect: The reward for the obedient after death is to be transported to some fabulous other-world where, in accordance with the old belief, good people are rewarded. For other people there is this innovation: The division of society is predestined, but through work, initiative, etc., individuals can rise out of the class to which they belong.
These two ideologies and the myth of the self-made man have to be profoundly hypocritical: They consist in self-interested demonstrations that the lie of the permanence of class divisions is a truth.
In our case direct education acquires a much greater importance. The explanation is convincing because it is true; no subterfuge is needed. It is carried on by the state's educational apparatus as a function of general, technical and ideological culture through such agencies as the Ministry of Education and the party's informational apparatus.
Education takes hold of the masses and the new attitude tends to become a habit; the masses continue to absorb it and to influence those who have not yet educated themselves. This is the indirect form of educating the masses, as powerful as the other.
But the process is a conscious one; the individual continually feels the impact of the new social power and perceives that he does not entirely measure up to its standards. Under the pressure of indirect education, he tries to adjust himself to a norm which he feels is just and which his own lack of development had prevented him from reaching theretofore. He educates himself.
In this period of the building of socialism we can see the new man being born. His image is not yet completely finished - it never could be - since the process goes forward hand in hand with the development of new economic forms.
Leaving out of consideration those whose lack of education makes them take the solitary road toward satisfying their own personal ambitions, there are those, even within this new panorama of a unified march forward, who have a tendency to remain isolated from the masses accompanying them. But what is important is that everyday men are continuing to acquire more consciousness of the need for their incorporation into society and, at the same time, of their importance as the movers of society.
They no longer travel completely alone over trackless routes toward distant desires. They follow their vanguard, consisting of the party, the advanced workers, the advanced men who walk in unity with the masses and in close communion with them. The vanguard has its eyes fixed on the future and its rewards, but this is not seen as something personal. The reward is the new society in which men will have attained new features: the society of communist man.
The road is long and full of difficulties. At times we wander from the path and must turn back; at other times we go too fast and separate ourselves from the masses; on occasions we go too slow and feel the hot breath of those treading on our heels. In our zeal as revolutionists we try to move ahead as fast as possible, clearing the way, but knowing we must draw our sustenance from the mass and that it can advance more rapidly only if we inspire it by our example.
The fact that there remains a division into two main groups (excluding, of course, that minority notparticipating for one reason or another in the building of socialism), despite the importance given to moral stimuli, indicates the relative lack of development of social consciousness.
The vanguard group is ideologically more advanced tha the mass; the latter understands the new values, but not sufficiently. While among the former there has been a qualitative change which enables them to make sacrifices to carry out their function as an advance guard, the latter go only half way and must be subjected to stimuli and pressures of a certain intensity. That is the dictatorship of the proletariat operating not only on the defeated class but also on individuals of the victorious class.
All of this means that for total success a series of mechanisms, of revolutionary institutions, is needed. Fitted into the pattern of the multitudes marching towards the future is the concept of aharmonious aggregate of channels, steps, restraints, and smoothly working mechanisms which would facilitate that advance by ensuring the efficient selection of those destined to march in the vanguard which, itself, bestows rewards on those who fulfill their duties, and punishments on those who attempt to obstruct the development of the new society.
This instintutionalization of the revolution has not yet been achieved. We are looking for something which will permit a perfect identification between the government and the community in its entirety, something appropriate to the special conditions of the building of socialism, while avoiding to the maximum degree a mere transplanting of the commonplaces of bourgeois democracy - like legislative chambers - into the society in formation.
Some experiments aimed at the gradual development of institutionalized forms of the revolution have been made, but
without undue haste. The greatest obstacle has been our fear lest any appearance of formality might separate us from the masses and from the individual, might make us lose sight of the ultimate and most important revolutionary aspiration, which is to see man liberated from his alienation.
Despite the lack of institutions, which must be corrected gradually, the masses are now making history as a conscious aggregate of individuals fighting for the same cause. Man under socialism, despite his apparent standardization, is more complete; despite the lack of perfect machinery for it, his opportunities for expressing himself and making himself felt in the social organism are infinitely greater. It is still necessary to strengthen his conscious participation, individual and collective, in all the mechanisms of management and production, and to link it to the idea of the need for technical and ideological education, so that he sees how closely interdependent these processes are and how their advancement is parallel. In this way he will reach total consciousness of his social function, which is equivalent to his full realization as a human being, once the chains of alienation are broken.
This will be translated concretely into the regaining of his true nature through liberated labor, and the expression of his proper human condition through culture and art.
In order for him to develop in the first of the above categories, labor must acquire a new status. Man dominated by commodity relationships will cease to exist, and a system will be created which establishes a quota for the full fillment of his social duty. The means of production belong to society, and the machine will merely be the trench where duty is fulfilled. Man will begin to see himself mirrored in his work and to realize his full stature as a human being through the object created, through the work accomplished. Work will no longer entail surrendering a part of his being in the form of labor-power sold, which no longer belongs to him, but will represent an emanation of himself reflecting his contribution to the common life, the fulfillment of his social duty. We are doing everything possible to give labor this new status of social duty and to link it on the one side with the development of a technology which will create the conditions for greater freedom, and on the other side with voluntary work based on a Marxist appreciation of the fact that man truly reaches a full human condition when he produces without being driven by the physical need to sell his labor as a commodity.
Of course there are other factors involved even when labor is voluntary: Man has not transformed all the coercive
factors around him into conditioned reflexes of a social character, and he still produces under the pressures of his society (Fidel calls this moral compulsion).
Man still needs to undergo a complete spiritual rebirth in his attitude towards his work, freed from the direct pressure of his social environment, though linked to it by his new habits. That will be communism.
The change in consciousness will not take place automatically, just as it doesn't take place automatically in the economy. The alterations are slow and are not harmonious; there are periods of acceleration, pauses and even retrogressions.
Furthermore we must take into account, as I pointed out before, that we are not dealing with a period of pure transition, as Marx envisaged it in his Critique of the Gotha Program, but rather with a new phase unforeseen by him: an initial period of the transition to communism, or the construction of socialism. It is taking place in the midst of violent class struggles and with elements of capitalism within it which obscure a complete understanding of its essence.
If we add to this the scholasticism which has hindered the development of Marxist philosophy and impeded the systematic development of the theory of the transition period, we must agree that we are still in diapers and that it is necessary to devote ourselves to investigating all the principal characteristics of this period before elaborating an economic and political theory of greater scope.
The resulting theory will, no doubt, put great stress on the two pillars of the construction of socialism: the education of the new man and the development of technology. There is much for us to do in regard to both, but delay is least excusable in regard to the concepts of technology, since here it is not a question of going forward blindly but of following over a long stretch of road already opened up by the world's more advanced countries. This is why Fidel pounds away with such insistence on the need for the technological training of our people and especially of its vanguard.
In the field of ideas not involving productive activities it is easier to distinguish the division between material and spiritual necessity. For a long time man has been trying to free himself from alienation through culture and art. While he dies every day during the eight or more hours that he sells his labor, he comes to life afterwards in his spiritual activities.
But this remedy bears the germs of the same sickness; it is as a solitary individual that he seeks communion with his environment. He defends his oppressed individuality through the artistic medium and reacts to esthetic ideas as a unique being whose aspiration is to remain untarnished.
All that he is doing, however, is attempting to escape. The law of value is not simply a naked reflection of productive
relations: The monopoly capitalists - even while employing purely empirical methods - weave around art a complicated web which converts it into a willing tool. The superstructure of society ordains the type of art in which the artist has to be educated. Rebels are subdued by its machinery and only rare talents may create their own work. The rest become shameless hacks or are crushed.
A school of artistic «freedom» is created, but its values also have limits even if they are imperceptible until we come into conflict with them - that is to say, until the real problem of man and his alienation arises. Meaningless anguish and vulgar amusement thus become convenient safety valves for human anxiety. The idea of using art as a weapon of protest is combated. If one plays by the rules, he gets all the honors - such honors as a monkey might get for performing pirouettes. The condition that has been imposed is that one cannot try to escape from the invisible
cage.
When the revolution took power there was an exodus of those who had been completely housebroken; the rest - whether they were revolutionaries or not - saw a new road open to them. Artistic inquiry experienced a new impulse. The paths, however, had already been more or less laid out and the escapist concept hid itself behind the word «freedom». This attitude was often found even among the revolutionaries themselves, reflecting the bourgeois idealism still in their consciousness.
In those countries which had gone through a similar process they tried to combat such tendencies by an exaggerated dogmatism. General culture was virtually tabooed, and it was declared that the acme of cultural aspiration was the formally exact representation of nature. This was later transformed into a mechanical representation of the social reality they wanted to show: the ideal society almost without conflicts or contradictions which they sought to create.
Socialism is young and has made errors. Many times revolutionaries lack the knowledge and intellectual courage needed to meet the task of developing the new man with methods different from the conventional ones - and the conventional methods suffer from the influences of the society which created them. (Again we raise the theme of the relationship between form and content).
Disorientation is widespread, and the problems of material construction preoccupy us. There are no artists of great authority who at the same time have great revolutionary authority. The men of the party must take this task to hand and seek attainment of the main goal, the education of the people.
But then they sought simplification. They sought an art that would be understood by everyone - the kind of «art» functionaries understand. True artistic values were disregarded, and the problem of general culture was reduced to taking some things from the socialist present and some from the dead past (since dead, not dangerous). Thus Socialist Realism arose upon the foundations of the art of the last century.
But the realistic art of the nineteenth century is also a class art, more purely capitalist perhaps than this decadent art of the twentieth century which reveals the anguish of alienated man. In the field of culture capitalism has given all that it had to give, and nothing of it remains but the offensive stench of a decaying corpse, today's decadence in art.
Why then should we try to find the only valid prescription for art in the frozen forms of Socialist Realism? We cannot counterpose the concept of Socialist Realism to that of freedom because the latter does not yet exist and will not exist until the complete development of the new society. Let us not attempt, from the pontifical throne of realism-at-any-cost, to condemn all the art forms which have evolved since the first half of the nineteenth century for we would then fall into the Proudhonian mistake of returning to the past, of putting a straitjacket on the artistic
expression of the man who is being born and is in the process of making himself.
What is needed is the development of an ideological- cultural mechanism which permits both free inquiry and the uprooting of the weeds which multiply so easily in the fertile soil of state subsidies.
In our country we don't find the error of mechanical realism, but rather its opposite, and that is so because the need for the creation of a new man has not been understood, a new man who would represent neither the ideas of the nineteenth century nor those of our own decadent and morbid century.
What we must create is the man of the twenty-first century, although this is still a subjective and not a realized aspiration. It is precisely this man of the next century who is one of the fundamental objectives of our work; and to the extent that we achieve concrete successes on a theoretical plane - or, vice versa, to the extent we draw theoretical conclusions of a broad character on the basis of our concrete research - we shall have made an important contribution to Marxism-Leninism, to the cause of humanity. Reaction against the man of the nineteenth century has brought us a relapse into the decadence of the twentieth century; it is not a fatal error, but we must overcome it lest we open a breach for revisionism.
The great multitudes continue to develop; the new ideas continue to attain their proper force within society; the material possibilities for the full development of all members of society make the task much more fruitful. The present is a time for struggle; the future is ours.
To sum up, the fault of our artists and intellectuals lies in their original sin: They are not truly revolutionary. We can try to graft the elm tree so that it will bear pears, but at the same time we must plant pear trees. New generations will come who will be free of the original sin. The probabilities that great artists will appear will be greater to the degree that the field of culture and the possibilities for expression are broadened.
Our task is to prevent the present generation, torm asunder by its conflicts, from becoming perverted and from perverting new generations. We must not bring into being either docile servants of official thought, or scholarship students who live at the expense of the state - practicing «freedom» Already there are revolutionaries coming who will sing the song of the new man in the true voice of the people. This is a process which takes time.
In our society the youth and the party play an important role.
The former is especially important because it is the malleable clay from which the new man can be shaped without any of the old faults. The youth is treated in accordance with our aspirations. Its education steadily grows more full, and we are not forgetting about its integration into the labor force from the beginning. Our scholarship students do physical work during their vacations or along with their studying. Work is a reward in some cases, a means of education in others, but it is never a punishment. A new generation is being born.
The party is a vanguard organization. The best workers are proposed by their fellow workers for admission into it. It is a minority, but it has great authority because of the quality of its cadres. Our aspiration is that the party will become a mass party, but only when the masses have reached the level of the vanguard, that is, when they are educated for communism.
Our work constantly aims at this education. The party is the living example; its cadres should be teachers of hard work and sacrifice. They should lead the masses by their deeds to the completion of the revolutionary task which involves years of hard struggle against the difficulties of construction, class enemies, the sicknesses of the past, imperialism...
Now, I would like to explain the role played by personality, by man as the individual leader of the masses which make history. This has been our experience; it is not a prescription.
Fidel gave the revolution its impulse in the first years, and also its leadership. He always strengthened it; but there is a good group who are developing in the same way as the outstanding leader, and there is a great mass which follows its leaders because it has faith in them, and it has faith in them because they have been able to interpret its desires.
This is not a matter of how many pounds of meat one might be able to eat, nor of how many times a year someone can go to the beach, nor how many ornaments from abroad you might be able to buy with present salaries. What is really involved is that the individual feels more complete, with much more internal richness and much more responsibility.
The individual in our country knows that the illustrious epoch in which it was determined that he live is one of sacrifice; he is familiar with sacrifice. The first came to know it in the Sierra Maestra and wherever else they fought; afterwards all of Cuba came to know it. Cuba is the vanguard of the Americas and must make sacrifices because it occupies the post of advance guard, because it shows the road to full freedom to the masses of Latin America.
Within the country the leadership has to carry out its vanguard role, and it must be said with all sincerity that in a real revolution, to which one gives himself entirely and from which he expects no material remuneration, the task of the revolutionary vanguard is at one and the same time glorious and agonizing.
At the risk of seeming ridiculous, let me say that the true revolutionary is guided by a great feeling of love. It is impossible to think of a genuine revolutionary lacking this quality. Perhaps it is one of the great dramas of the leader that he must combine a passionate spirit with a cold intelligence and make painful decisions without contracting a muscle. Our vanguard revolutionaries must idealize this love of the people, the most sacred cause, and make it one and indivisible. They cannot descend, with small doses of daily affection, to the level where ordinary men put their love into practice.
The leaders of the revolution have children just beginning to talk, who are not learning to call their fathers by name; wives, from whom they have to be separated as part of the general sacrifice of their lives to bring the revolution to its fulfillment; the circle of their friends is limited strictly to the number of fellow revolutionists. There is no life outside of the revolution.
In these circumstances one must have a great deal of humanity and a strong sense of justice and truth in order not to fall into extreme dogmatism and cold scholasticism, into an isolation from the masses. We must strive every day so that this love of living humanity will be transformed into actual deeds, into acts that serve as examples, as a moving force.
The revolutionary, the ideological motor force of the revolution, is consumed by his uninterrupted activity which can come to an end only with death until the building of socialism on a world scale has been accomplished. If his revolutionary zeal is blunted when the most urgent tasks are being accomplished on a local scale and he forgets his proletarian internationalism, the revolution which he leads will cease to be an inspiring force, and he will sink into a comfortable lethargy which imperialism, our irreconcilable enemy, will utilize well. Proletarian internationalism is a duty, but it is also a revolutionary necessity. So we educate our people.
Of course there are dangers in the present situation, and not only that of dogmatism, not only that of weakening the ties with the masses midway in the great task. There is also the danger of weaknesses. If a man thinks that dedicating his entire life to the revolution means that in return he should not have such worries as that his son lacks certain things, or that his children's shoes are worn out, or that his family lacks some necessity, then he is entering into rationalizations which open his mind to infection by the seeds of future corruption.
In our case we have maintained that our children should have or should go without those things that the children of the average man have or go without, and that our families should understand this and strive to uphold this standard. The revolution is made through man, but man must forge his revolutionary spirit day by day.
Thus we march on. At the head ofthe immense column - we are neither afraid nor ashamed to say it - is Fidel. After him come the best cadres of the party, and immediately behind them, so close that we feel its tremendous force, comes the people in its entirety, a solid mass of individualities moving toward a common goal, individuals who have attained consciousness of what must be done, men who fight to escape from the realm of necessity and to enter that of freedom.
This great throng becomes organized; its clarity of program corresponds to its consciousness of the necessity of organization. It is no longer a dispersed force, divisible into thousands of fragments thrown into space like splinters from a hand grenade, trying by any means to achieve some protection against an uncertain future, in desperate struggle with their fellows.
We know that sacrifices lie before us and that we must pay a price for the heroic act of being a vanguard nation. We leaders know that we must pay a price for the right to say that we are at the head of a people which is at the head of the Americas. Each and every one of us must pay his exact quota of sacrifice, conscious that he will get his reward in the satisfaction of fulfilling a duty, conscious that he will advance with all toward the image of the new man dimly visible on the horizon.
Let me attempt some conclusions: We socialists are freer because we are more complete; we are more complete because we are freer. The skeleton of our complete freedom is already formed. The flesh and the clothing are lacking. We will create them. Our freedom and its daily maintenance are paid for in blood and sacrifice.
Our sacrifice is conscious: an installment payment on the freedom that we are building.
The road is long and in part unknown. We understand our  limitations. We will create the man of the twenty-first century - we, ourselves.
We will forge ourselves in daily action, creating a new man with a new technology.
Individual personality plays a role in mobilizing and leading the masses insofar as it embodies the highest virtues and aspirations of the people and does not wander from the path.
It is the vanguard group which clears the way, the best among the good, the party.
The basic clay of our work is the youth. We place our hope in them and prepare them to take the banner from our hands.
If this inarticulate letter clarifies anything, it has accomplished the objective that motivated it. Receive our ritual greeting - which is like a handshake or an «Ave Maria Purisima»:
¡Patria o muerte! [Homeland or death]
 
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Ernesto Guevara's biography
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