- 21 maggio 1998: dopo trentadue anni al potere, il dittatore
Suharto passa le redini del quarto paese più grande del mondo al vice presidente B.
Yussuf Habibie, suo vecchio amico. Settimane di rivolte popolari, le pressioni
internazionali e uneconomia sullorlo del baratro hanno messo allangolo
il leader indonesiano, constringendolo a dichiarare che «è diventato estremamente
difficile per me guidare ancora questo paese». Un addio, ma solo apparente. In realtà, i
business in comune e lamicizia tra Suharto ed Habibie garantiscono allex
dittatore di trasformarsi in gran burattinaio e continuare a tirare i fili dei suoi
burattini da dietro le quinte.
- Nonostante qualche timido accenno di apertura (le elezioni
politiche in giugno, le prime in trentadue anni, con la vittoria del partito
dopposizione di Megawati Sukarnoputri), la struttura politica indonesiana è tuttora
dominata dai militari. È stato il generale Wiranto, il capo delle Forze Armate fedele ad
Habibie nel periodo di transizione dopo la caduta di Suharto, a convincere il presidente a
proclamare la legge marziale nel territorio ribelle di Timor Est. È probabilmente ancora
lui a rendere possibile lintervento militare dellOnu, ponendosi come garanzia
rispetto allala intransigente dei militari indonesiani. Accentuando sempre più il
suo ruolo di traghettatore dellIndonesia dallera di Suharto al nuovo paese
uscito dalle elezioni democratiche.
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Linvasione
Tra le molte vittime del regime di Suharto (milioni di
comunisti e di cinesi, studenti, contadini dissanguati dai proprietari terrieri,
popolazioni urbane con salari di fame) vè anche Timor Est, riconosciuta di fatto
parte dellIndonesia dopo linvasione del 1975. Le Nazioni Unite dichiarano la
conquista illegale, ma non fanno niente. Stati Uniti ed Australia vengono addirittura
informate in anticipo sui piani di Jakarta. Anzi, linvasione avviene pochi giorni
dopo la promessa di aiuti militari ed economici del presidente Gerald Ford. Dal canto suo,
anche lAustralia decide per il non-intervento, preferendo trattare con
lIndonesia (per gli accordi sul petrolio timorese) piuttosto che con una Timor Est
indipendente. Durante linvasione vengono uccise migliaia di persone. Un massacro che
continuerà per anni, grazie alle armi vendute a Jakarta dalle varie amministrazioni
statunitensi, australiane ed europee, ed ai miliardi di dollari della Banca Mondiale
utilizzati per un programma di «giavanizzazione» dellarcipelago indonesiano.
Ventanni dopo, lamministrazione Clinton sembra
preoccupata per le condizioni dei diritti umani in Indonesia ma, come ha sottolineato di
recente un noto accademico, critico con la Casa Bianca: «La politica estera statunitense
sembra oggi nelle mani del Dipartimento del Commercio, più ansioso verso i mercati che
non per i problemi sociali». UnIndonesia instabile rende nervosi anche i paesi
europei e del sud-est asiatico, e non solo per i molti interessi commerciali:
lenorme area geografica ed il controllo di aree marine strategiche rendono infatti
lIndonesia estremamente importante per la stabilità della regione. È anche per
questo che il governo australiano ha preferito chiudere gli occhi su Timor Est in favore
delle «relazioni diplomatiche con lIndonesia», tagliando di recente i fondi per i
profughi timoresi.
Chi comanda?
Con lannuncio, in gennaio, del referendum sul futuro
di Timor Est, Habibie ha attaccato il potere dei generali. Vè dunque il sospetto
che dietro le brutalità compiute dalla milizia vi siano i militari di Jakarta, anche per
vendicarsi dei soldati morti negli attacchi e nelle imboscate dei guerriglieri del
Falintil, il braccio armato del Fretilin. Ma lesercito nega di sostenere i
miliziani, pur ammettendo di aver fornito armi «ai civili a scopo difensivo».
Il legame tra esercito e milizia locale è forte, e porta
dritti dritti in casa Suharto: per anni infatti è toccato al genero del dittatore,
Subianto, il compito di addestrare i gruppi paramilitari di Timor Est contro i
separatisti. Un addestramento affidato per la verità anche agli Stati Uniti: nonostante
lesplicita proibizione del Congresso statunitense del 1992, sembra tuttavia che i
Berretti Rossi del Kopassus (le unità speciali modellate sui Berretti Verdi statunitensi
impiegati in Nicaragua e Vietnam, e leggendari per la loro crudeltà) continuino ad essere
assidui frequentatori dei corsi statunitensi.
Infine, unaltra possibilità. Che nemmeno lo stesso
Wiranto sia più in grado di controllare il suo esercito. Su ammissione del ministro degli
Esteri, Ali Alatas, nelle atrocità degli ultimi giorni sarebbero coinvolte anche
«canaglie» allinterno dellesercito.
Atto secondo
Centinaia di teste infilzate, corpi mutilati e allineati
lungo le strade, chiese in fiamme, uomini, donne e bambini torturati e uccisi dai
miliziani della pulizia etnica. Pristina? Bela Crvka? Rakak? No. Questi «crimini contro
lumanità» non sono accaduti in una delle tante città kosovare entrate ormai nella
memoria collettiva. Ma in una città sconosciuta a molti, Dili, capitale di Timor Est. Una
parte del mondo lontana dai riflettori internazionali, dove rutto quello che sta accadendo
in questi giorni succede da più vi ventanni. Uno dei pochi posti del pianeta con un
calo degli abitanti per genocidio, peggio che in Bosnia o in Kosovo. Le violenze di oggi
non sono che il seguito di due decenni di sterminî durante i quali lIndonesia ha
massacrato un terzo della popolazione locale senza che il resto del mondo alzasse un dito.
Nemmeno quando, nel 1989, il vescovo cattolico di Timor Est, Carlos Belo, implorò
lintervento delle Nazioni Unite dicendo: «Stiamo morendo, come popolo e come
nazione».
Una strategia del terrore segnata da molti bagni di sangue,
come quello del 5 aprile scorso a Liquica, cittadina a trenta chilometri da Dili, dove gli
squadroni della morte hanno massacrato a colpi di machete e di fucili automatici più di
cinquanta persone che cercavano rifugio in una chiesa. E con punte estreme di ferocia a
cavallo dello storico referendum del 30 agosto, condotto sotto il controllo delle Nazioni
Unite, e con cui Timor Est, chiamata a scegliere tra autonomia e indipendenza, ha scelto
di staccarsi dal tiranno di Jakarta nonostante le intimidazioni.
Lesito del referendum non significa per Jiakarta
perdere soltanto la ventisettesima provincia dellimpero dopo venticinque anni di
colonizzazione e di intrallazzi miliardari dei suoi militari corrotti. Il rischio, adesso,
è che la scintilla del separatismo possa accendersi anche in altre regioni indonesiane,
tra cui Aceh e Irian Jaya, dove i movimenti separatisti stanno acquistando forza, in un
momento di particolare fragilità del regime.
Una leadership divisa
Ma il referendum ha trovato impreparata la stessa
Timor Est, dove, dalla guerra civile del 1975, non si sono mai ricuciti gli strappi tra il
Fretilin e la Timorese Democratic Union (Udt). Due fazioni politiche, la prima di
sinistra, la seconda decisamente più conservatrice, che a giugno dellanno scorso
hanno dato vita allorganizzazione-ombrello della resistenza timorese, il National
Council for the Timorese Resistence (Crnt). Ma antiche divisioni determinano nuove
spaccature. La nuova generazione di leader timoresi, e tra questi molti colletti bianchi
che dicono di sentirsi più garantiti nei propri interessi dal governo di Jakarta, non
condivide le idee dei pro-integrazionisti «old style». Ad accendere le polemiche tra le
fazioni vè, infine, lo spauracchio di una possibile «ricolonizzazione
multinazionale» di Timor Est da parte delle potenze straniere. Le accuse in questo caso
sono tutte rivolte al Cnrt che farebbe troppo affidamento sulla comunità internazionale
per gli aiuti economici, in una fase futura di ricostruzione del territorio.
[Tratto da: Avvenimenti, n. 222, 19 settembre 1999]
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- [Traducido por ???]
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